Anna Maria Ferraro

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Il commento

Violenza sessuale e “ruoli di genere”: C’è un cortocircuito culturale che non va trascurato

Anna Maria Ferraro (Psicologa e Psicoterapeuta)

I fatti accaduti sono frammenti visibili di un mix di culture più o meno consapevolmente introiettate, perché il sociale “penetra l’essenza più intima della personalità individuale” (Foulkes).

Tempo di lettura: 7 minuti

La notizia dello stupro di gruppo perpetrato da sette giovanissimi ragazzi, a Palermo, ci ha profondamente turbati. Età, nomi, chat, tutto è stato riportato sui giornali, e i social hanno fatto il resto. Così, una vicenda delicatissima, che ferisce in profondità la vittima, e a cui più delle frasi delle chat va ricordata la nostra solidarietà, ha riportato a galla ferite sociali, irrisolte e importanti, come il rapporto uomo-donna, ma anche il rapporto reale-virtuale, in un mondo che sembra ostinato a non capire.

Com’è possibile che sia successo un fatto così esecrabile? Per giunta “a favore di telecamera”? Ci siamo chiesti più e più volte. E cosa racconta dei ragazzi del loro – che però è anche il nostro – mondo un fatto così deplorevole? Basterà prenderne le distanze per non sentirci coinvolti? O sarebbe meglio, invece, coinvolgerci? Non allontanare questi fatti dalla nostra dolorosa attenzione, non relegarli nell’oblio dopo averli dopo averli letti, commentati, deprecati, qualificati come inqualificabili e infine dimenticati? È una reazione comprensibile quella di allontanare le cose che ci fanno male, di non volercene occupare, persino di dimenticarle, ma non è utile, perché “l’oblio” si manifesta in qualche modo, prima o poi. È meglio, quindi, occuparcene.

E come possiamo farlo? Cosa c’entriamo noi? Sul fatto in sé ovviamente nulla, ma esistono diversi livelli di responsabilità, da quelli personali gravissimi, a quelli sociali più sfocati, ma comunque presenti. E questi livelli non si escludono a vicenda. Per iniziare, allora, dovremmo riconoscere che gli ambienti culturali hanno un ruolo in questa vicenda, perché sono anche ambienti mentali. Sono paesaggi psichici. Che abitiamo e, continuamente, riproduciamo con i nostri comportamenti. Ma di quali paesaggi psichici parliamo? A mio avviso, di una combo micidiale. Non solo di alcuni aspetti del machismo, ma, su questo, dell’innesto spettacolarizzazione, dei video, dei followers, della confusione più totale tra la realtà fisica e quella virtuale. L’effetto può essere davvero devastante. E dobbiamo occuparcene.

Per farlo, però, va chiarito che parlare del ruolo che cultura ha in questa vicenda non significa sollevare gli autori dello stupro dalle loro responsabilità, che rimangono personali e inemendabili, né spostare il piano della questione da uno più personale a uno più sociale. E soprattutto bisognerebbe aver chiaro che non significa accusare indirettamente tutti uomini di un atteggiamento di disprezzo nei confronti delle donne. Nel mirino dell’analisi non ci sono gli uomini, bensì i ruoli di genere (ovvero quell’insieme di comportamenti, fortemente influenzati dalle aspettative socioculturali del contesto di appartenenza, di ciò che si considera maschile o femminile). In questo senso, la cultura fallocentrica ha un ruolo in quest’amara vicenda. Diversamente la ragazza non sarebbe stata costretta, trattata come un oggetto di godimento e abbandonata.

Su queste premesse, poi, la realtà virtuale, la cultura dei video e dei followers, ha fatto il resto, e direi un resto importante se pensiamo che il più piccolo dei responsabili del reato ha confuso e scambiato un atto esecrabile, come lo stupro, con un pretesto di notorietà: “Come faccio a uscire con tutte, siete troppe” scriveva appena scarcerato dall’Istituto Minorile Malaspina. Scegliendo, evidentemente, come “criterio di giudizio” della sua azione, e non è la prima volta che accade, il numero dei followers. Che è un aspetto della realtà/cultura in cui viviamo.

La sensazione, allora, è come se ci trovassimo da un canto ancora dinanzi ad aspetti della cultura fallocentrica, dall’altro dinanzi ad aspetti/comportamenti che la contravvengono (es. le ragazze che vengono fuori dal ruolo di genere tradizionalmente assegnati alla donna: che sono meno timide, ecc.) e la movida giovanile è una fotografia di questo stato di cose. Che sia la Vucciria di Palermo o la discoteca esclusiva di Milano il cortocircuito è sempre lo stesso. Ed è un cortocircuito culturale. Tra l’altro senza la protezione di un’educazione affettiva e sentimentale (su cui prevale la fruizione del porno), che è un’altra ferita sociale di cui dobbiamo occuparci. Alla fine sono le donne, anzi le ragazzine, a pagarne le conseguenze. Dovendo spesso subire anche le cosiddette micro-aggressioni, ovvero le insinuazioni, le colpevolizzazioni, e tutto quel che attiene ai fenomeni vittimizzazione secondaria.

In più questi scenari di movida, già storditi dall’alcool e dalle sostanze psicoattive, che sempre fanno da sfondo a questi fatti, hanno un altro elemento che li stordisce, che è il tracimare della realtà virtuale sulla realtà reale. Allora pensiamo un attimo a quante cose si sovrappongono: corpi abituati ad essere per lo più corpi-disincarnati (l’online), senza un’adeguata preparazione affettiva e sentimentale, e dentro un cortocircuito culturale. Pensate quanta complessità in gioco.

I fatti accaduti sono, dunque, frammenti visibili, di una cultura, o meglio di un mix di culture più o meno consapevolmente introiettate, che hanno squarciato il cielo della nostra quieta estate. Ma che vuol dire introiettare una cultura? Vuol dire che il sociale “penetra l’essenza più intima della personalità individuale” (Foulkes). Vuol dire che l’individuo condivide con il suo gruppo di appartenenza, consapevolmente e inconsapevolmente, alcune strutture psichiche (codici, valori, ecc.), e questo vale sia per i gruppi più intimi, come per esempio i gruppi familiari, sia per i gruppi più vasti, come i gruppi etnici e socio-culturali. Solo che mentre sugli aspetti introiettati a livello familiare si può lavorare individualmente in analisi, sugli aspetti introiettati a livello culturale, appartenenti quindi al modo di vivere di un’intera epoca, occorre un altro setting, non più quello della stanza d’analisi ma quello delle strade, delle piazze. Occorrono i movimenti che – come gli insight a livello individuale – accendono delle consapevolezza cui segue, o dovrebbe seguire, un lento, lungo e paziente lavoro di cambiamento nelle sedi appropriate. Che sono le scuole e le altre agenzie educative, ed hanno tutta la nostra fiducia, perché non sono fallite.

Solo che poiché il cambiamento non attiene più al singolo ma alla comunità, e poiché non incontra più le resistenze del singolo ma della comunità, per realizzarsi, necessita di un tempo molto più lungo di quello individuale, e persino molto più lungo di quello del legislatore. Ed è normale che sia così. Per questo le battaglie sociali coinvolgono più generazioni. Per questo si parla ancora di patriarcato. Perché nonostante le conquiste sociali ottenute tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, e nonostante molte altre cose cambiate, persistono ancora sedimenti di questa cultura.

Ricordate quando Falcone, nonostante il maxiprocesso e tutto il resto, affermava che la mafia andava combattuta culturalmente? È la stessa cosa. Ma se tanto è stato fatto, in termini educativi, per combattere la mentalità mafiosa (e tutti sappiamo che tanto altro va ancora fatto), non altrettanto si può dire per questi aspetti.

Si potrebbe, allora, partire dalla consapevolezza che è complesso ma che possiamo fare qualcosa: cominciare a dire, per esempio, che la sessualità ha bisogno di tornare alla sua base poetica, trovare i modi per liberarla dal linguaggio pornografico e reificato che l’ha braccata, occuparci di educazione sentimentale, insistere sulla questione dei ruoli di genere e sul rispetto, ma farlo trasversalmente. Perché, se davvero vogliamo perseguire la strada di un cambiamento culturale, nessuno deve sentirsi solo: né l’insegnante, né il genitore, né il terapeuta, né il manifestante, nessuno. Invece tutte le parti sociali rischiano di sentirsi sole: gli insegnati e i genitori spesso contrapposti più che alleati (cosa che, sappiamo, non va bene, perché indebolisce il messaggio educativo) i manifestanti spesso ignorati, tutti rischiano di sentirsi inascoltati, di scoraggiarsi, di irrigidirsi.

Bisognerebbe avere la pazienza di riabilitare la vecchia buona prassi dell’incontrarsi. Nono solo luoghi istituzionali, lì certamente, ma anche nei luoghi informali. E in parte succede già. Recentemente un gruppo di genitori, per esempio, aveva chiesto di riflettere insieme sulla loro funzione, su come trattare alcuni aspetti legati alla genitorialità. Ecco, per esempio, spazi come questo, anche informali, alcuni dei quali già presenti in città, potrebbero essere importanti momenti di scambio in questo periodo storico. La domanda c’è già. C’è il movimento NUDM, per esempio, che pure chiede d’essere ascoltato. E concludo dicendo che nonostante tutto, ci sono già, se guardiamo in un’ottica intergenerazionale (che è l’unità di misura dei cambiamenti sociali), dei cambiamenti: vi sarete accorti che i più piccoli, soprattutto gli adolescenti e i pre-adolescenti, sono più liberi, per lo meno, dagli aspetti legati ai ruoli di genere.

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