ASP e Ospedali

L'intervista di Insanitas

Villa Sofia-Cervello, il primario Farinella resta un anno gratis dopo la pensione

Il direttore delle "Malattie Infettive" ha chiesto ed ottenuto questa possibilità: «L'obiettivo è trasferire la mia esperienza ai colleghi e dare continuità all’assistenza. Attenti, non siamo ancora usciti dalla pandemia. In Sicilia urgono dei poli infettivologici regionali».

Tempo di lettura: 7 minuti

PALERMO. Proseguirà a dirigere il reparto di Malattie Infettive di “Villa Sofia-Cervello” per un altro anno a titolo gratuito, con contratto non prorogabile né rinnovabile. Parliamo di Enzo Farinella, a cui è stato conferito questo incarico dal direttore generale: sarà effettivo dal 1 aprile 2022, ovvero dal giorno successivo al suo pensionamento. Insanitas ha parlato con lui di questa decisione, del ruolo dell’infettivologo e dell’andamento della pandemia.

Secondo la delibera manterrà la direzione di “Malattie Infettive”…
«Lo spirito della norma è quello di rimanere un ulteriore anno per dare continuità all’assistenza, trasferire la mia esperienza ai miei colleghi e non creare interruzioni nella direzione della unità operativa».

C’è anche il problema della mancanza della forza lavoro…
«Questo incarico è avulso dalla presenza o meno di poche persone, perché su quello c’è una norma nazionale, infatti, il Decreto Cura Italia prevede la possibilità di rimanere in servizio o addirittura di assumere persone già in quiescenza e fuori ruolo. Ma questo non è il mio caso, io fino al 31 marzo sarà regolarmente in servizio».

Da infettivologo, come ha vissuto e sta vivendo la pandemia da Covid – 19?
«In realtà non è la prima volta che mi trovo davanti a malattie devastanti, io ho vissuto anche l’inizio dell’epidemia di HIV, infatti, il primo caso in Sicilia è stato ricoverato all’ospedale “Guadagna” in cui allora lavoravo, parliamo del 1990. I primi casi erano tutti ricoverati nel mio reparto. Nella mia formazione professionale da infettivologo, così come i miei colleghi, ho avuto questa esperienza drammatica, perché prima che si trovassero le terapie per l’AIDS morivano tutti. Quindi, la pandemia causata da questo nuovo Coronavirus per noi non ha avuto un impatto diverso da altre. Come attività di reparto ci occupiamo sempre di pazienti infettivi e contagiosi: tubercolosi, epatiti, infezioni legate a virus e batteri, meningiti. Per noi, infatti, l’utilizzo dei Dpi è la prassi, non abbiamo aspettato il Covid per iniziare ad usare le mascherine, i guanti, le visiere, i camici a perdere. Sono tutte protezioni consone e abituali per chi fa l’infettivologo in Italia e nel mondo».

Dal punto di vista organizzativo non avete fatto, quindi, grandi cambiamenti…
«Da questo punto di vista per me non è stato impattante, anche perché il reparto di Malattie Infettive del “Cervello” all’inizio della pandemia era l’unico con le areazioni a pressione negativa nelle stanze. Inoltre, sono tutte stanze a uno o due posti, proprio perché siamo abituati a dividere le patologie, non possiamo mettere insieme pazienti contagiosi con patologie diverse. Questo è stato quindi il primo nucleo organizzativo identificato dalla Regione agli inizi, quando ancora non si sapeva che i numeri avrebbero assunto queste dimensioni tragiche. I 22 posti a pressione negativa che noi avevamo disponibili furono individuati come il punto di riferimento, poi i numeri sono andati fuori controllo e abbiamo dovuto triplicare i posti di Malattie Infettive che attualmente sono 62. In generale comunque è stata una epidemia che ha sconvolto non tanto l’organizzazione del nostro reparto, ma dell’intero ospedale, che è una cosa diversa. Perché non essendo poi sufficienti neanche 62 posti si è stati costretti a riconvertire anche altre unità operative come Medicina, Nefrologia, Gastroenterologia, che si occupano tutte di pazienti Covid».

Allo stato attuale cosa può dirci dell’andamento della pandemia, crede che stia veramente finendo oppure no?
«No, io non ho mai sostenuto, in tutti questi mesi, che la pandemia avrebbe avuto una fine. Chi si occupa di virus, sa che mutano e lo fanno in funzione della replicazione e di una quantità di soggetti che li portano in giro. In Italia 7 milioni di abitanti non si sono vaccinati, oltre alle persone che per lavoro o vacanza vengono da altri Paesi».

I migranti quanto incidono sulla curva epidemiologica?
«In realtà i migranti che vengono dal Nord Africa non sono un rischio reale, anche perché vengono filtrati all’ingresso e poi nei centri di accoglienza c’è un filtro sanitario per cui eventuali soggetti positivi vengono identificati e tracciati immediatamente. Ciò ha fatto sì che ci fosse un contenimento del punto di vista della diffusione del virus. Mentre, invece, con la tragedia della guerra tra Ucraina e Russia si è creata una migrazione di popoli dall’Est Europa in cui il tasso di vaccinazione è molto basso. Questa situazione rischia di avere un impatto che potrebbe non essere sempre omogeneamente controllabile sul territorio nazionale né regionale. Ritengo quindi che la segnalazione di nuove e ulteriori varianti debba metterci in guardia e non farci ripetere gli stessi errori fatti in prossimità dell’estate scorsa, in cui i casi erano realmente pochissimi e si ritenne di poter aprire tutto, per poi correre ai ripari».

Lei è quindi contrario alla scadenza dello stato di Emergenza il 31 marzo?
«Credo che quello riferito all’ambito sanitario non dovrebbe essere rimosso. Dovrebbe essere alleggerito o rimosso per quanto attiene gli scambi commerciali, l’economia, la ripresa del tessuto economico del Paese, le fabbriche. Tutto con opportuni controlli e rigorosa osservanza delle norme anti-contagio. Nell’ambito sanitario però c’è di nuovo un gran numero di casi, la Sicilia ha viaggiato nelle prime posizioni nelle ultime settimane, gli indicatori dimostrano che i contagi sono in aumento, ci sono segnalazioni di nuove varianti di cui nessuno, al di là del fatto che tutti pontificano, può in questo momento dire se avrà una virulenza o una velocità di contagio maggiore o inferiore ai ceppi che già conosciamo. I vaccini proteggono dalla malattia grave, dai ricoveri e dalle morti, non dai contagi. Tutte queste cose insieme, valutate serenamente, senza pressioni mediatiche che vogliono dare messaggi di tranquillità, dovrebbero essere comunicate alla popolazione chiarendo che non siamo assolutamente usciti dalla pandemia. Siamo in una fase migliore rispetto al passato grazie ai vaccini e ai nuovi farmaci innovativi, i quali permettono di curare subito quando il caso viene identificato, anche se io sostengo sia sempre meglio evitare di ammalarsi. Messaggi un po’ ambigui possono generare nella popolazione il pensiero che il problema sia superato, ma di fatto gli osservatori dei fenomeni sanitari hanno la consapevolezza che purtroppo non è assolutamente il momento di gettare le mascherine, dobbiamo ancora essere attenti».

Pensa sia necessaria una quarta dose di vaccino anti-Covid?
«Dovrebbe essere riservata ad una popolazione veramente a rischio, ad esempio ai pazienti con deficit immunitario, su cui è già risaputo, a prescindere dal Covid, che rispondono meno bene degli altri ai vaccini. Infatti, è codificato che il vaccino contro l’Epatite B nei soggetti con immuno-compromissione venga fatto con doppia dose, quindi non è un fatto biologicamente nuovo ed è stato confermato dal monitoraggio del tasso anticorpale dei soggetti vaccinati che varia moltissimo ed è differente tra i soggetti sani- quindi giovani senza altre patologie- rispetto a pazienti anziani, che magari hanno altre patologie importanti e quindi con un sistema immunitario già impegnato che stenta a dare una protezione efficace e duratura. Su questi soggetti è verosimile che la quarta dose possa essere di aiuto per allungare il tempo di protezione».

Storicamente possiamo ricavare qualche dato che ci possa fare capire come evolverà questa pandemia?
«Le pandemie sono sostenute da variabili che si innescano e non sempre la tempistica può essere definibile, perché il problema è cagionato dal fatto che i virus cambiano e, bisogna convincersi, che ogni variante è un’altra storia. Lo dimostrano i vaccini, siamo partiti con grandi entusiasmi, per fortuna confermati dal fatto che la mortalità è diminuita, ma sappiamo che dopo 4/6 mesi il potere immunologico dei vaccini purtroppo scende e quindi è stata necessaria la terza dose».

Strutturalmente in Sicilia come si dovrebbe intervenire per potenziare i reparti di malattie infettive?
«Ho sempre visto con favore e condiviso la posizione dell’assessore alla Salute, Ruggero Razza, che un anno fa aveva manifestato l’esigenza di identificare dei poli infettivologici regionali, cioè degli ospedali dedicati alle malattie infettive. Questo sarebbe un passo importante da fare perché libererebbe gli ospedali dalle malattie contagiose, è una scelta lungimirante. Poi purtroppo non ne ho saputo più nulla, ma spero che l’iter stia andando avanti, perché sarebbe un po’ come riuscire a fare anche in Sicilia un polo simile allo “Spallanzani”, cioè un luogo in cui le malattie infettive vengono curate, ma anche studiate perché si conducono delle sperimentazioni sui protocolli terapeutici innovativi. Non si capisce perché in Sicilia non si debbano avere dei centri altamente qualificati. Durante questo anno mi impegnerò anche a seguire l’evoluzione di questa importante e valida proposta».

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