Un medico italiano a New York: «Ecco come qui combattiamo il Coronavirus»

28 Aprile 2020

L'intervista a Gennaro Giustino, cardiologo e specialista di Medicina interna, impegnato in prima linea nella lotta al Covid-19 presso il “Mount Sinai Health System”.

 

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Le notizie in merito alla gestione dell’emergenza Coronavirus che arrivano dall’estero spesso non sono chiare e corrette. Per capire meglio come stanno gestendo l’emergenza negli Stati Uniti, Insanitas ha intervistato Gennaro Giustino (nella foto), cardiologo e specialista di Medicina interna.

Il medico italiano è impegnato in prima linea nella lotta al Covid-19, abita in Usa da sei anni e lavora presso il “Mount Sinai Health System”, uno dei maggiori sistemi sanitari di New York.

Quali sono i dati sul Coronavirus relativi all’ospedale per cui lavora?
«Il “Mount Sinai Health System” è una catena di ospedali e io lavoro nella struttura principale di Manhattan, che conta circa 1.300 posti letto. Poi ci sono altri centri più piccoli distribuiti nell’area urbana di New York. In totale, abbiamo trattato oltre 10 mila pazienti tra ricoveri e il pronto soccorso, con circa 2 mila pazienti giornalieri. Adesso per fortuna le dimissioni sono più dei ricoveri, i numeri stanno scendendo. Attualmente abbiamo meno di 1500 pazienti positivi al Covid-19, quindi stiamo ritornando alle nostre attività regolari».

Come accertate la presenza del Covid-19, con i tamponi o con i test sierologici?
«Con i tamponi, i test li facciamo nei pazienti che possono aver avuto la malattia per rilevare se hanno sviluppato gli anticorpi, che in tal caso possono essere donati col plasma».

È vero che nel suo ospedale avete moltiplicato la capacità di terapia intensiva nell’arco di pochi giorni, senza avere problemi di posti letto in rianimazione o di ventilatori disponibili?
«Sì, abbiamo trasformato i reparti in terapia intensiva. In pratica da noi i reparti sono fisicamente strutturati in modo tale da poter essere trasformati in terapia intensiva all’evenienza».

Per quanto riguarda gli Usa in generale?
«Non tutti gli ospedali sono organizzati nello stesso modo. Anche in Usa ci sono stati problemi sia di posti in terapia intensiva che di ventilatori, soprattutto negli ospedali più piccoli e periferici, nelle aree più sovrappopolate e povere di New York come Brooklyn o il Queens. Li stiamo aiutando inviando ventilatori, prendendo in carico i pazienti più critici e mandando i nostri staff ad aiutare sul posto».

Parliamo delle cure con le assicurazioni…
«Le regole variano da uno Stato all’altro, in quello di New York le cure essenziali e di urgenza non vengono negate a nessuno, non solo adesso in tempi di Coronavirus ma sempre. Quella che in America si fanno morire le persone è una leggenda metropolitana tutta italiana. Non vengono chieste assicurazioni per intubare o salvare la vita ad una persona. Altra storia, invece, è quella dei rimborsi che dipendono dall’assicurazione di ognuno. La stragrande maggioranza dei cittadini americani vengono coperti da “Medicaid” (assicurazione medica gestita dal governo Usa, una specie di cassa mutua americana n.d.r.). In questo momento l’8% di 330 milioni di abitanti non ha assicurazione, cioè i clandestini, i turisti o chi ha redditi intermedi, vale a dire coloro che non sono abbastanza poveri per avere i sussidi del Governo o abbastanza ricchi per stipulare assicurazioni private. “Medicaid” copre, invece, le cure essenziali dei poveri».

E sui tamponi da 4.200 e 3.500 dollari?
«È successo all’inizio quando non erano disponibili. Ritengo che sia stato un grande errore dell’amministrazione Trump non avere accettato di utilizzare i tamponi messi a disposizione dall’Oms e aver voluto produrne di propri nei laboratori americani.  Ci stavamo una settimana per avere i risultati, mentre ora ciò avviene in quattro ore. Senza contare che non erano coperti a livello economico e bisognava rivolgersi alle cliniche private per fare il tampone».

I tamponi danno molti falsi positivi e negativi in Italia, lì come va?
«Succede anche da noi. Personalmente, infatti, non li ritengo la soluzione al problema Coronavirus perché hanno un alto tasso di falsi negativi, di conseguenza nei pazienti sospetti c’è il rischio di diagnosticarli come non Coronavirus e farli andare a lavorare e in giro, facendo un errore perché si decide sulla base di informazioni sbagliate. Sarebbe meglio adottare l’assunto per cui tutti coloro che hanno sintomi compatibili con il Coronavirus hanno il Coronavirus e tenerli in isolamento, a meno che non sviluppino complicanze che richiedano il ricovero in ospedale, ed eventualmente fare i test sierologici per capire se hanno sviluppato immunità».

I dirigenti del Mount Sinai Health System si sono ridotti gli stipendi?
«Proprio così, i CEO hanno ridotto i propri stipendi e aumentato i nostri, in quanto noi svolgiamo un lavoro rischioso. Alcuni capi dipartimento ci danno bonus, oltre a un sostegno e a un incentivo economico, lo trovo un grande gesto perché non è scontato. Inoltre, c’è stato un incredibile approccio multidisciplinare da parte di tutte le specialità in ospedale, in cui in molti abbiamo collaborato. È una bellissima esperienza lavorare fianco a fianco con medici di altre specialità per studiare e capire una malattia nuova di cui non si sa ancora abbastanza».

Riguardo ai dispositivi di protezione individuale?
«Inizialmente abbiamo avuto problemi perché non eravamo pronti in tema di Dpi. Due mesi fa, infatti, io stesso ho preso il Coronavirus, mentre ero di Guardia. Il weekend in cui abbiamo diagnosticato il primo caso nel mio ospedale, non eravamo protetti, perché l’epidemia non era ancora iniziata. Dopo un paio di settimane ci hanno velocemente riempiti di dispositivi di protezione personale. Non sappiamo neanche più dove metterli…».

Ha preso medicinali?
«Sono stato a casa in isolamento per dieci giorni, poi sono ritornato a lavoro. Ero asintomatico, ho preso solo la tachipirina. Ho avuto forti dolori muscolari, mal di testa, febbricola, ho perso senso dell’olfatto e del gusto».

Come una normale influenza?
«No, è stata più forte della normale influenza».

Riguardo alle terapie?
«Abbiamo a disposizione letteralmente le più varie terapie sperimentali ed in commercio off-label disponibili: dal plaquenil/azitromicina, anti-IL6 (tocilizumab e sarilumab), anti-IL1 (anakinra), antivirali (remdesivir e HAART), plasma convalescente (anticorpi anti-coronavirus) e circolazione extracorporea. Sono stati attivati diversi protocolli di anticoagulazione terapeutica sia per i pazienti in ospedale, sia per quelli trattati da casa, per ridurre il rischio di complicanze tromboemboliche. Purtroppo, mancano ancora dati solidi per supportare l’efficacia e sicurezza delle terapie ma tanti gruppi in tutto il mondo ci stanno lavorando. Abbiamo adottato all’interno dei nostri protocolli l’esperienza di altre nazioni come Italia e Cina. Si tratta di uno sforzo internazionale per aiutarsi a vicenda a trovare le soluzioni giuste, non è una gara».

State sperimentando vaccini?
«Si stanno testando, ma per ancora molto tempo non saranno disponibili. Ritengo che ci vorrà almeno un anno per immettere un vaccino in commercio e non so se sarà una soluzione definitiva: per esempio quello dell’influenza va cambiato ogni due anni circa, perché i virus mutano».

Avete adottato nel vostro ospedale test anticorpali e donazioni di plasma. Quindi, trovate che la terapia sierologica sia valida?
«Sì, la stiamo facendo. Testiamo per la presenza di anticorpi, se il paziente ha tampone negativo e anticorpo specifico positivo è candidato per dare il plasma e in questo caso usiamo la terapia sierica».

Sono incoraggianti i risultati sul plasma?
«Non ci sono ancora dati scientifici robusti, stiamo raccogliendoli ed ancora non sappiamo se la terapia con il plasma è realmente efficace. In medicina è molto facile dare notizie sensazionalistiche, del “tipo ho curato due pazienti con il farmaco x..”. La mia risposta è “non lo so”. Fino a quando gli studi randomizzati non saranno completati e i dati non verranno raccolti non c’è modo di sapere se la terapia è realmente efficace».

Nel vostro ospedale ci sono stati morti tra gli operatori sanitari?
«Ci sono stati tra gli infermieri, ma non sono al corrente che siano deceduti medici perché quelli anziani li abbiamo messi in isolamento domiciliare, sin dal primo momento. Negli Usa, in generale, ci sono stati sia casi di contagio che di deceduti, anche tra gli operatori sanitari. In Italia però al confronto è stata una strage, abbiamo perso professori di fama mondiale a causa del Coronavirus, queste sono persone preziose che andrebbero tutelate. Inoltre, qui la popolazione è di 330 milioni di persone, in Italia di 60 milioni, quindi bisogna tenerne conto quando si confronta il numero di morti».

Come pensa sia stata gestita l’epidemia in Italia?
«La mia percezione è che in Italia ci sia stata una grande difficoltà per espandere in modo veloce ed efficace le risorse, in modo tale da riuscire a dare cure di alto livello a tutti, in termini di posti di terapia intensiva, ventilatori e staff con training in rianimazione».

C’è anche da dire che non abbiamo avuto messaggi chiari dall’Oms. Quando è scoppiata l’epidemia, tutte le nazioni si sono trovate in difficoltà…
«È vero, sono d’accordo. L’Italia si è trovata in una situazione difficile perché è stata la prima nazione europea ad essere colpita dal Coronavirus. Non si capiva realmente come questo virus funzionasse, c’era chi diceva che fosse un’influenza, chi no, e ci sono pure i dati confusi e nebulosi dalla Cina, a cui io non credo per nulla. Tutto ciò ha avuto un impatto negativo sul disastro europeo di Italia e Spagna».

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