Tutino e la frase fantasma, Libero accusa l’Espresso: l’intercettazione non esiste

26 Gennaio 2016

Secondo il quotidiano di Maurizio Belpietro ai giornalisti Messina e Zoppi sarebbe stata rifilata un “polpetta avvelenata”.

 

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Secondo il quotidiano Libero il chirurgo plastico Matteo Tutino non ha avrebbe mai detto a Rosario Crocetta: “Lucia Borsellino va fatta fuori come suo padre”.

Più le indagini vanno avanti più, secondo il quotidiano di Maurizio Belpietro, il quadro si fa chiaro: ai giornalisti Messina e Zoppi sarebbe stata rifilata un “polpetta avvelenata” per la quale potrebbero pagare caro. La posizione dei due giornalisti dell’Espresso si fa complicata ed anche la loro richiesta di giudizio immediato è stata respinta dal Tribunale.

La famosa frase, riferita all’allora assessore regionale alla sanità Lucia Borsellino “va fatta fuori come suo padre”, farfugliata e decontestualizzate sarebbe stata origliate di sfuggita da Messina da un apparecchio di un carabiniere senza «sapere chi fosse stato a pronunciarle», come ha ammesso il cronista nel suo interrogatorio. Un quadro ora ben diverso da quanto fatto intendere nell’articolo comparso lo scorso 16 luglio.

La Procura di Palermo prende le distanze affermando che non è a conoscenza di tali “brogliacci” o intercettazioni. Intervengono i Nas per verificare l’esistenza del nastro, e la frase incriminata non c’è in nessuna parte dei brogliacci sulle indagini a carico del medico, indagato per truffa.

L’Espresso continua ad adottare la linea dura: l’intercettazione c’è , insistono direttore ed editore, ma i due giornalisti cominciano a masticare amaro ed appena compreso che lo scoop è diventato una patata bollente, sempre secondo quanto rivelato da “Libero”, si mettono alla ricerca di “coperture”.

Si moltiplicano colloqui e incontri di «difficile lettura per l’estrema cautela adoperata da tutti gli interlocutori» con l’avvocato Gioacchino Genchi. Un amico di Messina, Giuseppe Montalto, coordinatore della segreteria particolare dell’assessorato regionale alle Infrastrutture, offre ai pm una versione che stride con la sicumera sfoderata dalla direzione del giornale. Secondo lui Piero è in preda a un’estrema agitazione fin dalla prima mattina del 16 luglio al punto da rischiare un serio malore derivante dal timore che gli fosse stata “rifilata una polpetta avvelenata”.

Messina dichiara ai pm che la telefonata era vera, perché gli era stata fatta ascoltare dal Capitano dei Carabinieri Mansueto Cosentino, alla guida del Nas di Palermo. E dice che era “sporca” e in “dialetto siciliano”. Il capitano, però, ascoltato dalla Procura, smentisce categoricamente. Anzi, dice che il 16 Luglio Messina lo ha contattato per chiedergli conferma della telefonata (dopo la pubblicazione dell’articolo). Cosentino fornisce una copia stampata degli sms scambiati con Messina perché sostiene che in realtà il giornalista voleva “precostituirsi l’eventuale indicazione del suo nome come fonte dell’articolo”.

Il 21 Luglio Messina e Zoppi sono iscritti nel registro degli indagati per il reato di “pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico”. Per Messina l’accusa è anche di calunnia nei confronti di Cosentino.

I due giornalisti sono intercettati. E in una conversazione tirano in ballo anche la direzione de L’Espresso. Zoppi dice: «È un mega polpettone avvelenato questa cosa (…) Minchia dicono che noi sentiamo l’audio».Messina ribatte: «Gli ho detto di smussarla molto questa cosa». Zoppi: «Il direttore ne parla con il culo nostro…».Messina: «Io ho detto di dire che si tratta semplicemente di uno stralcio e che mai ci saremmo basati su quello per scrivere la notizia.Di uno stralcio molto confuso». Zoppi: «Lascia traccia Piero, bravo, lascia traccia». Messina: «Io pure su WhatsApp». Zoppi: «Lascia traccia perché questi vogliono uscirsene belli puliti col culo nostro, lascia traccia». «Questi» sono i vertici dell’Espresso.

In quel momento Messina e Zoppi, come scrivono i magistrati, «sono pienamente consapevoli di non aver ascoltato proprio nulla» e sono terrorizzati dalla linea scelta dai colleghi romani che invece stanno scrivendo che «essi avevano sentito l’audio».

La procura descrive «il maldestro quanto infruttuoso tentativo di coinvolgere il dottor Bernardo Petralia, procuratore aggiunto di Palermo» con telefonate assortite. Per i magistrati i due giornalisti avevano «la piena consapevolezza di pubblicare qualcosa di falso ed esagerato, incuranti delle conseguenze che ne sarebbero derivate».

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