Salute e benessere

Il mese della prevenzione

Tumore al collo dell’utero: «Fondamentali diagnosi precoce e vaccinazione anti-HPV»

L'intervista di Insanitas a Giuseppe Scibilia, primario di Ostetricia e Ginecologia a Ragusa e coordinatore regionale della LILT.

Tempo di lettura: 5 minuti

«L’individuazione in fase precoce del tumore al collo dell’utero, assieme alla prevenzione, rappresenta una delle armi più potenti che oggi abbiamo per contrastarli»: lo afferma il dottor Giuseppe Scibilia (nella foto), primario di Ostetricia e Ginecologia del “Giovanni Paolo II” di Ragusa, coordinatore regionale della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori e con una consolidata esperienza nella ginecologia oncologica.

Gennaio è il mese della prevenzione del tumore al collo dell’utero, il quinto più frequente nelle donne sotto i 50 anni di età. Una delle principali cause del tumore alla cervice uterina è rappresentato dall’infezione da Papillomavirus umano (HPV), estremamente frequente nella popolazione umana, principalmente fra le donne, ma anche fra gli uomini. Ne esistono circa 200 tipi numerati ed è responsabile di diversi tipi di tumori.

Dottor Scibilia, come si contrae il Papillomavirus?
«La trasmissione è prevalentemente sessuale, ma essendo un virus molto resistente ci sono probabilità di contrarlo anche in ambienti umidi o in condizioni di scarsa igiene».

Il vaccino quanto aiuta?
«Oggi abbiamo un vaccino che copre per nove su 200 ceppi, ma quelli ad alto rischio sono 15».

Possiamo fornire qualche dato sul tasso d’incidenza?
«Nel mondo l’incidenza di questo tumore nella donna è pari al 6,5% rispetto ai tumori del genere femminile e quindi siamo intorno a una stima di circa 600mila nuovi casi l’anno con una mortalità di circa 340mila. In Italia vengono diagnosticati all’anno circa 3mila nuovi casi di tumore invasivo. Di questi, mille sono casi di mortalità. Purtroppo, dopo il periodo Covid che ha allontanato le pazienti dalla prevenzione ci aspettiamo un incremento. Lo definisco un tumore inaccettabile».

Perché questa definizione?
«Questo tipo di neoplasia in alcuni Paesi più solerti in termini di prevenzione è quasi scomparsa ed è inaccettabile che nel 2023 con le informazioni e gli strumenti di cui disponiamo si muoia ancora. Di fronte a una prevenzione primaria e secondaria di questo tipo avere ancora oggi 3mila casi all’anno vuol dire che siamo in presenza di un fallimento di quella che è la logica preventiva e di un percorso di screening. Serve un percorso di formazione alla popolazione».

Cosa si può fare per contrastare questa tipologia di tumore?
«Noi abbiamo una parte di prevenzione e una parte di cura. C’è una prevenzione primaria che è la vaccinazione, con la quale si evita che l’agente causale della displasia cervicale possa determinare questa lesione e quindi ciò che, trascurato, possa diventare tumore in circa 6-8 anni. Vaccinando a tappeto la popolazione creiamo immunità di gregge ed evitiamo o comunque riduciamo la circolazione del virus. La prevenzione secondaria invece si traduce in individuare le lesioni ancora in uno stadio iniziale in modo tale da eliminarle in una fase in cui non è ancora tumore e azzerare il rischio. E questo si rileva con il pap test».

Quanto è importante la diagnosi precoce?
«Effettuare una diagnosi precoce è fondamentale per aumentare l’efficacia delle cure e le possibilità di guarigione. Se il tumore viene diagnosticato precocemente si arriva ad avere una sopravvivenza anche del 92-95%. Diagnosticato in una fase più avanzata può scendere al 60% e in una fase metastatica la sopravvivenza a 5 anni è intorno al 10%».

Che tipo di test vengono impiegati per lo screening?
«Fino a pochi anni fa l’unico test primario di screening offerto dal sistema sanitario nazionale era il pap test che viene offerto ogni 3 anni alle donne che hanno un’età compresa tra 25 e 64 anni. Da qualche anno è disponibile anche il test HPV che viene offerto a partire dai 30 anni, ogni 5 anni. Il pap test e il test HPV sono in grado di identificare nelle cellule del collo dell’utero alterazioni che col tempo potrebbero diventare tumore».

Lei suggerisce di incrementare i controlli?
«Lo Stato ha calcolato che investendo con questa cadenza pap test e test HPV riesce a prevenire un 80% di tumori. Se vogliamo parlare di una prevenzione piena ci dovrebbe essere ogni anno il pap test e l’HPV ogni tre. C’è anche da dire una cosa: il virus dell’HPV non dà viremia, non si confronta con il sistema immunitario e non fa sviluppare anticorpi, se non di barriera periferici».

Cosa si può fare?
«Come LILT si sta lavorando in tutta Italia per cercare di affiancare il SSN nei programmi di screening e nella prevenzione in generale, nel tentativo di amplificare il messaggio, soprattutto in questo periodo post Covid in cui c’è stata un’impennata dei casi di tumori invasivi e un allontanamento della popolazione dalle aree di prevenzione. Serve un percorso di formazione alla popolazione, soprattutto i giovanissimi. Anche attraverso le scuole, sensibilizzare i ragazzi alla prevenzione: all’uso del profilattico e alla vaccinazione a tappeto. Questo tipo di neoplasia è scomparsa in alcuni Paesi più solerti in termini di prevenzione, ad esempio l’Australia, che hanno adottato la vaccinazione con una copertura intorno all’85-90%. Paesi dove non ci sono le possibilità economiche di affrontare il problema, come l’India ad esempio, pagano un prezzo altissimo. Nel nostro territorio, quello dell’ASP di Ragusa, stiamo cercando di alzare la soglia di attenzione sul tema. Auspichiamo di non trovarci più in situazioni in cui si diagnostica uno stato avanzato del tumore, soprattutto alla luce degli strumenti di cui disponiamo, soprattutto l’invito alla vaccinazione o agli screening che parte dalle aziende sanitarie».

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