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Tre buoni motivi per non abolire il test d’ingresso alla Facoltà di Medicina

17 Aprile 2020

Costi insostenibili ed incremento esponenziale della sproporzione fra laureati e borse di specializzazione

 

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Abbiamo parlato recentemente del problema della carenza dei medici specialisti (leggi qui), ma avete presente la punta dell’iceberg? Ecco, l’imbuto formativo è qualcosa di molto vicino a una punta di un iceberg enorme di cui di volta in volta cercheremo di descrivere i confini. Iniziamo dal basso, e anche da quella che in molti suggeriscono come la soluzione a tutti i mali: l’aumento dei posti o peggio l’abolizione del test d’ingresso per la facoltà di Medicina e Chirurgia. Proviamo qui a spiegare perché sarebbe solo un’ulteriore irresponsabile scelta che potrebbe mettere seriamente in pericolo il già fragilissimo e precario Sistema Sanitario italiano.

  1. L’Italia non può permetterselo

Sei anni di studio in una facoltà di Medicina e Chirurgia significa per lo Stato una spesa di 24.800 euro totali (Fondo di finanziamento ordinario). Nel 2019 i candidati al Test d’ingresso erano 68 694. Immaginiamo per un attimo che a questo numero di candidati fosse stata data la possibilità di iscriversi alla facoltà: lo Stato avrebbe dovuto farsi carico di una spesa totale di 1.703.611.200 euro. Cifra tuttavia non aderente alla realtà, considerando che per un numero tale di studenti sarebbe altresì necessitato allestire strutture, aule e reparti in cui permettere una formazione adeguata. Oltre un miliardo e mezzo dunque per ottenere una platea di medici in attesa di un futuro monco, una frustrazione costruita a tavolino dagli effetti collaterali evidenti: un terribile spreco di risorse, economiche e umane.

  1. In Italia non potrebbero specializzarsi

Immaginate: avete un’azienda, decidete di investire dei soldi per formare i vostri dipendenti, così finanziate loro un corso di formazione per una competenza nuova. Perché lo fareste? Ovviamente perché quella competenza vi tornerebbe utile e perché quel dipendente poi la “spenderà all’interno del suo contratto di lavoro con la vostra azienda.” L’Italia fa o vorrebbe l’esatto opposto, ne forma molti, ma ne “usa” pochi, perché non finisce di formarli e li deposita in un angolo, con una puntualità interessantissima poi, ogni anno, qualcuno propone una strategia ancora più raffinata: formarli tutti, con una “intelligenza imprenditoriale” e un irresponsabile buonsenso.

Nei prossimi anni si laureerà un numero di medici considerevole, ciò a causa dei vari incrementi avvenuti negli anni del numero di immatricolazioni nei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia, l’ultimo dei quali stabilito dal Ministro Manfredi che ha aumentato il numero di posti nei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia a circa 13.500 nell’anno accademico 2020-2021 e per le circa 30.000 iscrizioni in sovrannumero legittimate dai ricorsi al TAR negli anni 2013/2014 e 2014/2015. Questo incremento del numero di medici laureati andrà a peggiorare una già critica proporzione fra “laureati/numero di borse di specializzazione”, andando così inevitabilmente a incrementare ciò che già oggi è un problema grave, quello dell’imbuto formativo appunto che nega la formazione post lauream necessaria ai giovani medici per accedere al mondo del lavoro.

  1. Sacrificare la qualità formativa: perché?

 Aumentare il numero degli iscritti alla facoltà di Medicina e Chirurgia, o peggio abolire il test significherebbe, tra le altre cose, due cose: formare chiunque e formarli verosimilmente male. Per ricevere un’adeguata formazione in una facoltà simile è necessario disporre di strutture adeguate, aule, corsie d’ospedale in cui imparare, reparti all’avanguardia, laboratori moderni. Guardandoci negli occhi e raccontandoci la verità: come potrebbe tutto ciò realizzarsi all’improvviso viste le difficoltà che questo Paese ha? Un numero così grande di studenti significherebbe inevitabilmente barattare la loro qualità formativa con l’illusione di un sogno sfamato. E infine, non porre nessuna scrematura, nessuna linea di confine tra chi può accedere e chi no che impatto avrebbe sulla qualità delle conoscenze e delle competenze degli studenti e futuri medici?

Se davvero si ha a cuore il Servizio Sanitario di questo Paese, se davvero si hanno a cuore i sogni dei giovani di questo Paese e la loro formazione, se davvero si ha a cuore il bene comune, aumentare i posti di accesso a Medicina senza aumentare anche le borse di Specializzazione, non ha alcun senso. Rimarrebbe solo, come tante, una scelta che mi viene da pensare sia frutto solo della solita propaganda facile, fatta come ormai solo si sa fare, sulle spalle di una generazione che vorrebbe fiorire e che invece, pare proprio non potrà farlo.

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