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Ticket sanitario, ai siciliani costa di più che nella media del resto d’Italia

27 Ottobre 2019

La nostra è una delle regioni che prevede per i propri abitanti un esborso maggiore per far fronte alla spesa farmaceutica. Ecco tutti i dati.

 

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Secondo l’Istat sono 4 milioni gli italiani che ogni anno rinunciano alle cure per motivi economici. Un dato allarmante che colpisce in particolare la fascia d’età che va dai 45 e i 64 anni con una distribuzione territoriale disomogenea, che vede interessato soprattutto il sud e le isole.

Sono due i fattori che, statisticamente, incidono di più sulla scelta di rinunciare alle cure: il costo del ticket sanitario e le liste d’attesa.

Per quanto riguarda il ticket gli italiani versano all’erario quasi 3 miliardi di euro all’anno (dato riferito al 2017) per una spesa media pro capite di 47,7 euro.

Nel 2018 più di mezzo milione di cittadini italiani non si sono potuti permettere le cure mediche e i farmaci di cui avevano bisogno, mentre 13 milioni di persone hanno limitato le spese per visite e accertamenti. Dati, questi ultimi, pubblicati dal “Rapporto 2018 – Donare per curare: Povertà Sanitaria e Donazione Farmaci” che, facendo il paio con i dati dell’Istat, restituiscono una realtà tremenda del tessuto sociale ed economico del nostro paese.

Il trend decisamente preoccupante è testimoniato da un altro dato: la richiesta di farmaci rivolta alla Fondazione Banco Farmaceutico (che raccoglie e recupera farmaci per distribuirli alle strutture caritative che assistono gli indigenti) nel quinquennio 2013-2018 è aumentata del 22%.

Occorre precisare che il ticket si applica solo su alcune tipologie di prestazioni, ed in particolare: sugli accessi al pronto soccorso in codice bianco (pagano una quota fissa di 25 € solo gli utenti non esenti maggiori di 14 anni); sulle cure termali, sulle visite specialistiche, esami di diagnostica strumentale e di laboratorio e sull’acquisto di farmaci.

Queste ultime due categorie rappresentano gran parte della “fetta di mercato” del ticket. In particolare in Italia la compartecipazione dei contribuenti al costo d’acquisto dei farmaci ammonta ad 1 milardo e mezzo di euro.

Un dato curioso è che di questo miliardo e mezzo solo 500 milioni sono da imputare al ticket fisso mentre il restante miliardo riguarda la così detta “quota di partecipazione sul prezzo di riferimento” ovvero la scelta, del tutto autonoma dei cittadini, che preferiscono acquistare un farmaco brandizzato, pagando la differenza di prezzo, piuttosto che il farmaco equivalente (c.d. generico).

Dal 2000 lo Stato ha eliminato i propri ticket sull’assistenza farmaceutica. La maggior parte delle regioni però, per fare fronte al proprio disavanzo, hanno introdotto dei propri ticket che in genere consistono in una quota fissa per ricetta o per confezione.

Le stesse regioni hanno individuato alcuni criteri di esenzione. Questa situazione ha generato una babele che ha di fatto reso profondamente diverse, fra regione e regione, le politiche di compartecipazione delle famiglie alla spesa farmaceutica

Il Ticket in Sicilia
La Sicilia può essere considerata una delle “maglie nere” per quanto riguarda il ticket. È infatti una delle regioni che prevede per i propri abitanti un esborso maggiore per far fronte alla spesa farmaceutica.

Per quanto riguarda la compartecipazione a carico degli assistiti non esenti in Sicilia si paga un ticket di 4 € a confezione per i farmaci non equivalenti con prezzo minore o uguale a 25€. Il ticket sale a 4,5€ a confezione per i farmaci non equivalenti che hanno un prezzo superiore ai 25 euro.

Per i farmaci equivalenti (i così detti generici) il ticket scende a 2 € a confezione per i farmaci con prezzo inferiore o uguale a 25€, mentre sale a 2,5€ a confezione per quelli che costano più di 25 euro.

Per quanto riguarda invece la compartecipazione a carico degli assisti esenti, occorre fare una distinzione in funzione delle compartecipazioni di tipo 1 e di tipo 2. Per i gruppi di farmaci di tipo 1 vengono adottati gli stessi ticket previsti per gli assistiti non esenti. Per il gruppo di farmaci che rientrano nella Compartecipazione 2  è previsto un ticket di 1,5 € a confezione per farmaci non equivalenti con prezzo inferiore o uguale a 25€, il ticket sale a 2 € per le confezioni di farmaci non equivalenti che costano più di 25 €.

Il ticket scende ad 1 € a confezione per i farmaci equivalenti con prezzo inferiore o uguale a 25€ e 1,5 € per quelli che hanno un prezzo superiore ai 25 €.

Volendo fare un confronto con le altre regioni, possiamo ritenere decisamente più “fortunati” gli italiani che vivono in Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Marche e Sardegna. In queste regioni infatti non è previsto nessun ticket a carico dei cittadini per l’acquisto di farmaci, siano essi esenti o non esenti.

Pagano, ma pagano decisamente meno abbruzzesi e molisani (da un minimo di 0.25 centesimi ad un massimo di 2 €). Solo 1 € a ricetta invece, senza ulteriori distinzioni, nella Provincia Autonoma di Trento, sia che si tratti di non esenti che di esenti con codice C03 (compartecipazione di tipo 1). Nessun ticket invece per il gruppo di farmaci che rientrano nella compartecipazione di tipo 2.

Adotta un metodo diverso la Basilicata dove è previsto un ticket fisso di 2 € a ricetta per i non esenti e per gli esenti per il gruppo di farmaci con compartecipazione di tipo 2. Per il gruppo di farmaci compartecipazione di tipo 1 il ticket scende a 1 € a ricetta.

Un’altra voce di spesa che influisce parecchio sulle scelte dei cittadini è il ticket su visite specialistiche, esami di diagnostica strumentale e di laboratorio che ammonta a circa 1,3 mld.

Qui la normativa si divide in due. La prima misura è il ticket nazionale che in tutte le Regioni prevede una franchigia massima di 36,15 euro (salvo la Calabria dov’è fissata a 45 euro). Per franchigia s’intende la spesa massima a carico di ogni cittadino nell’arco dell’anno solare. Raggiunta tale soglia ogni successiva prestazione è esente da ticket nazionale.

Dall’altro lato c’è poi il famigerato superticket di cui si parla tanto in queste settimane, dopo l’annuncio del ministro della Salute Roberto Speranza di volerlo abolire del tutto.

In origine il superticket doveva essere di 10 euro fissi ma poi ogni regione ha fatto da sé: alcune hanno introdotto scaglioni in base al reddito, altre delle quote variabili in base al tipo di ricetta, molte altre sono rimaste sulla quota fissa di 10 ed alcune hanno deciso di non introdurlo, generando una giungla se possibile ancora più complessa di quella appena vista per i farmaci.

Anche qui la Sicilia purtroppo merita una maglia nera perché oltre alla quota fissa di 10 € è stata introdotta una maggiorazione del 10% del valore eccedente la franchigia (che in Sicilia è quella standard di 36,15 €). Regioni come la Basilicata, la Sardegna e la Provincia Autonoma di Bolzano hanno precorso i tempi, qui infatti non si paga il superticket, mentre nella Provincia Autonoma di Trento si paga una quota fissa di soli 3 euro in luogo dei 10 euro standard.

Il superticket, basandosi su una tassa fissa, pesa di più sulle fasce povere ed è ulteriore fonte di diseguaglianze fra regione e regione, determinando spesso o la rinuncia alle cure o lo spostamento dal servizio sanitario pubblico alle prestazioni private.

Si è infatti giunti a situazioni paradossali per le quali alcuni tipi di prestazione di uso comune, come l’esame delle urine, costano mediamente 16 euro con la sanità pubblica e meno di 3 euro con la sanità privata. Idem per un esame diffuso come l’emocromo che costa più di 20 euro con la sanità pubblica e meno di 10 euro con i privati.

È facile a questo punto comprendere che agire sul ticket, per moderarne i costi a carico delle famiglie, è di fondamentale importanza per allineare realmente il servizio sanitario nazionale e regionale ai principi di equità ed accessibilità delle cure.

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