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Tamponi dai medici di famiglia, in Sicilia tarda il via: «Problemi organizzativi»

4 Dicembre 2020

Nessuna novità dall'ultimo vertice regionale. I sindacati di categoria in attesa delle aree esterne dove effettuare i test rapidi e del coordinamento delle Asp. Inoltre i non firmatari dell'intesa ribadiscono i propri dubbi.

 

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PALERMO. Nessuna novità dall’ultimo vertice tra i sindacati e i manager dell’Asp per dare avvio alla discesa in campo della medicina di famiglia nella lotta al Coronavirus in Sicilia.

L’accordo siglato il 12 novembre prevede che i medici e pediatri di base effettuino i tamponi nel proprio studio o nelle sedi individuate dalla Asp. Tuttavia, ancora il servizio non è partito e sono numerose le perplessità da parte dei sindacati.

«Le Aziende sanitarie provinciali non sono in grado in questo momento di dare ai medici i locali idonei e il personale per fare i tamponi rapidi come previsto dal contratto, che comunque sarà rispettato- dichiara ad Insanitas Domenico Roberto Grimaldi, segretario FIMMG Catania- Per iniziare questo tipo di attività serve un’organizzazione non indifferente. Il medico di famiglia, infatti, deve regolare le prenotazioni e fare il tampone ai suoi pazienti asintomatici che sono stati a contatto con soggetti positivi. Non deve fare tamponi “a tappeto”, ciò significa che le Asp devono organizzare la distribuzione di queste persone in relazione a quelli che sono i tempi e i locali a disposizione. Se non c’è la parte aziendale dell’organizzazione, il medico sta qui ad aspettare che gli sia dato il via libera. Inoltre, mi risulta che i tamponi non siano ancora disponibili in tutta la regione».

In realtà, dall’assessorato alla Salute hanno fatto sapere nei giorni scorsi che i tamponi rapidi sono arrivati, ma che c’è un problema di distribuzione perché le Asp devono indicare quali sono i medici a cui recapitarli nel proprio studio e le sedi ufficiali esterne dove tutti gli altri faranno i tamponi.

«A Palermo si stanno scegliendo le aree in cui fare i tamponi, a Catania neanche questo», precisa ancora Grimaldi, che non è l’unico a dire tra le righe che ci sarebbe una mancata volontà da parte di alcuni vertici delle Asp siciliane di attuare questo accordo.

Lo conferma Sergio Lombardo (delegato SMI, sindacato contrario all’attuazione dell’intesa nazionale sui tamponi): «L’Asp ha difficoltà ad attivare questo servizio perché deve mettere a disposizione locali e personale, organizzando tutto in base ai nostri turni in studio. Forse alcuni ritengono che la nostra attività sia limitata a 3 ore di ambulatorio al giorno, ma in realtà non è solo quella. Ad esempio ho 1.500 pazienti, ci sono le telefonate e le visite domiciliari. Inoltre stiamo facendo i vaccini antinfluenzali, generalmente al di fuori del normale orario di lavoro. Ai soggetti fragili, gli oncologici e i 75 grandi anziani che seguo li faccio a domicilio. Infine chi ha meno di 650 pazienti è tenuto a fare anche guardia medica, poi può andare pure al “capannone” a fare i tamponi? Noi non contestiamo l’accordo per partito preso, ma perché ci sono motivazioni. Secondo me chi ha progettato questa idea non vive nella realtà, perché ognuno ha i suoi ruoli. Non mi pare che siano stati chiamati, ad esempio, i dermatologi o dentisti a fare i tamponi».

«Siamo contrari perchè non ci sono le giuste garanzie a supporto di questa attività, peraltro non di competenza dei medici di base. Dovrebbero occuparsene i laboratori di analisi o gli uffici di Igiene e Prevenzione- afferma Giuseppe Biondo, rappresentante regionale dello Snami, altro sindacato che non ha firmato l’accordo- Noi non ci siamo rifiutati, abbiamo chiesto di usare il buon senso perché il problema è principalmente di sicurezza, non possiamo andare “in guerra” con le “scarpe di cartone”. Non è stato previsto neanche un corso di formazione, come invece è stato giustamente fatto per le Usca e per i colleghi del 118. Dobbiamo fornire dati attendibili ai fini epidemiologici e statistici, quindi dovremmo fare i tamponi secondo criteri univoci, poichè  anche l’esecuzione corretta ne determina l’attendibilità. Attualmente siamo il riferimento di tutti i pazienti allo sbaraglio: gli ambulatori sono chiusi, gli ospedali pieni, a chi si devono rivolgere le persone? Non esiste solo il Covid».

Poi aggiunge: «Teoricamente l’organizzazione c’è perché i sintomatici vengono seguiti dalle Usca e i contatti che al decimo giorno sono ancora asintomatici si mandano a fare il tampone al drive in, non c’è bisogno che noi facciamo i tamponi. Inoltre, il drive-in è il miglior modo per fare i test rapidi perché è sicuro sia per l’operatore che per il cittadino».

Tuttavia, le Usca non riescono più a gestire bene la situazione e le denunce di disservizi non mancano: «Stanno lavorando in maniera egregia e vanno coadiuvate, però la situazione non è quella del 28 marzo, quando ne fu istituita una ogni 50.000 abitanti. Allora eravamo un’isola felice, adesso non bastano, infatti l’assessorato ha deciso di raddoppiarle- ricorda Biondo- Noi siamo il punto di riferimento a cui si rivolgono tutti i pazienti, perché ormai le Usca spesso non riescono più a rispondere, perché sono impegnate come non lo erano durante la prima ondata. Il supporto, però, secondo me potrebbe essere quello amministrativo e infermieristico».

Dello stesso avviso anche Grimaldi, che trae però diverse conclusioni: «Per consentire al medico di famiglia di proseguire la sua normale attività in periodo di pandemia sono nate le Usca, con l’obiettivo, su richiesta del medico di famiglia, di visitare a domicilio i soggetti sintomatici che stanno poco bene per verificare se sono in condizioni di stare a casa o se necessitano di essere ospedalizzati. Succede, però, che per problemi organizzativi ora vengono utilizzate per svolgere anche attività diverse e sono quindi distolte da quella principale».

Poi il segretario della FIMMG Catania sottolinea: «Il tampone rapido non è importante per rallentare l’evoluzione della malattia anche perché ha un’alta percentuale di falsi negativi e anche quando è positivo non è certo, tanto che il dato deve essere poi confermato con il molecolare. Ma è necessario fare lavorare bene le Usca, che insieme al medico di famiglia cercano di evitare il sovraccarico degli ospedali. Tutti in questo momento stiamo facendo tantissimo, ma ognuno per conto proprio purtroppo, mentre in una pandemia è la sinergia che fa la forza, bisogna fare squadra. Se questa filosofia non è sposata e avallata da tutti non si possono vedere grandi risultati nella lotta al Coronavirus».

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