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Stress e disagi da isolamento, ecco alcuni casi gestiti da psicologi e psicoterapeuti

30 Maggio 2020

Abbiamo intervistato la psicologa Rosalia Mistretta e le psicoterapeute Gaia Randazzo e Susanna Marotta.

 

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PALERMO. L’isolamento forzato da Coronavirus ha causato stress e disagio psicologico nella vita di numerosi adolescenti, bambini e adulti. Nonostante alcuni abbiano vissuto il periodo di quarantena in modo costruttivo per completare attività già in corso d’opera, ascoltare musica o leggere un libro, trascorrere più tempo in famiglia, il Coronavirus ha mostrato le vulnerabilità dei singoli individui.

Abbiamo intervistato per InSanitas la psicologa Rosalia Mistretta e le psicoterapeute Gaia Randazzo e Susanna Marotta.

Durante la quarantena come sono state gestite le terapie già avviate precedentemente?
“Ho continuato l’attività in modalità online con alcuni pazienti. Soprattutto con chi aveva necessità. La prima difficoltà è stata la convivenza che ha visto stare insieme, per molte ore e per molti giorni, figli adolescenti con genitori con cui avevano pregresse problematiche. Anche la difficoltà di uno spazio che garantisse la privacy”, racconta Rosalia Mistretta, esperta di Neuropsicopatologia evolutiva, psicologa clinica a Caltagirone ed a Palermo oltre che docente all’Università di Palermo. “La facilità c’è stata nella modalità della videochiamata perché i ragazzi sono abituati alla tecnologia. Riuscire a trovare in casa uno spazio protetto che in terapia è quello della seduta è stato più complesso. Però ci siamo riusciti”.

Poi aggiunge: “Con i bambini di 9 o 10 anni è stato più complicato. In una minima percentuale siamo riusciti a portare avanti dei trattamenti. La facilità è stata nell’utilizzo del computer utilizzato già in alcune fasi della terapia. I genitori hanno collaborato per l’utilizzo delle piattaforme e i bambini sono riusciti a lavorare utilizzando le risorse in rete, come lavagne interattive e condivisione di immagini. I bambini sono attenti a crearsi il loro spazio senza distrazioni ed a seguire le indicazioni fornite. Ho portato avanti, ad esempio, il caso di Umberto, che sta affrontando la separazione dei suoi genitori. Sono riuscita a lavorare con una bambina affetta da dislessia seguendo il trattamento a distanza. Con altri casi, come bambini con disturbo di comportamento, che hanno grosse difficoltà a stare seduti, di facile distrazione, non lo abbiamo nemmeno proposto: sarebbe stato un elemento di difficoltà per la famiglia. Sono riuscita a lavorare con adolescenti con problemi legati alla loro autostima. Nello specifico, due pazienti che avevo già in terapia in presenza. Il permanere in famiglia, dove questi meccanismi creano una fuga dall’adulto, dal genitore, hanno reso più difficile la quarantena”.

“I genitori hanno avuto bisogno di essere sostenuti per sostenere i loro figli”, racconta invece Susanna Marotta, psicologa e psicoterapeuta gestaltica, specializzata nel campo adulti e adolescenti, psicologa in Diagnosi Prenatale all’Ospedale Cervello di Palermo. “La loro paura è rispetto alla reazione dei figli bambini o nella pre-adolescenza. Alcuni genitori hanno chiesto aiuto nel leggere il loro comportamento o il non voler uscire di casa con l’inizio della Fase 2”.

Dal punto di vista del trattamento durante la quarantena c’è stato un periodo più critico?
“La fase iniziale della quarantena è stata complessa per alcune famiglie. Il disagio giovanile è dilagante. Gli ambulatori di neuropsichiatria infantile sono rimasti aperti solo per emergenza per questa tipologia di utenti che si trovavano di fronte ad una situazione di forte costrizione a cui non riuscivano a reagire nella maniera più adeguata.
Un altro aspetto che abbiamo riscontrato è legato alla disabilità: è stato complicato seguire a distanza bambini che avevamo in terapia. I genitori si sono trovati a dover gestire aspetti come la terapia stessa e la convivenza in casa con i bambini. La quarantena ha fatto venire fuori tante fragilità e vulnerabilità del sistema”, continua la dottoressa Mistretta.
“Alcuni pazienti non avevano accettato la modalità online, ma un paio di loro, adulti, mi hanno contattata per passare alla modalità online perché avevano un’esigenza impellente dovuta a stress e convivenza forzata con i familiari”, racconta ancora la dottoressa Susanna Marotta.

La psicologia ha affiancato il mondo scolastico?
“Nella fase iniziale del Covid-19, dove c’è stata la frattura con le vecchie abitudini, abbiamo portato avanti un progetto con un’associazione di esperti per supportare i più piccoli. Creando  momenti d’incontro pomeridiani in videochiamata con specialisti che hanno dato disponibilità. I bambini hanno conosciuto, per esempio, i musicisti del Teatro Alla Scala di Milano. Abbiamo fatto una call per conoscere le scuole che non si fossero attivate nell’emergenza. All’inizio abbiamo collaborato con due scuole, una di Caltagirone, l’altra di Palermo. Poi hanno aderito da tutta Italia. Abbiamo creato una rete con classi virtuali, i bambini hanno imparato dalla ricchezza di questi professionisti, dalle loro esperienze di vita. Sono intervenuti uno skipper che ha ottenuto il guinness dei primati per le rotte transoceaniche, una disc jokey e una costumista del Teatro Alla Scala, adesso attiva al Teatro Massimo di Palermo che ha mostrato maschere e abiti di scena ai bambini”.

Quali riscontri ci sono stati con l’inizio della Fase 2 e la fine del lockdown?
“Ho avuto una forte spinta dai pazienti a ritornare in presenza. Il desiderio di ritornare alla routine, alla quotidianità e al sentire l’altro dal vivo. È stato emozionante rivedere i pazienti. Un’emozione reciproca. C’è una voglia di riprendersi i propri spazi, i propri tempi e la propria vita”, racconta ancora la dottoressa Mistretta.

Come hanno reagito gli adulti alla proposta di una modalità online per la terapia?
“Nel periodo di lockdown ho dovuto ridurre l’attività. Non tutti i pazienti erano disponibili a proseguire online con videochiamata su Skype o Whats App”- racconta Gaia Randazzo, psicoterapeuta esperta in ambito clinico e familiare, formatore professionale, tutor aziendale e assistente all’autonomia per alunni disabili- Alcuni per mancanza di abitudine nell’utilizzo di questi strumenti. Altri ci hanno provato riuscendo con successo. Per cause legate al tipo di lavoro di alcuni pazienti ho dovuto sospendere delle terapie. Casi ben gestiti, in cui non c’era un alto livello di malessere. Pazienti che trascorrevano l’intera giornata in smart working quindi iper stressati e bombardati dalla tecnologia, tra email, riunioni e messaggi. Il problema peggiore l’ho avuto con una persona che oltre a lavorare in smart working è anche addetto ai sistemi informatici in un ufficio, chiamato costantemente in casa a svolgere servizi per video riunioni e installazioni di software. Un’altra paziente che ha interrotto la terapia è un’insegnante. Altre due pazienti, di 28 anni e di quasi 40, dopo aver dichiarato di poter gestire bene la propria situazione hanno interrotto la terapia in vista di riprenderla a metà giugno con l’attività in presenza”.

Sono arrivate nuove utenze con la fine del lockdown?
“Ho ricevuto tre nuovi utenti- continua la dottoressa Randazzo- Con uno di loro, una ragazza di 23 anni, cominceremo in modalità online via Skype per continuare in presenza alla riapertura dello studio. Con un altro utente abbiamo iniziato una terapia durante il lockdown e la stiamo svolgendo online. Si tratta di una ragazza che aveva bisogno di aiuto da tempo. Chiusa in casa, a contatto con i propri disagi, ha deciso poi di entrare in terapia. Problematiche relazionali con la famiglia di origine, da cui si è staccata, e con il proprio compagno con cui convive. Il Coronavirus ha modificato il tempo da vivere insieme e la condivisione degli spazi”.

Per la dottoressa Marotta il 27 maggio è stato il giorno di ripartenza delle terapie in presenza con due nuovi appuntamenti. Tra i temi lo stress, l’isolamento e la convivenza forzata, ma pure traumi legati a violenza. “Anche i centri antiviolenza si sono attivati in questo periodo- racconta la dottoressa Marotta- Ho partecipato al secondo livello del Ministero della Salute con la società di cui sono socio fondatore dando la disponibilità a quattro colloqui gratuiti, in emergenza, alle donne vittime di violenza. Abbiamo ricevuto una serie di richieste di questo tipo”.

La prova di fuoco dovuta al lockdown non ha coinvolto solo i pazienti…
“C’è stato un disorientamento iniziale nel nostro lavoro- conclude Susanna Marotta- È un periodo che ci ha dato modo di riflettere. La stessa paura che hanno vissuto i nostri pazienti l’abbiamo vissuta anche noi. Il confronto con i colleghi ci ha dato modo di fronteggiare l’emergenza. È un lavoro quello del terapeuta, un percorso basato sulla fiducia. Non avevo paura di essere contagiata ma di contagiare. Lavorando con l’idea di prendermi cura dell’altro ho agito nei termini di protezione dell’altro”.

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