coronavirus tamponi

Storie di siciliani che attendono il tampone

11 Aprile 2020

Sara, Giuseppe, Carmelita e gli altri: la vita sospesa in attesa del tampone

 

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L’assessore Ruggero Razza ieri ha registrato un video messaggio, proprio per rassicurare i tanti siciliani in attesa di un tampone: test rapidi e nuovi laboratori per velocizzare le procedure e “liberare” migliaia persone alle prese con una quarantena che sta durando più del previsto (leggi qui).

Fra questi ci sono Sara e Giuseppe Moscato insieme alla loro bimba, si son posti ben due volte in isolamento fiduciario. La prima volta a Voghera in provincia di Pavia, dove Giuseppe fa il ponteggiatore di raffineria, perché volevano arrivare in Sicilia senza paure e la seconda giunti nell’Isola in osservanza delle leggi. Ma Sara è al settimo mese di gravidanza e freme: “devo fare gli esami di routine, le analisi del sangue, le ecografie ma non ho il permesso di uscire da casa”. E la mia bimba – non abbiamo ancora la residenza qui – beh, lei ha 18 mesi e non ha ancora un pediatra”.

È tutto fermo per via del Coronavirus ma Sara è una mamma e ha diritto di avanzare pretese per i suoi piccoli. “Ho chiamato tutte le istituzioni preposte, Asp, Protezione civile, Comune ma quando rispondono mi rimbalzano uno all’altro e la Protezione Civile ci ha informati per giunta che devono prima esitare tamponi già effettuati”. Perché è questo il nuovo problema in Sicilia, come nel resto d’Italia: mancano i kit per i tamponi e i risultati slittano, così come la vita di chi aspetta di farli. “Ma io ho delle scadenze da rispettare per la salute della creatura che porto in grembo. Qualcuno mi vuole ascoltare?”, esclama.  Erano disposti a fare il test in un laboratorio privato a proprie spese ma gli hanno detto che devono attendere la comunicazione dell’ Asp.

A un mese dal “decreto anticoronavirus” emanato dal Governo Conte per frenare l’inesorabile avanzata dell’epidemia e dall’ordinanza retroattiva firmata dal governatore Nello Musumeci giorno 20 marzo, sono migliaia i “sequestrati” in casa. E adesso la rabbia monta. A cosa è servito seguire le regole, si chiedono. Perdere tempo a registrarsi nel portale, comunicare lo stato di salute al medico e all’Asp di riferimento. E adesso che uno spiraglio sembra esserci – con la proposta dell’autocertificazione, avanzata dal Comitato Tecnico Scientifico, ancora al vaglio della Regione – chi comunicherà tempestivamente a queste migliaia di persone che la loro “carcerazione” è finita?

T.N., geometra – topografo a Parigi, un altro giovane siciliano di ventisei anni, si è messo in macchina insieme ad un collega ed è tornato in Italia.  “Quando, a causa della pandemia, il cantiere dove lavoravo ha temporaneamente chiuso i battenti ho deciso di tornare nella mia terra, non potevo restare lì senza un guadagno” e adesso, nel piccolo comune dell’entroterra siciliano di residenza, in un piano separato dai suoi, aspetta che l’Asp gli comunichi quando e dove fare il tampone. Sono tre settimane che è chiuso in casa, e dopo essersi autodenunciato, ha comunicato periodicamente le sue condizioni di salute al suo medico di famiglia. “No, non ho febbre, tosse e raffreddamento e allora – mi chiedo – perché sprecare un tampone e il tempo necessario per analizzarlo per me che sto bene e non farlo ai malati che soffrono?”

Una storia simile è quella del suo compagno di viaggio – il 38enne ennese in procinto di mettere su famiglia – che si è “rintanato” a Enna, dove vive da solo. La sua “dolce metà” – per sicurezza – è rimasta in Italia a casa con i suoi genitori, ma gli recapita, lasciandola davanti alla porta, una busta di spesa al bisogno. “Se io sto bene è normale che si carichi lei la confezione d’acqua?”, si chiede turbato. Ho fatto tutto per bene, seguendo le regole – ribadisce – ma a cosa è servito se adesso non mi ascolta nessuno?”. In Francia, con l’emergenza Covid19, gli chiedevano di passare da un hotel all’altro per lasciare posto, giustamente, ai clochard, ma in Italia, nel suo Paese, che di lavoro non ce n’è è ancora peggio. Il suo è stato un isolamento fiduciario sì “infatti nessuno è venuto a controllare se fossi realmente a casa e soprattutto quali sono le mie condizioni di salute reali”. E ieri “dopo aver chiamato tutti i numeri verdi ho telefonato ai carabinieri per avere notizie”. Insomma, quando finirà questo sequestro di persona?  “E se tra 20 giorni dovessero ripartire i cantieri e io dovessi mettermi 14 giorni in isolamento anche lì? Rischierei di perdere il posto”.

Se l’isolamento dei due geometri – topografi rientra fra quelli necessari per chi è rientrato dal nord o dall’estero, c’è chi si trova in casa dopo essersi visto strappare l’amore di una madre dal Covid-19. È questo il caso di Carmelita che ha potuto fare il tampone rinofaringeo solo dopo la dipartita in ospedale dell’anziana madre, che non ha più potuto vedere mentre era in autoisolamento a casa: “Per trovare pace in questa vicenda – ha dichiarato – voglio sapere almeno se il contagio è partito da me”. Le testimonianze raccolte raccontano di mille altre vite in sospeso, dimenticate o quasi dal farraginoso sistema burocratico, che si è letteralmente ingolfato alle prese con un’emergenza sanitaria di carattere mondiale. Mentre in Sicilia e nelle Aziende sanitarie si parla di logistica, mentre si affida la salute psico-fisica delle persone alle applicazioni, in tanti tremano all’idea di perdere il posto di lavoro e il diritto di vivere serenamente anche la genitorialità.

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