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Storia di Iole, la nonna palermitana che a 100 anni ha sconfitto il coronavirus

15 Maggio 2020

Tante attenzioni ed una terapia a base di eparina, così l'equipe del dottor Provenzano ha salvato nonna Iole: "Siamo felicissimi, oggi la rianimazione è vuota e rimangono solo 12 pazienti covid, ma il virus rimane un killer silenzioso e misterioso"

 

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Nonna Iole Neri, 100 anni, è stata per diverse settimana la “mascotte” del Covid Hospital di Partinico fino a ieri, quando, fra gli applausi e la commozione di medici, infermieri, paramedici, è tornata a casa. All’uscita del reparto ovviamente non mancavano le telecamere: “Non fatemi la fotografia, non ho i capelli sistemati”, Iole sta bene e ci tiene non solo a dirlo ma anche a farlo vedere. Era ospite della casa di riposo di Palermo Regina Pacis, dove si è sviluppato un focolaio di coronavirus. Tra pazienti e personale, solo una persona è risultata negativa al Covid-19, così il 18 aprile scorso è stata trasferita al Covid Hospital di Partinico perchè anche lei aveva contratto il coronavirus.

“Ma io non mi sentivo male”, dice. “Quando è arrivata in ospedale – racconta Enzo Provenzano, coordinatore del Covid Hospital di Partinico – il suo quadro clinico era buono. Ma le premesse erano brutte. Aveva una polmonite interstiziale”. Insomma, si temeva il peggio. Anche dovuto al fatto che nonna Iole può essere curata solo con eparina, per via di altri farmaci che prendeva, incompatibili con quelli previsti dai protocolli per il coronavirus. “Sono due i grandi problemi delle persone anziane che hanno il coronavirus – dice Provenzano – La paura e la solitudine. Noi abbiamo adottato questa nonnina e non l’abbiamo mai lasciata da sola. Lei è sempre stata sorridente, mente lucida, vigile”.

“Mi sono sentita a casa – dice nonna Iole – Non mi hanno mai fatto mancare nulla”. Nessuno poteva venire a trovare la signora, nemmeno il figlio Giuseppe Di Stefano. Ecco che allora l’ospedale è diventata la nuova casa di Iole e medici e infermieri i nuovi figli. “Per me lo sono stati – dice – Mi preoccupavo per loro, del fastidio delle divise che dovevano indossare”. Ma i medici in realtà erano preoccupati per lei: “Il primo problema riguarda l’effetto citopatico – spiega Provenzano – Con l’eparina siamo riusciti ad evitare questa tempesta citochimica che avrebbe interessato altri organi e probabilmente portato al decesso la donna. Invece la signora ci ha sorpreso. Migliorava giorno dopo giorno. La scelta alla fine si è rivelata vincente”. A fine aprile il primo tampone negativo e il trasferimento in un reparto “pulito”. Poi il due maggio il secondo tampone negativo e l’attesa dei fisiologici tredici giorni per le dimissioni.

“Siamo felici – dice Provenzano – Oggi la rianimazione è vuota, ci sono solo dodici pazienti ricoverati, ma tre di questi risultano già negativi al primo tampone. Abbiamo trascorso attimi brutti. Io non dimenticherò mai il volto degli anziani che arrivavano qui con una paura incredibile, convinti di essere condannati a morte. Magari nelle varie strutture ospedaliere c’era un approccio con il paziente anche veloce, non si è mai considerato il collaterale di altre patologie, come diabete o quelle connesse al sangue. E lo capisco anche. Qui, invece, abbiamo scelto un approccio diverso, più familiare. Anche noi medici abbiamo sofferto e soffriamo di paura e solitudine”. E il medico racconta: “Quelle rarissime volte che sono andato a fare la spesa – dice – la gente cambiava strada o mi salutava da lontano. Una sensazione da appestato che non dimenticherò mai”.

Il virus però rimane un killer silenzioso e misterioso: “Se posso esprimere la mia opinione da medico – dice Provenzano – ritengo che in Sicilia il virus sia stato meno virulento che al nord. Ora i numeri ci lasciano ben sperare, ma dobbiamo essere prudenti, perché nessuno può azzardare previsioni. Vaccino? Ci sarebbe da discutere. Alcuni ceppi del virus non sviluppano nemmeno gli anticorpi. Insomma è un virus canaglia che va ancora studiato. Per me è fondamentale la regola delle tre “T”: tracciabilità, testare e terapia. La tracciabilità del virus per permettere di studiarlo al meglio, testare dove si diffonde, facendo tamponi a tappeto nelle varie comunità, sia per anziani che non, perché alla fine i grandi problemi sono venuti fuori da lì. E a tutto il personale sanitario. E poi le terapie. Ci sono troppi protocolli. Ma ritengo che la soluzione migliore sia intervenire prima che questi pazienti arrivino in rianimazione. Dopo è già tardi”. Iole adesso è tornata a casa dal figlio. Lo scorso 4 aprile ha festeggiato i suoi 100 anni. Adesso vuole spegnere le candeline con la sua famiglia. “Ora torno alla mia normalità – dice Iole – Mi sento bene e sono molto tranquilla”.

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