Soffrite di colon irritabile? Non fate abuso di mele e pere…

6 Aprile 2016

Maria Cappello, dirigente medico di Gastroenterologia ed epatologia del Policlinico di Palermo: «Una ricerca australiana ha confermato che in questi casi è consigliabile una dieta povera di elementi zuccherosi, tra cui il fruttosio».

 

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PALERMO. Una mela al giorno toglie il medico di torno. Un detto vecchio di mille anni, una perla di saggezza che, dalle nonne di ieri a quelle di oggi, ha caratterizzato le scelte alimentari di tutti. Eppure, adesso questo semplice motto viene messo in crisi.

E non da millantatori qualunque, ma da ricercatori scientifici australiani. Le mele, insieme alle “cugine” pere, possono nuocere alla salute di chi soffre di particolari disturbi gastrointestinali. E non sono le sole.

Le prime importanti dimostrazioni scientifiche parlano chiaro: spesso la dieta è la prima terapia da iniziare per curare sindrome dell’intestino irritabile, steatosi epatica non alcolica (più comunemente nota come “fegato grasso”) o celiachia. E costa molto meno di un trattamento farmacologico.

«Sembrava un concetto ovvio per i pazienti- dice Maria Cappello, dirigente medico dell’Unità operativa di Gastroenterologia ed epatologia del Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo e responsabile per le malattie infiammatorie croniche intestinali – perché c’erano scarse evidenze scientifiche. Negli ultimi cinque anni ci sono».

Partiamo dal colon irritabile, quell’insieme di disturbi molto fastidiosi (stipsi, diarrea, dolori addominali, pancia gonfia, dimagramento) che, in Italia – Sicilia inclusa -, colpisce una notevole fetta di popolazione: circa il 10-20 per cento. «È il più frequente motivo per cui si va dal gastroenterologo- spiega la dottoressa Cappello- Al Policlinico vediamo moltissimi pazienti. La loro qualità di vita è sovrapponibile a quella di chi ha lo scompenso cardiaco».

Le novità scientifiche arrivano dall’Australia dove è stato coniato l’acronimo Fodmad, che sta per fermentabili, oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli. I ricercatori sono giunti alla conclusione che una dieta povera di questi elementi sia in grado di migliorare sensibilmente la sintomatologia.

Cosa sono queste sostanze? «Semplicemente zuccheri molto comuni e che vanno ridotti», sostiene l’esperta. Tra questi il fruttosio, di cui sono ricche pere e mele che possono favorire il gonfiore addominale, o i fruttani, presenti nei legumi. Da limitare anche il frumento e i polioli. Appartengono a questo gruppo il sorbitolo (un dolcificante), il mannitolo (riscontrabile nei funghi) e lo xilitolo, sostanza che si trova nelle gomme da masticare.

Attenzione però: nessun allarmismo. Si tratta di prodotti che non vanno demonizzati, ma assunti con cautela da chi ha ricevuto una diagnosi per questa patologia. È perciò molto importante affidarsi alle mani giuste ed evitare il fai da te. «Devono lavorare insieme diverse figure professionali: medici di medicina generale, specialisti, cioè i gastroenterologi, e nutrizionisti», chiarisce la Cappello.

Al Policlinico esiste un ambulatorio dedicato alla steatosi epatica non alcolica che ha in cura un nutrito gruppo di oltre 1.000 pazienti. Il “fegato grasso” è una malattia del benessere, legata ad un’alimentazione troppo ricca e alla sindrome metabolica, “preludio” di malattie cardiovascolari e diabete. Ne soffre il 20 per cento della popolazione e molti bambini ne sono affetti. Il problema è che non dà sintomi e spesso si scopre banalmente, ma a lungo andare le conseguenze possono essere serie.

Un fattore di rischio è il fruttosio contenuto in soft drinks, merendine, dolcificanti, sciroppo di mais (molto diffuso). La steatosi epatica però costituisce l’occasione di riscatto per una bevanda che quasi sempre viene additata come qualcosa di non esattamente salutare: il caffè. Pare abbia degli effetti benefici sul “fegato grasso”.

La dieta gioca un ruolo di primissimo piano nelle patologie correlate al glutine. La celiachia (l’intolleranza a questa sostanza) interessa l’1 per cento della popolazione nazionale. «Però per ogni caso noto – afferma la gastroenterologa – ce ne sono 7 non diagnosticati. Esiste poi anche una sensibilità al glutine, che dovrebbe essere intorno al 6 per cento».

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