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Silenzio, infanzia e sessualità: tre miti da sfatare sulla psicoterapia

28 Marzo 2016

Che il psicoterapeuta non parli quasi mai e la terapia si focalizzi principalmente su infanzia e sessualità sono tutte false credenze: ecco perché...

Dott.ssa Anna Maria Ferraro, Psicoterapeuta

Nonostante la psicoterapia sia una pratica di cura ormai diffusa e riconosciuta come efficace nel risolvere in modo duraturo le difficoltà del paziente e, altresì, nel consentire una notevole riduzione dei consti della sanità, esistono ancora alcune false credenze, specie sull’orientamento psicodinamico, che vale la pena smitizzare affinché chiunque valuti la possibilità d’iniziare un percorso terapeutico possa farlo senza lasciarsi condizionare da false credenze o vulgate popolari.

Ecco alcune tra le false credenze più pervicacemente diffuse:

FALSA CREDENZA N. 1: Il terapeuta non parla mai o quasi mai.

Non è vero perché il terapeuta ha nelle parole – e non solo – il suo strumento di cura. Quindi parla. Eccome.

Parla nei colloqui iniziali per condurre un’opportuna analisi anamnestica; parla comprendere e spiegare il senso dei sintomi; parla per mettere in evidenza i nessi che compaiono nelle narrazioni del paziente e di cui il paziente non sembra essere consapevole; parla per proporre piccole riflessioni sulla storia del paziente nell’intento di verificare quant’egli sia in grado di accoglierle, riconoscerle e farle sue.

E ancora, nel prosieguo terapia, parla per mettere in evidenza i traguardi raggiunti dal paziente. Solo quando il paziente è diventato un buon conoscitore di sé, solo allora, parla meno. E si è quasi ai saluti.

FALSA CREDENZA N. 2: La terapia si focalizza principalmente sull’infanzia.

Non è vero perché benché l’infanzia sia un periodo importante non è l’unico periodo in cui si “determina tutto”. Esistono altre fasi della vita (l’adolescenza, la prima età adulta) in cui ancora la personalità del paziente, l’idea ch’egli ha di sé, le sue modalità relazionali sono ancora, per così dire, un work in progress. In queste fasi molto, se non tutto, è ancora in gioco.

Certo, l’infanzia è il primo grande cestino di “pezzi di puzzle” che compongono la personalità del paziente: è lì che iniziamo, per esempio, ad ap/prendere le modalità relazionali, ma c’è tutto un dopo, e altri “pezzi di puzzle” che appartengono ad altre fasi della vita, e che il terapeuta non trascura, anzi, incastra e disincastra opportunamente, insieme al paziente.

FALSA CREDENZA N. 3: La terapia si focalizza principalmente sulla sessualità del paziente.

Non è vero. L’idea che l’attenzione prevalente del terapeuta sia rivolta alla sessualità del paziente risente del contesto in cui nasce la psicoanalisi. Quando nasce la psicoanalisi siamo in età vittoriana, un contesto pudico e per bene. E non è caso che Freud, nella sua seconda topica, proponga il concetto di “Super Io”, ovvero di una parte della psiche con funzioni di monito e censura su tutto il mondo legato al desiderare.

Ora, stante queste premesse, la sessualità diventava forse una sorta di cartina tornasole rispetto al concetto e all’idea di desiderio. Oggi la dimensione del desiderare è molto vicina, purtroppo, a quella del consumare, che è cosa ben diversa. Così nell’epoca – che qualcuno ha giustamente chiamato – delle “passioni tristi” il “Super Io” è come se fosse un po’ “disadattato” o “disoccupato”. Cioè è una funzione psichica che ha smarrito il suo mandato. Ma questa è un’altra storia, di cui certo parleremo.

Per concludere: al terapeuta oggi interessa la sessualità sì, ma come ogni altro ambito della vita del paziente.

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