tumore al seno

Sicilia Case di cura

Giornata Mondiale contro il Cancro

Daniela, Emanuela e Anna e il carcinoma affrontato oltre la retorica delle “guerriere”

Parlare di prevenzione, diagnosi precoce e accesso alle terapie è fondamentale. Ma lo è altrettanto ascoltare le voci di chi la malattia l’ha vissuta sulla propria pelle

Tempo di lettura: 7 minuti
4 Febbraio 2026 - di

Tre storie di cura, scelte e consapevolezza che arrivano dall’Istituto La Maddalena di Palermo e dal Policlinico Giaccone di Palermo. Ogni anno, il 4 febbraio, la Giornata Mondiale contro il Cancro ci invita a fermarci, ascoltare e riflettere. Dietro i numeri, le statistiche e le campagne di prevenzione ci sono persone reali: vite piene di sogni, famiglie, lavoro, progetti che, da un giorno all’altro, si trovano a fare i conti con una diagnosi di cancro. Non esiste un unico modo di affrontare la malattia. Ognuno attraversa questo percorso in maniera diversa, costruendo significati, strategie e riflessioni personali. Le storie che seguono raccontano tre esperienze differenti, accomunate da un elemento centrale: l’importanza della relazione di cura, dell’ascolto e della possibilità di scegliere consapevolmente.

Daniela e la scelta di non ricostruire il seno: quando la consapevolezza diventa libertà

«La femminilità di una donna non è legata ad avere o meno il seno». Su questo Daniela non ha dubbi. È una consapevolezza maturata nel tempo, durante gli anni della malattia. Nel 2020, a 46 anni, riceve una diagnosi di carcinoma lobulare infiltrante della mammella di 6 cm. Inizia il suo percorso di cura presso l’Istituto “La Maddalena” di Palermo. Prima dell’intervento chirurgico affronta una terapia ormonale che, nonostante gli effetti collaterali, non la conduce mai alla depressione che spesso accompagna la malattia. Sportiva da sempre, decide di continuare a prendersi cura di sé: scopre che il movimento attenua i disturbi legati ai farmaci. Il corpo risponde, la mente regge. Subisce una mastectomia con riduzione dell’altro seno. Al suo fianco c’è la senologa Debora Castrogiovanni, presenza costante e umana. A soli dieci giorni dall’intervento Daniela è già in grado di camminare. Eppure qualcosa manca. Non nelle cure, ma nel percorso decisionale.
«La ricostruzione del seno – racconta – mi è stata presentata come l’unica strada possibile, senza che venissero realmente illustrate alternative. Umanità e sensibilità non sono mancate, ma avrei avuto bisogno di più comunicazione, più tempo per capire, più spazio per scegliere».

Dopo la radioterapia arriva la ricostruzione, ma il corpo rifiuta la protesi. Il sospetto di un rigetto rende necessario un nuovo intervento. Daniela continua a lavorare, non si ferma. Alla fine del 2021 prende in considerazione un’ulteriore possibilità: la ricostruzione con lembo addominale. Fa gli esami, entra in lista d’attesa. La chiamata arriva nel 2022. Durante quell’attesa accade qualcosa di decisivo! «Ho capito che non mi interessava più avere due seni. Mi piacevo così come ero. Avevo accettato il mio nuovo aspetto». Daniela rinuncia alla ricostruzione, ma non a se stessa. Un anno dopo compie una scelta altamente simbolica: invece di entrare in sala operatoria, corre la Maratona di New York. Il suo messaggio è chiaro: il benessere mentale non coincide con l’estetica, e la ricostruzione non è sinonimo di guarigione. Una donna è bella a prescindere. Anche con un solo seno. La femminilità non risiede nel corpo, ma nella consapevolezza di sé. C’è anche un altro elemento fondamentale nel suo racconto: lo sport, che sostiene il corpo, rafforza la mente e restituisce energia anche durante la fatica delle cure. Il suo appello finale è netto: «Serve più dialogo tra medici e pazienti. Più informazioni, più prospettive. La mastectomia non va subita: può essere affrontata con dignità, forza e, talvolta, anche con un sorriso, scegliendo strade diverse da quelle inizialmente prospettate».

Emanuela e il ruolo fondamentale dei medici e una maternità inaspettata

Emanuela ha 32 anni quando, nel 2014, le viene diagnosticato un carcinoma duttale infiltrante triplo negativo della mammella, con coinvolgimento del linfonodo sentinella. È l’inizio di una nuova fase della sua vita, che interrompe bruscamente un momento di crescita professionale. Oggi, a distanza di dodici anni dalla quadrantectomia e dalla chemioterapia, alcune immagini, parole e sensazioni restano scolpite nella sua memoria. Durante le cure la sensibilità cambia. I confini tra corpo e anima si assottigliano. In quel periodo Emanuela scopre una spiritualità più profonda, un modo diverso di percepire la vita. «Una notte, prima di dormire, avvertii un bruciore al seno – racconta – e istintivamente feci una palpazione. Sentii qualcosa di duro. Da lì iniziò tutto. Ecografia, visite, attese. Ricordo come ero vestita, le espressioni dei medici, le parole non dette. Non c’era ancora una diagnosi, ma io avevo già capito. Mi sentivo congelata, scollegata dalla realtà».

Il percorso di cura si svolge all’Istituto “La Maddalena” di Palermo. Lì Emanuela trova qualcosa che va oltre la terapia: una famiglia, il rispetto profondo della dignità umana. «Ero giovane e fragile, ma mi sentivo protetta. Con l’oncologo Francesco Lo Sardo, scomparso nel 2021, si instaurò subito un rapporto di fiducia. Mi abbracciò e mi disse: “Questa non è la fine. Sarà una salita, ma poi arriverà la discesa”. Quelle parole mi hanno sostenuta». Accanto a lui, l’oncologo Carmelo Arcara, presenza costante e rassicurante. La fiducia nei medici, il supporto della madre, le amicizie nate tra donne in cura e il sostegno psicologico hanno fatto la differenza. «In quei momenti – dice – impari a distinguere l’essenziale dal superfluo». La chemioterapia le blocca il ciclo mestruale, che ritorna alla fine delle cure: «Fu un’emozione enorme. Mi sentii di nuovo donna».
Rimaneva però il dubbio sulla fertilità: per una gravidanza avrebbe dovuto attendere cinque anni, senza certezze. Poi accade l’impensabile. Alla diagnosi di cancro si affianca la vita che insiste. Emanuela conosce il futuro marito dopo la malattia, si sposa a 40 anni e a 41 nasce una bambina che oggi ha tre anni.

Anna affronta il cancro con fiducia e umanità

Anna ha 43 anni quando riceve la diagnosi di carcinoma mammario triplo negativo, una delle forme considerate più complesse da trattare. Il responso arriva dopo un percorso diagnostico difficile, segnato da biopsie discordanti. Il suo cammino di cura inizia al Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo con una terapia neoadiuvante, seguita da un intervento di quadrantectomia. Dopo lo shock iniziale, con il tempo subentra l’accettazione. «Le cure sono fondamentali ma c’è qualcosa che fa la differenza ed è l’atteggiamento con cui si decide di affrontare il percorso. L’ottimismo è un farmaco speciale che abbinato all’amore delle persone intorno permette di affrontare un passo alla volta il cammino». La diagnosi arriva rapidamente. «Ricordo la determinazione dell’oncologa Maria Rosaria Valerio, che mi disse con convinzione che quel tumore sarebbe scomparso. Fondamentale anche la sua attenzione nel riconoscere subito una tossicità legata all’immunoterapia e intervenire tempestivamente».

Terminate le cure, è seguito l’intervento chirurgico. In sala operatoria, l’umanità della chirurga Gabriella Militello segna profondamente l’esperienza: «Sono stata accolta con un sorriso. Ho scelto la mia canzone preferita, poi un bacio sulla fronte. Un gesto semplice, ma potentissimo». Anna pensava che quello sarebbe stato il periodo peggiore della sua vita. Non è stato così. «Le sofferenze fisiche ci sono state, ma ricordo quel tempo come un momento bello, vissuto nel presente, senza troppi “perché”, concentrandomi su ciò che di buono accadeva ogni giorno».

Oltre la retorica della “guerriera”! Queste donne non sono “guerriere”, come spesso vengono definite le persone che affrontano una malattia oncologica. Sono persone che hanno attraversato quel tempo con la forza che avevano, costruendo giorno dopo giorno il proprio modo di stare nella cura. Parlare di prevenzione, diagnosi precoce e accesso alle terapie è fondamentale. Ma lo è altrettanto ascoltare le voci di chi la malattia l’ha vissuta sulla propria pelle, perché è lì che la medicina incontra davvero l’umanità.

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