Le terapie come vere e proprie “armi”. Mezzi, sempre più nuovi ed efficaci, per combattere contro una diagnosi. Un ospite indesiderato che si annida nel corpo e poi nella mente di chi da un giorno all’altro si ritrova protagonista di un conflitto già cominciato – quando di preciso non si sa – ma che induce a rimboccarsi le maniche prima di impugnare tutte le armi a disposizione, come quelle fornite in primis dai professionisti della Breast Unit del Policlinico di Catania che, coordinati dal dott. Marco Furci, accompagnano le pazienti affette da tumore al seno in un iter completo, definito Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA).
Se il primo step è rappresentato dalle generiche e diffuse indagini screening, si passa poi a un’eventuale diagnosi, per arrivare infine alla scelta del trattamento più efficace. A spiegare la tipologia di attività svolta dagli esperti del settore è stato proprio il responsabile Furci, intervistato da Insanitas.
Si può parlare di aumento/decremento dell’affluenza di pazienti negli ultimi anni?
«Negli ultimi due anni c’è stato un netto incremento sia di visite sia di tumori. E abbiamo notato una riduzione dell’età di insorgenza: riscontriamo patologie alle mammelle sempre più frequentemente in donne giovani».
Da chi è composto lo staff?
«La Breast Unit è un gruppo multidisciplinare, un’équipe in cui sono coinvolti diversi specialisti che si occupano della diagnosi, del trattamento e dell’assistenza delle pazienti con tumore al seno. Dunque non c’è solo l’équipe chirurgica, bensì anche quella degli oncologi, dei radioterapisti, dei radiologi, dei medici nucleari, lo psiconcologo, il nutrizionista. Con loro ci riuniamo ogni settimana per discutere i casi che si presentano, tutti in maniera multidisciplinare: condividiamo tutte le scelte».
Quali sono i benefici del Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA)?
«Il PDTA in Sicilia, aggiornato proprio a settembre, è definito a livello regionale. Sulla Gazzetta Ufficiale sono descritte delle linee guida a cui tutte le Breast Unit della Regione devono attenersi. Mettere in pratica queste linee guida determina un’appropriatezza della prestazione, che diventa così più specialistica e più conveniente: condividendo tutto il percorso, vengono evitate ripetizioni di esami e le procedure sono standardizzate, così da ottenere un trattamento migliore e ridurre l’incidenza delle complicanze».
In che modo si sceglie il trattamento più adeguato per le singole pazienti?
«I tumori alla mammella non sono tutti uguali. Di ognuno definiamo diverse caratteristiche, che noi chiamiamo fattori istopatologici. In base alla stadiazione, quindi alla diffusione che il tumore ha avuto nell’organismo (le dimensioni del tumore e se ci sono metastasi, per esempio nell’ascella) si sceglie una strategia terapeutica mirata, specifica per quel tipo di tumore. Ce ne sono alcuni per esempio per cui si deve fare prima la chemio e dopo l’intervento chirurgico. Per altri funziona al contrario. La strategia terapeutica quindi è mirata e specifica per ogni singolo tumore e ogni singola paziente».
Quali sono gli interventi eseguiti maggiormente?
«Quando il tumore è di piccole dimensioni si fanno la quadrantectomia, cioè si toglie solo il quadrante di mammella sede di tumore (quindi solo il tumore con un po’ di tessuto sano attorno) e la biopsia del linfonodo sentinella, il primo linfonodo dove drena la linfa di tutta la mammella. Nei tumori più ampi invece bisogna fare la mastectomia, cioè togliere tutta la ghiandola. E in questi ultimi anni si sono sviluppate anche le mastectomie conservative, il gold standard, quello che noi facciamo di routine: si toglie la ghiandola mammaria e si conserva la cute e spesso anche il complesso areola-capezzolo (Mastectomia Skin Sparing/Nipple Sparing). E si ricostruisce, di solito in un unico tempo, con una protesi che sostituisce la ghiandola rimossa».
Quali sono invece i casi in cui la protesi viene inserita in un secondo momento?
«La protesi non può essere inserita in un solo tempo quando bisogna per forza togliere la pelle perché il tumore aderisce alla cute, quindi quando è necessaria una mastectomia classica (non conservativa), con l’asportazione dunque non solo della ghiandola ma anche della cute. Lì non si può mettere la protesi perché la quantità di pelle non è sufficiente per chiudere. Quindi mettiamo un ‘espansore’, una protesi che viene gonfiata a poco a poco, in modo da consentire alla cute- che all’inizio è poca- di espandersi. La cute è elastica quindi la protesi va gonfiata con la soluzione fisiologica, circa ogni 15 giorni, fino a distendere la pelle e a riportarla alle dimensioni che vogliamo. Poi sostituiamo in un secondo tempo, con un intervento successivo, l’’espansore’ con la protesi definitiva».
Quanti tipi di mastectomia possono essere eseguiti?
«Ci sono tre tipi di mastectomia: oltre alle skin sparing e alle skin nipple, ci sono le skin reducing, tipiche di pazienti che hanno un seno grosso, ptosico. Noi in questi casi riduciamo la cute e solleviamo la mammella. Escono senza tumore e con un risultato estetico migliore di prima. Poi chiaramente riduciamo anche l’altra mammella, facciamo una mastoplastica riduttiva per simmetrizzazione. Uniamo alla radicalità oncologica anche il risultato estetico, quindi si tratta di risultati brillanti».
E l’operazione di “mastectomia endoscopica” recentemente messa in atto per la prima volta in Sicilia proprio da voi?
«La mastectomia endoscopica viene fatta solo in Sicilia. Con questo intervento, riusciamo a procedere senza fare l’incisione sulla mammella, ma facendo un piccolo taglio, di 3/4 cm, a livello dell’ascella. Questo non si può fare in tutte le mammelle, ma solo in quelle medio-piccole e quando non sono interessati areola e capezzolo».
In che modo i professionisti della Breast Unit accompagnano le pazienti anche nel periodo post-operatorio?
«Noi seguiamo le pazienti anche nel periodo di follow up. Le donne in cura da noi, dopo l’intervento chirurgico, non devono andare a trovarsi un altro specialista: vengono direttamente indirizzate al radiologo o radioncologo, a seconda delle necessità, e quindi vengono chiamate direttamente da questi altri specialisti che li prendono in carico. E anche le indagini strumentali a cui nel follow up devono essere sottoposte vengono direttamente programmate dalla Breast Unit. Pertanto, alla paziente diciamo cosa deve fare, quando e dove farlo».
Quanto conta, nel suo settore più che mai, l’approccio umano?
«L’aspetto umano è quello che, insieme all’aspetto professionale, noi mettiamo subito in primo piano perché sono pazienti che hanno una diagnosi di carcinoma, talvolta anche senza che se l’aspettino. Quindi va tenuto presente anche questo, spiegando alle pazienti passo dopo passo quello che devono fare e incoraggiandole, anche perché nel carcinoma mammario ci sono nuove terapie, sempre più moderne: abbiamo tante armi a disposizione. E siccome la terapia viene fatta in modo mirato, spesso è efficace, soprattutto nei casi di diagnosi precoce, che rende significativamente più probabile la riuscita del trattamento».
Quanto si rivela importante quindi una diagnosi precoce?
«Se la percentuale di guarigione in generale è di circa il 75%, quella dei tumori con diagnosi precoce sfiora il 100%. Una parte importante della nostra attività infatti, oltre al trattamento chirurgico vero e proprio del carcinoma della mammella, è la partecipazione ai programmi di screening che le Asp organizzano sul territorio, proponendo mammografie a una fascia di donne tra i 50 e i 69 anni, un anno sì e uno no. Quando vengono riscontrate lesioni dubbie, le pazienti vengono inviate qui nel nostro Centro e noi facciamo la cosiddetta attività di secondo livello, cioè procediamo ad altre indagini, come la risonanza e soprattutto la biopsia. Quest’ultima ci consente di avere una diagnosi precisa: capire non solo se si tratta di tumore o meno, ma individuarne anche il tipo».





