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World’s Best Specialized Hospitals, Luca: «Ecco quali sono i criteri della classifica»

Il direttore dell'Ismett spiega: «Noi non presenti perché la trapiantologia, centrale nella nostra attività, non è tra le tredici specialità previste nella valutazione»

Tempo di lettura: 6 minuti
22 Settembre 2026 - di

In questi giorni la stampa nazionale ha dato ampio spazio alla nuova edizione del World’s Best Specialized Hospitals, sottolineando la presenza di numerosi ospedali italiani nella graduatoria. A febbraio era stato pubblicato il Global Hospital Rating. In Sicilia il tema ha suscitato particolare attenzione perché nessuna struttura dell’Isola compare nel ranking.

La classifica è stata realizzata in collaborazione con Statista, che ogni anno individua le strutture ospedaliere con comprovata esperienza nelle principali specialità mediche.»

Sono 13 le discipline prese in esame nell’edizione di quest’anno, con l’ingresso per la prima volta della nefrologia. Le altre specialità considerate sono cardiologia, cardiochirurgia, oncologia, neurologia, neurochirurgia, ortopedia, ostetricia e ginecologia, endocrinologia, gastroenterologia, pediatria, pneumologia e urologia. Nella classifica internazionale figurano 42 ospedali italiani, mentre tre strutture del nostro Paese sono riuscite ad entrare nella top ten mondiale nelle rispettive specialità.

Alla luce di questo risultato, Insanitas, ha chiesto una motivazione e un commento al direttore dell’ISMETT Angelo Luca, per comprendere le possibili ragioni dell’assenza delle strutture dell’Isola dalla graduatoria internazionale.

Direttore, partiamo allora da ISMETT: perché un centro di alta specializzazione come ISMETT non compare in queste classifiche?
«Bisogna innanzi tutto distinguere le due valutazioni. Il Global Hospital Rating è un programma volontario, riservato agli ospedali eleggibili, che assegna da una a cinque stelle. Il World’s Best Specialized Hospitals è invece un ranking per singola specialità. Per il Global Hospital Rating abbiamo chiesto direttamente a Statista. Ci è stato spiegato che ISMETT non rientra nel perimetro perché non è un ospedale generalista e non dispone di un Pronto Soccorso. La checklist richiede tempi di attesa in Emergency Department e per interventi elettivi comuni. Sono indicatori adatti a un general hospital, molto meno a un centro ad alta specializzazione. Nel World’s Best Specialized Hospitals il motivo è diverso. La trapiantologia, centrale nell’attività di ISMETT, non è una delle tredici specialità con una propria graduatoria. Quindi eviterei due conclusioni semplicistiche: che ISMETT non compaia perché non raggiunge standard di qualità o perché non è conosciuto. I dati disponibili non dimostrano né l’una né l’altra ipotesi. Per valutare il peso della notorietà servirebbe conoscere composizione e distribuzione del campione internazionale intervistato».

L’assenza della Sicilia dalla classifica dei migliori ospedali specializzati, però, resta un segnale da non sottovalutare?
«Certamente: quarantadue ospedali italiani compaiono nelle tredici specialità considerate, mentre la Sicilia è assente. È un dato sul quale è giusto interrogarsi. Quello che eviterei è trasformare automaticamente l’assenza da una graduatoria in un giudizio sulla qualità dell’assistenza. Prima bisogna capire cosa viene misurato, con quali indicatori, con quale peso e attraverso quali fonti. La letteratura scientifica invita alla prudenza. Gli studi che hanno confrontato diversi sistemi di valutazione ospedaliera mostrano una concordanza limitata tra le classifiche, perché cambiano indicatori, popolazioni, periodi di osservazione e modalità di calcolo. In pratica, la posizione di un ospedale può dipendere in modo rilevante dalla metodologia utilizzata per costruire il ranking finale stesso. Una classifica può essere utile per confrontarsi e individuare aree di miglioramento, ma deve essere interpretata entro i limiti della propria metodologia».

Quanto conta la reputazione nel World’s Best Specialized Hospitals?
«Molto. Nell’edizione 2027 l’83,5% del punteggio deriva dalle raccomandazioni dei professionisti sanitari coinvolti. Accreditamenti e certificazioni pesano per il 10%, mentre gli esiti riferiti direttamente dai pazienti, incidono per il 6,5% complessivo. Questo non rende la classifica priva di valore. La valutazione dei pari offre informazioni importanti, perché i professionisti conoscono competenze, capacità scientifiche e centri di riferimento difficili da rappresentare con un singolo indicatore. Ma reputazione e qualità clinica non sono sinonimi. La letteratura scientifica invita alla cautela anche su questo. Uno studio sull’American Journal of Medical Quality, ha mostrato che la componente reputazionale dei professionisti poteva pesare più di quelle oggettive. Il risultato non è trasferibile automaticamente a Newsweek, ma il principio resta valido: un ranking reputazionale professionale non equivale a una graduatoria basata su mortalità, complicanze, sopravvivenza e complessità clinica».

Quindi quali dati dovremmo guardare per capire davvero la qualità di un ospedale?
«Dipende innanzitutto dal tipo di ospedale e dalle cure che eroga. Io guarderei sempre alla metodologia prima del risultato: quali indicatori sono stati scelti, quanto sono pertinenti rispetto all’attività del centro, da dove provengono i dati e come vengono verificati. Aggiungerei tre domande: gli esiti sono corretti per la complessità dei pazienti trattati? Viene indicata l’incertezza statistica dei risultati? Il volume dei casi è sufficiente a rendere stabile il confronto? Sono aspetti importanti per i centri di riferimento che trattano pazienti ad alta complessità. La letteratura mostra che anche graduatorie basate su outcome apparentemente oggettivi possono variare in funzione dell’indicatore scelto, della completezza dei dati e del metodo usato per costruire il punteggio. Nel Global Hospital Rating Statista utilizza dati forniti dall’ospedale, sottoposti a verifiche di plausibilità e a una validation call con l’Ospedale. Non sono previsti audit in presenza, né vengono acquisiti dati clinici come la mortalità o informazioni da fonti terze, ad esempio le autorità sanitarie. Si tratta di una validazione dei dati dichiarati, diversa da una verifica basata su fonti indipendenti o audit esterni: una distinzione importante per interpretare correttamente questo rating».

ISMETT, allora, come misura e verifica la qualità delle proprie cure?
«Per noi il punto centrale è che la qualità non può dipendere dalla presenza o meno in una classifica. Deve essere un processo continuo, misurabile e verificabile. Anche qui distinguerei due piani. Gli accreditamenti e le certificazioni sono importanti perché comportano il confronto con standard definiti e verifiche strutturate. Ma la qualità clinica richiede anche di misurare ciò che accade ai pazienti: risultati delle cure, sicurezza, appropriatezza dei processi e, dove applicabili, esiti riferiti direttamente dai pazienti. Per un centro ad alta specializzazione è inoltre essenziale che gli outcome siano letti insieme alla complessità della casistica. Confrontare risultati grezzi senza un adeguato aggiustamento per rischio può produrre conclusioni fuorvianti, soprattutto quando alcuni ospedali concentrano pazienti più complessi. Una classifica può aggiungere un punto di osservazione esterno, ma non può sostituire questi sistemi. Ed è proprio per questo che considero positivo confrontarsi con ranking internazionali, purché sia sempre chiaro che cosa stanno effettivamente valutando».

Cosa dovrebbe fare, allora, un cittadino quando legge “i migliori ospedali” in una classifica?
«Non ignorare una classifica, ma leggerla con consapevolezza. Ogni ranking riflette scelte metodologiche: ospedali ammessi, specialità e indicatori considerati, peso della reputazione, fonti e validazione. La ricerca invita alla prudenza: la posizione numerica non necessariamente misura una differenza di qualità. In uno studio su ospedali statunitensi, il ranking non risultava associato a differenze in complicanze, riammissioni o mortalità a 90 giorni. Il caso ISMETT lo rende molto concreto. Fuori dal perimetro del Global Hospital Rating e senza una categoria autonoma per la trapiantologia. Confrontarsi sì, ma su basi verificabili: cosa è stato misurato, quanto riflette davvero gli esiti clinici e quanto è solida la differenza tra posizioni?».

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