Il Ministero della Salute sta valutando l’avvio di una sperimentazione di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) dedicato alle persone con tumore della mammella metastatico. Un progetto pilota che punta a rafforzare la presa in carico e la continuità assistenziale dei pazienti lungo tutto il percorso di cura. In un sistema sanitario in cui è difficile accedere agli esami diagnostici in tempi brevi, necessari per proseguire il percorso di cura. Oggi in Sicilia non esistono slot dedicati alle donne con carcinoma mammario e ancora più in generale alle persone con patologie oncologiche.
Per approfondire il tema, Insanitas ha intervistato Francesca Catalano, senologa e referente della Rete senologica siciliana, commentando le prospettive e le possibili ricadute dell’iniziativa sul sistema assistenziale regionale.
Il Ministero della Salute ha annunciato la valutazione di una sperimentazione di un PDTA pilota dedicato al carcinoma mammario metastatico. Qual è la sua valutazione di questo annuncio?
«Credo che occuparsi di una paziente metastatica sia all’esordio di malattia sia successivamente, quando diventa metastatica, a distanza di tempo dalla diagnosi dopo i trattamenti chirurgici ed oncologici, rappresenti una questione delicata. Ho accolto con interesse la proposta del Ministero. Auspico che si possa realizzare un protocollo in tempi brevi e che coinvolga tutte le regioni che vantano una rete senologica come la Sicilia».
Perché il carcinoma mammario metastatico necessita di un percorso assistenziale diverso rispetto a quello previsto per il tumore della mammella nelle fasi iniziali?
«Se una paziente sfortunatamente sviluppa metastasi a distanza, deve essere sottoposta a controlli ravvicinati, esami strumentali, nuove terapie oncologiche, e certamente una particolare attenzione alla comparsa di eventuali effetti collaterali. Diverso dunque rispetto a chi con una diagnosi precoce e con un tumore poco aggressivo come l’istotipo luminale ha delle chances di guarigione molto più significative».
Quali sono oggi le principali criticità organizzative che incontrano le pazienti metastatiche?
«Le difficoltà riscontate sono le prenotazioni degli esami di approfondimento in tempo utile. Prenotare ad esempio una PET è un’impresa ardua, nonostante si possano usare le classi di priorità. Io dico sempre: pochi medici o comunque rpersonale sanitario per troppa utenza. Troppa domanda dunque con poca offerta e questo vale per tutte le aziende sanitarie pubbliche».
La situazione in Sicilia. Nella nostra Regione esiste già un percorso strutturato per queste pazienti oppure l’assistenza è affidata ai singoli centri?
«In Sicilia non esiste ancora un percorso realmente strutturato. Un ruolo fondamentale potrebbero svolgerlo le Case di Comunità, in stretta sinergia con le Unità Operative di Oncologia che erogano le terapie. È necessario creare una rete integrata in cui il medico di medicina generale, che rappresenta il primo punto di riferimento per il paziente, collabori con la Casa di Comunità per l’erogazione delle prestazioni diagnostiche e con l’oncologo, che definisce il percorso terapeutico più appropriato».
Cosa consentirebbe un’organizzazione di questo tipo?
«A snellire le liste d’attesa ospedaliere per esami fondamentali come la TAC e la scintigrafia ossea, garantendo una maggiore tempestività nella diagnosi, nel monitoraggio della malattia e nell’avvio delle cure. Inoltre, ritengo che debba essere valorizzato maggiormente il codice di esenzione 048, riservato ai pazienti affetti da patologia oncologica. Le persone in possesso di questo codice dovrebbero poter accedere a percorsi prioritari e a liste dedicate per gli esami diagnostici e le prestazioni necessarie al loro percorso di cura, assicurando tempi compatibili con le esigenze cliniche».
La sperimentazione nazionale. Se il Ministero avvierà il progetto pilota, la Sicilia sarebbe pronta a candidarsi?
«L’oncologia siciliana, da Palermo a Siracusa, potrebbe essere pronta alla sfida. Molte aziende in cui insistono le Unità Operative di Oncologia Medica possiedono le peculiarità richieste per partecipare alla sperimentazione del Ministero. Bisogna soltanto lavorare di concerto, attraverso le direzioni aziendali e le figure apicali, creando una vera e propria rete tra ospedali e territorio e mettendo in campo le risorse necessarie per la riuscita del progetto. Certo, c’è da lavorare per realizzare percorsi virtuosi con l’obiettivo di soddisfare le esigenze del malato oncologico. A volte, per stanchezza e sfinimento, può accadere che un sanitario non si ponga in maniera gentile nei confronti del paziente, che magari, dal canto suo, è sfinito dall’attesa. Penso sempre che, sicuramente, non è lì perché vorrebbe esserci. Non è lì perché non sa cosa fare in quella giornata. È lì per necessità. È lì, in un reparto di oncologia, insieme a tanti altri, per curare una malattia che certamente non avrebbe voluto avere».





