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Epatiti virali, ecco come possiamo prevenirle e curarle

L’approfondimento con il direttore  della Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico Giaccone, Carlo Cammà.

Tempo di lettura: 6 minuti
28 Luglio 2026 - di

Da quando nel 1976 il medico statunitense Baruch Blumberg (1925-2011) vinse il premio Nobel per la medicina per aver scoperto il virus dell’epatite B e aver sviluppato il primo vaccino, la lotta contro le epatiti virali ha compiuto enormi passi avanti. I progressi scientifici hanno portato infatti a una significativa riduzione delle infezioni e della mortalità, fornendo gli strumenti necessari per combattere, o eliminare del tutto, l’epatite: vaccini, diagnosi accurate e trattamenti sempre più efficaci per l’epatite C e B oggi possono prevenire le infezioni, salvare vite e ridurre il rischio di cancro al fegato e cirrosi. Eppure le epatiti virali continuano a rappresentare una delle principali sfide per la salute globale.

Ci sono diverse tipologie di epatite: virali, non virali e autoimmuni. Le epatiti virali, le più diffuse, si classificano in cinque tipi – A, B, C, D ed E – a seconda del virus responsabile, e restano tra le principali cause di malattia e mortalità nel mondo. Le più rilevanti per la salute pubblica sono l’epatite B, causata dal virus HBV, e l’epatite C, causata dal virus HCV: entrambe si trasmettono attraverso il sangue infetto, i rapporti sessuali non protetti o, al momento del parto, dalla madre al bambino.

Il Rapporto globale sull’epatite del 2026

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), contenuti nel “Global Hepatitis Report 2026”, nel 2024 circa 287 milioni di persone nel mondo convivevano con un’infezione cronica da virus dell’epatite B (HBV) o C (HCV). Le due infezioni sono la principale causa di epatocarcinoma – il tumore del fegato più comune e aggressivo – e provocano oltre 1,3 milioni di decessi ogni anno, rendendo le epatiti virali la malattia infettiva più letale dopo la tubercolosi. Un paradosso, se si considera che l’epatite B è prevenibile grazie a un vaccino sicuro ed efficace e che entrambe le infezioni sono oggi curabili: nonostante ciò, insieme rappresentano circa il 95% dei decessi legati alle epatiti virali.

Da qui, l’appello dell’OMS in occasione della Giornata Mondiale dell’Epatite, celebrata il 28 luglio in concomitanza con l’anniversario della nascita di Baruch Blumberg, ad abbattere le barriere economiche, sociali e sistemiche che ostacolano l’eliminazione delle epatiti. Perché sebbene oggi disponiamo di tutti gli strumenti per eliminare l’epatite, milioni di persone rimangono ancora senza diagnosi, senza trattamento o impossibilitate ad accedere alle cure.

«Nella mia carriera ho visto riscriversi per intero la storia naturale di queste malattie» commenta il professor Carlo Cammà, direttore dell’U.O.C. di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo, intervistato da Insanitas.

«Vent’anni fa a un paziente con cirrosi da epatite C proponevamo l’interferone, con un anno di terapia, effetti collaterali pesanti e meno di una possibilità su due di guarire- continua Cammà- Oggi gli propongo otto settimane di compresse e una probabilità di guarigione superiore al 95%. La domanda che dobbiamo porci il 28 luglio non è più se sappiamo curare l’epatite. È perché, sapendola curare, continuiamo a perdere per strada centinaia di migliaia di persone».

Professore, partiamo dal messaggio più importante…
«Il messaggio fondamentale da dare è che oggi dalle epatiti virali si guarisce. Si guarisce dalle due epatiti virali maggiori, cioè sia dall’epatite virale da HCV che dall’epatite virale da HBV. Abbiamo il vaccino per HBV, che è uno strumento fondamentale, abbiamo test diagnostici semplici da eseguire, facili e accurati, e abbiamo farmaci straordinari sia per HCV che per HBV. Per HBV, proprio un mese fa la comunità scientifica ha pubblicato un articolo sul New England Journal of Medicine in cui si evidenzia come una nuova cura funzionale dell’epatite B consenta di guarire con soli sei mesi di terapia, evitando ai pazienti trattamenti prolungati».

Se oggi abbiamo vaccini, test diagnostici e cure efficaci, cosa manca per raggiungere l’obiettivo dell’OMS di eliminare le epatiti entro il 2030?
«Per vincere questa battaglia entro il 2030, dobbiamo abbattere delle barriere, ridurre la distanza che c’è tra i medici, il sistema sanitario e i cittadini. Per abbattere queste distanze dobbiamo mettere in campo dei modelli di medicina di prossimità,  in cui sono i medici ad andare verso i pazienti, verso il territorio e le comunità. Soltanto abbattendo queste distanze riusciremo a vincere la partita e a fare il goal, cioè arrivare al 2030 avendo sconfitto completamente sia l’epatite da HCV che quella da HBV».

Un esempio di sanità che cerca di abbattere le barriere è quello degli screening gratuiti per l’epatite B e C, promossi dagli Ambulatori Popolari di Palermo insieme all’U.O.C. di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico Giaccone. Dove siete andati a incontrare le persone?
«Non nei corridoi dell’ospedale, ma negli Ambulatori Popolari dello Zen e di Borgo Vecchio, negli spazi sociali, nei luoghi di aggregazione, nello stadio Velodromo Paolo Borsellino. Test rapidi, gratuiti, anonimi, senza prenotazione e senza documenti, accessibili anche a chi non è iscritto al Servizio Sanitario Nazionale. Sono state testate 1.500 persone e il tasso di positività per HBV o HCV è stato dell’1%. Tutti i positivi sono stati presi in carico dall’U.O.C. del Policlinico per gli approfondimenti diagnostici e l’avvio del percorso di cura».

Cosa ha rappresentato questo risultato?
«Quell’1% sono quindici persone che vivevano con un virus e non lo sapevano, e che non avremmo mai incontrato nei nostri ambulatori. In ospedale noi vediamo la punta dell’iceberg: arrivano quando c’è già la cirrosi, a volte quando c’è già il tumore. Quindici diagnosi su 1.500 test sembrano poca cosa finché non si considera che, per ognuna di quelle persone, abbiamo probabilmente evitato un epatocarcinoma vent’anni dopo. Questo è il senso di Let’s Break it Down, il tema scelto quest’anno dall’OMS: la barriera non era il farmaco, non era il test, non era il costo. Era la distanza. E la distanza si abbatte andando noi da loro».

Lo screening gratuito per l’epatite C, rivolto ai nati tra il 1969 e il 1989, è stato prorogato fino al 31 dicembre 2026, ma l’adesione resta lontana dagli obiettivi…
«L’OMS ha fissato al 2030 l’eliminazione delle epatiti come minaccia per la salute pubblica. Mancano quattro anni e mezzo. Abbiamo il vaccino, abbiamo i test, abbiamo le cure, e da quest’anno abbiamo anche una prospettiva concreta di guarigione per l’epatite B. Se falliremo, non sarà per un limite della scienza. Sarà perché non abbiamo saputo portare la scienza dove serviva: nei quartieri, nelle carceri, nei servizi per le dipendenze, accanto alle persone che il sistema non riesce a intercettare. A chi è nato tra il 1969 e il 1989 dico una cosa sola: il test è gratuito, dura pochi minuti, e può risparmiarvi una vita di malattia. Fatelo».

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