Sicilia Dal palazzo

Il riconoscimento

Il Rotary Club premia Giuseppe Intravaia (SAMOT ETS)

In occasione del progetto "Primi passi per un’assistenza domiciliare più consapevole", il Club ha conferito il titolo di Paul Harris Fellow al dirigente infermieristico

Tempo di lettura: 4 minuti
24 Giugno 2026 - di

Si è rinnovato ieri il tradizionale appuntamento con i prestigiosi riconoscimenti del Rotary Club, volti a valorizzare l’eccellenza professionale al servizio della collettività. In occasione della quarta edizione del progetto “Primi passi per un’assistenza domiciliare più consapevole“, il Club ha conferito il titolo di Paul Harris Fellow a Giuseppe Intravaia, dirigente infermieristico di SAMOT ETS, tesoriere della Società Italiana di Cure Palliative (SICP) e consigliere dell’OPI Palermo.

La massima onorificenza riconosciuta dal Rotary evidenzia l’apporto di Intravaia come formatore nel supportare i caregiver con nozioni e strumenti pratici per un’assistenza sicura ed empatica. Un traguardo che diventa spunto per una riflessione sulla metamorfosi dell’infermiere palliativista.

Un ringraziamento speciale per la realizzazione di questo importante percorso va al Presidente uscente del Rotary Club, Gaetano Lo Cicero, e alla Presidente della Commissione del progetto, Angela Piraino. Si ringraziano, inoltre, Filippo Castelli, Laura Capra e Anna Termini, insieme al Dirigente Scolastico del CPIA “Nelson Mandela”, Prof. Dario Costantino, e alla Professoressa Anna Di Marzo, il cui contributo è stato fondamentale per il successo dell’iniziativa. Un augurio di buon lavoro, infine, al neo Presidente del Rotary Club Francesco Passantino.

Dottor Intravaia, come sta evolvendo l’infermieristica nelle cure palliative domiciliari e perché oggi un infermiere trova in questo setting il terreno ideale per affermarsi?
«Siamo nel pieno di una rivoluzione scientifica, clinica e culturale. L’infermiere di cure palliative a domicilio ha superato la vecchia logica prestazionale. Oggi parliamo di un professionista con profonda autonomia decisionale e competenze avanzate, che si fa carico della complessità clinica e assistenziale dell’intero nucleo familiare. Al centro del modello SAMOT c’è l’assessment multidimensionale continuo: l’infermiere, in sinergia con l’equipe, valuta il dolore e i sintomi attraverso scale validate, intercettando simultaneamente il distress psicologico, spirituale e la tenuta del caregiving. La casa è un setting dinamico e instabile, ideale per esprimere la propria leadership clinica e responsabilità decisionale fuori dalle rigide routine ospedaliere. Questa peculiarità attrae particolarmente l’infermiere che è il “regista” della continuità assistenziale sul territorio, riducendo drasticamente i ricorsi impropri al pronto soccorso».

Questo livello di responsabilità pone una sfida in termini di sicurezza. Come si governa il rischio clinico a domicilio?
«Il governo del rischio clinico a domicilio richiede logiche differenti rispetto a quelle ospedaliere. Come Clinical Risk Manager di SAMOT, insisto sul fatto che lavoriamo in contesti non standardizzati pur gestendo procedure complesse, come le emotrasfusioni domiciliari o terapie erogate tramite dispositivi infusionali di precisione e accessi vascolari avanzati. La sicurezza si garantisce attraverso due pilastri: da un lato il forte “giudizio clinico” dell’infermiere, essenziale per prevenire complicanze sistemiche, cadute o lesioni cutanee; dall’altro, lo sviluppo di una cultura della sicurezza condivisa con la famiglia. Formare i caregiver tramite “Primi passi” serve a mitigare i rischi latenti dell’ambiente domestico, trasformando i familiari in alleati consapevoli del percorso di cura».

Questa evoluzione trova riscontro nei nuovi percorsi accademici?
«Assolutamente sì. Questa spinta verso la complessità trova sponda nella riforma della formazione post-base guidata dalla FNOPI. Con le nuove lauree magistrali ad indirizzo clinico, le cure palliative entrano a pieno titolo come pilastro strutturale dei corsi specialistici. È il riconoscimento accademico di una competenza avanzata già esercitata sul campo».

Quali sono le reali prospettive del settore? Verso quale modello ci stiamo dirigendo?
«L’infermiere palliativista sarà il perno di una sanità di prossimità basata su proattività e alta specializzazione, dove la tecnologia – come telemedicina e monitoraggio predittivo – si fonderà con il contatto umano. In questo scenario, la SICP (Società Italiana di Cure Palliative) si conferma un volano per il futuro del settore. Come società scientifica, la SICP rappresenta lo spazio d’integrazione ideale in cui l’infermieristica evolve attraverso la ricerca e il costante aggiornamento delle migliori pratiche cliniche, fungendo da ponte insostituibile per il riconoscimento istituzionale delle nostre competenze avanzate all’interno delle reti territoriali. La sfida sarà garantire che questa evoluzione diventi uno standard omogeneo, affinché ogni cittadino trovi nella propria casa un luogo di cura sicuro, avanzato e dignitoso fino all’ultimo istante».

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