La Riforma della Medicina Generale ha acceso il dibattito in tutta Italia: continua a far discutere lo schema presentato dal Ministro della Salute Orazio Schillaci alle Regioni, seguito dal dossier che illustra le linee programmatiche del riordino dell’assistenza primaria territoriale, della medicina generale e della pediatria di libera scelta.
L’obiettivo dichiarato è rendere operative le Case di Comunità, rafforzando la presa in carico dei pazienti cronici e fragili. Una proposta che potrebbe rivoluzionare il ruolo dei medici di famiglia e che divide profondamente alcuni sindacati. Lo schema presentato introdurrebbe infatti un modello duale per i medici di famiglia e nuove modalità di lavoro: nello specifico, resterebbe la convenzione attuale, anche se riformata e, allo stesso tempo, subentrerebbe la possibilità di assumere su base volontaria i medici di famiglia come dipendenti al servizio delle Case di Comunità.
A criticare fortemente i termini della riforma, buona parte delle sigle sindacali dei medici di famiglia. Duro anche il commento della FIMMG Sicilia guidata da Luigi Tramonte (CLICCA QUI) che ha sottolineato: «Il Decreto del ministro Schillaci avrà come risultato lo smantellamento della Medicina Generale ed è quindi un pericolo per la categoria e per i pazienti. Un provvedimento mai discusso con le categorie, inattuabile e pericoloso per i pazienti».
Le posizioni di CIMO-FESMED e UGL Salute
Tra gli aspetti più contestati della riforma, l’aspetto che riguarda la dipendenza. A esprimere forte contrarietà è la Federazione CIMO-FESMED, il sindacato dei medici dipendenti del SSN, secondo cui i medici di medicina generale, diventando dipendenti, entrerebbero a pieno titolo negli stessi meccanismi contrattuali degli ospedalieri, diventandone di fatto competitor. Secondo la Federazione guidata da Guido Quici inoltre, introdurre l’opzione della dipendenza per i medici di medicina generale, sarebbe un errore che rischia di destabilizzare l’intero Servizio Sanitario. Tra i pochi esponenti a essersi espressi a favore c’è invece l’UGL Salute, sindacato della dirigenza medica e del comparto sanitario che, attraverso le parole del Segretario Nazionale Gianluca Giuliano ha fatto sapere di appoggiare il nuovo ruolo dei medici di famiglia, ritenendo fondamentale il loro apporto per rendere operative le Case di Comunità.
La riforma avanzata dal Ministro Schillaci rappresenta quindi la soluzione per migliorare davvero l’assistenza territoriale o rischia di compromettere il Servizio Sanitario con conseguenze sul rapporto medico-paziente? Ne abbiamo parlato con Guido Quici, Presidente di CIMO FESMED e Francesco Scaduto, Segretario Regionale Sicilia di UGL Salute.
Presidente Quici, da cosa nasce la contrarietà di CIMO-FESMED alla riforma?
«Partiamo dal presupposto che ogni 175 chilometri quadrati esiste una Casa di Comunità: questa casa di comunità è di fatto vuota perché in Italia mancano 24 mila infermieri e, per giustificare l’apertura, si vuol portare alla dipendenza i medici medicina generale per poter riempire almeno parzialmente le stesse Case. È ovvio che verranno sottratte ore agli studi dei singoli medici di medicina generale e, di conseguenza, i pazienti cronici non autosufficienti, avranno grandi difficoltà ad essere visitati. L’altro aspetto poi, riguarda sempre il passaggio alla dipendenza di questi medici per cui il passaggio di decine degli stessi potrà portare ad una vera e propria competizione nelle carriere in assenza di risorse certe. Di conseguenza, noi abbiamo degli standard ben definiti per poter diventare primario, oggi si chiama direttore di struttura complessa o responsabile di struttura semplice, quindi la competizione aumenterebbe e i medici che lavorano nelle sale operatorie, nei pronto soccorsi e nei reparti di degenza avrebbero meno opportunità di carriera».
Quali sarebbero le conseguenze per i pazienti secondo vostro sindacato?
«La Federazione CIMO-FESMED esprime contrarietà alla riforma dei medici di medicina generale proposta dal Ministro Schillaci, ritenendo che possa determinare un peggioramento dell’assistenza, in particolare per i pazienti più fragili. Come sottolineavo, la diffusione delle Case di Comunità sul territorio è tutt’altro che capillare: mediamente è prevista una struttura ogni 175 chilometri quadrati, con il rischio di lasciare scoperte ampie aree del Paese, soprattutto nelle zone interne e periferiche. Inoltre, un maggiore coinvolgimento dei medici di famiglia all’interno di queste strutture ridurrebbe inevitabilmente il tempo dedicato all’assistenza di prossimità e domiciliare. A subirne le conseguenze sarebbero soprattutto gli anziani e i pazienti non autosufficienti che vivono lontano dalle Case di Comunità, per i quali l’accesso alle cure potrebbe diventare ancora più difficile. Va poi considerato che, in assenza di un adeguato numero di specialisti e di personale infermieristico, le Case di Comunità difficilmente potranno garantire risposte efficaci ai bisogni di salute. Di conseguenza, i cittadini continueranno a rivolgersi agli ospedali e ai pronto soccorso».
Segretario Scaduto, UGL Salute ha invece espresso un parere favorevole evidenziando come, senza questa riforma, il rischio concreto sarebbe quello di vedere le Case di Comunità restare delle scatole vuote senza il personale necessario… Ci spiega?
«Sì, la UGL Salute esprime un giudizio favorevole, pur con alcune necessarie riserve, sulle linee guida della riforma della medicina territoriale presentate dal Ministro Schillaci, che ridisegnano il ruolo dei medici di medicina generale attraverso un doppio modello: convenzione riformata e possibilità volontaria di accesso alla dipendenza pubblica per rendere pienamente operative le Case della Comunità. Si tratta di un passaggio importante che mette al centro, prima di ogni altra considerazione, il diritto dei cittadini a ricevere cure tempestive, continue ed efficaci, superando disservizi, frammentazione dei percorsi assistenziali e liste d’attesa ormai non più sostenibili. La riforma si fonda su tre direttrici essenziali: il mantenimento della figura del medico di base, con facoltà di scegliere l’inquadramento da dipendente pubblico nelle Case della Comunità; la trasformazione di queste strutture nel fulcro dell’assistenza territoriale, con la presenza integrata di medici, infermieri e specialisti; l’introduzione di sistemi di remunerazione che valorizzino non solo il numero degli assistiti, ma anche i risultati di salute raggiunti».
Quali sarebbero i risvolti positivi della riforma secondo UGL Salute?
«Per la UGL Salute questo impianto rappresenta una svolta razionale e necessaria. Il medico di famiglia non viene cancellato né snaturato, ma rafforzato attraverso il lavoro in équipe e il supporto di una rete professionale multidisciplinare capace di seguire in modo efficace i pazienti cronici e fragili. Le critiche avanzate da alcune sigle sindacali meritano ascolto, ma non possono trasformarsi in un ostacolo al cambiamento. Il timore della perdita del rapporto fiduciario tra medico e paziente appare infondato: una sanità più organizzata e integrata non rende anonima la cura, bensì la rende più efficiente e vicina alle persone. Quanto al rischio di conflitti tra medicina territoriale e ospedaliera, il vero nodo resta il sottofinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale. La risposta non può essere fermare le riforme, ma investire maggiori risorse per rafforzare l’intero sistema sanitario. Condivisibile invece la preoccupazione che le Case della Comunità possano restare strutture prive di personale adeguato. Per questo motivo la UGL Salute chiede investimenti certi, programmazione seria e tempi rapidi di attuazione. Le strutture territoriali devono diventare luoghi reali di presa in carico dei cittadini e non semplici contenitori vuoti».





