PRAGA – Si è concluso il 34th European Congress of Psychiatry (EPA 2026) svoltosi nel cuore della Repubblica Ceca dal 28 al 31 marzo. Tra i momenti più significativi di questa edizione, dedicata al tema “Mental Health: Improving Care and Expanding Horizons”, spicca l’intervento di uno psicologo clinico siciliano che ha saputo scuotere la platea con una riflessione profonda sul futuro delle cure integrate.
Il Dott. Salvo Bellissima, psicologo della ASP di Catania nel corso di una interessante relazione ha illustrato la difficoltà nella psicoterapia rivolta ai migranti. Lo psicologo che si occupa di Psicologia transculturale a Catania lavora in una realtà ove la comunità di cittadini stranieri è numerosa e nella città italiana in cui c’è uno dei più grandi centri di prima accoglienza d’Italia, ha presentato alcune esperienze di realtà virtuale immersiva e discusso del setting psicologico con i migranti che richiede un approccio altamente specializzato, flessibile e attento alle dinamiche culturali, che va oltre i metodi terapeutici tradizionali occidentali.
La realtà virtuale sta aprendo nuove frontiere in psichiatria. Non è solo una tecnologia, è uno strumento clinico che può aiutare a lavorare sulla cognitività e sulle abilità sociali in ambienti controllati. Rappresenta una frontiera terapeutica innovativa ed in rapida espansione offrendo ambienti immersivi, controllati e sicuri per il trattamento di diversi disturbi mentali. Utilizzando visori e computer, questa tecnologia permette di simulare situazioni reali, consentendo ai pazienti di affrontare le proprie paure o riabilitare funzioni cognitive in un contesto protetto ed attuare una de-escalation per ridurre l’intensità della tensione, dell’aggressività o del conflitto delle reazioni interpersonali evitando la degenerazione in violenza.
Questo ambito clinico è stato usato sull’accoglienza del vissuto migratorio, spesso caratterizzato da traumi pre-migratori, di viaggio o post-migratori e lutti, con la necessità dell’individuo di ricostruire la propria identità in un nuovo contesto.
La difficoltà nella psicoterapia dei migranti è dovuta alle barriere linguistiche, alla diversa cultura di provenienza, a malattie pregresse non curate che rendono complicato agli utenti poter usufruire di quanto reso disponibile nell’ambulatorio di Medicina della migrazione ove il professionista opera. Ed allora il setting si modifica: si dà spazio alla presenza del mediatore culturale, fondamentale per comprendere analiticamente la storia e il vissuto del paziente, tanto che si parla di “triadic setting” posto che il lavoro si svolge in tre.
L’approccio terapeutico innovativo usato in casi selezionati ove è stato possibile somministrare la Virtual Reality Therapy ossia la tecnologia che utilizza il visore per immergere il paziente in ambienti simulati, controllati dal terapeuta, permette di affrontare fobie, ansie e traumi in uno spazio sicuro, modulando l’esposizione allo stimolo temuto e facilitando l’apprendimento di nuove abilità di coping.
E si assiste ad attività singolari: una donna sudamericana si denuda davanti allo psicologo perché lo scambia per un medico specialista; una ragazza nigeriana, totalmente refrattaria agli psicofarmaci, viene curata anche tramite contatti whatsapp con lo sciamano della sua tribù e migliora notevolmente; un minore eritreo, apparentemente psicotico, non manifesta più ritiro sociale e isolamento, dopo qualche giro in moto all’interno della comunità in cui vive; una donna tunisina viene ipnotizzata insieme alla figlia, che non vuole assolutamente staccarsi da lei.
Sono tutte attività che possono suscitare sconcerto, ma che hanno funzionato perché la psicoterapia oggi è troppo legata ai canoni del mondo occidentale e seguirla rigidamente significa perdere la possibilità di curare.
Il punto focale del discorso è stato chiaro: la tecnologia e la farmacologia sono strumenti essenziali, ma l’efficacia terapeutica non può prescindere dalla relazione umana e dalla comprensione dei determinanti sociali della salute e della cultura. In un’era dominata dai dati, l’intervento ha ricordato che ogni diagnosi appartiene a una storia di vita unica, spesso segnata da avversità sociali o esperienze infantili avverse che richiedono un approccio empatico e personalizzato.
Il lavoro scientifico presentato dal dottor Bellissima ha riscosso un ampio consenso offrendo spunti di riflessione alla platea degli specialisti intervenuti.






