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Come contrastare il dolore? Ecco la sinergia tra percorsi clinici ed arteterapia

Durante un convegno all'Arnas Civico neurologi, terapisti e psicologi hanno sottolineato la necessità di un approccio bio-psico-sociale.

Tempo di lettura: 7 minuti
26 Gennaio 2026 - di

Quando si soffre di un dolore fisico e psichico, l’umanizzazione delle cure e l’arte terapia possono essere delle buone alleate per il percorso clinico. È quanto è emerso durante il convegno “Oltre il dolore: percorsi clinici e riflessioni artistiche” che si è svolto all’ARNAS Civico di Palermo, organizzato dal Rotary Palermo Est in collaborazione con il Gruppo Italiano Multidisciplinare Dolore Orofacciale (GIMDO).

Un momento di confronto multidisciplinare sui principali quadri di cefalea e dolore orofacciale, con particolare attenzione all’emicrania nell’adulto e in età evolutiva, nonché alle dimensioni psicologiche e relazionali del dolore. Neurologi, terapisti, psicologi hanno delineato percorsi diagnostici e terapeutici integrati, sottolineando la necessità di superare una visione puramente sintomatica del dolore per abbracciare un approccio bio-psico-sociale.

Pittura, performance: l’arte esce fuori dai soliti luoghi per raggiungere i malati oncologici. Accanto all’approccio medico, l’iniziativa ha introdotto una sezione dedicata al ruolo dell’arte nella rappresentazione del dolore somatico e psichico.

«Portare l’arte fuori dai suoi spazi tradizionali per incontrare chi affronta la malattia significa riconoscere il valore profondo dell’espressione artistica come strumento di cura- ha detto Lidia Maugeri, presidente Rotary Club Palermo Est – L’arte, in particolare quella visiva e performativa, ha la capacità di dare forma al dolore somatico e psichico, trasformandolo in un linguaggio condivisibile che genera empatia, ascolto e, talvolta, sollievo emotivo. È una visione pienamente in sintonia con la mission di MOMA – Malati Oncologici Mobilitano Arte, progetto sostenuto dal Rotary Club Palermo Est dal 2019, che attraverso l’art therapy affianca le cure tradizionali per migliorare il benessere psicologico dei pazienti oncologici e dei loro familiari. Un impegno che si inserisce con coerenza nel percorso nazionale di umanizzazione delle cure, ponendo la persona al centro e riconoscendo la complessità della sua esperienza di sofferenza».

Secondo i medici Pico Marchesa, Marcello Romano, Vincenzo Raieli e Carmelo Costa, organizzatori dell’iniziativa: «Il dolore, fisico e psichico, è un’esperienza universale che svolge una funzione protettiva fondamentale, tuttavia, quando perde il suo ruolo adattivo e diventa cronico, può trasformarsi in una condizione altamente invalidante, con rilevanti ripercussioni sulla qualità della vita e sul benessere psicologico e sociale della persona. La crescente complessità del dolore ha portato la comunità scientifica a riconoscere la necessità di approcci integrati e multidimensionali, basati su percorsi clinico-assistenziali strutturati e condivisi. Tali modelli favoriscono la continuità delle cure, l’appropriatezza terapeutica e il coordinamento interdisciplinare, superando una gestione frammentata del paziente. In questo quadro assume un ruolo centrale l’umanizzazione delle cure, intesa come valorizzazione dell’ascolto, della comunicazione e del rispetto della dignità individuale. Integrare competenza scientifica e attenzione alla dimensione umana della sofferenza rappresenta oggi un obiettivo prioritario per migliorare gli esiti clinici e la qualità complessiva dell’assistenza».

«Il dolore cronico costituisce una condizione complessa e multifattoriale- commenta il neurologo Filippo Brighina, responsabile del Centro Cefalee del Policlinico di Palermo- caratterizzata da persistenti alterazioni funzionali dei sistemi di elaborazione e modulazione del dolore a livello centrale e periferico. Patologie quali emicrania, cefalee croniche, dolore neuropatico, fibromialgia e sindromi dolorose muscoloscheletriche croniche rappresentano un rilevante problema di salute pubblica, associato a significativa disabilità, compromissione della qualità di vita e impatto socio-economico. Le evidenze cliniche indicano che il dolore cronico non può essere interpretato esclusivamente come sintomo periferico, ma come espressione di una disfunzione dei network neurobiologici coinvolti nella percezione sensoriale, nella regolazione emotiva e nei processi cognitivi. L’approccio terapeutico esclusivamente farmacologico risulta spesso insufficiente, rendendo necessario lo sviluppo di modelli di intervento integrati e multidisciplinari».

In questo contesto, «l’arte terapia emerge come strategia complementare promettente, in grado di favorire la rielaborazione emotiva e simbolica dell’esperienza dolorosa. Studi clinici suggeriscono benefici su benessere psicologico, disabilità e qualità di vita, supportando un modello di cura più centrato sulla persona».

Il dolore orofacciale è uno dei quadri più complessi da inquadrare, perché si colloca al confine tra neurologia, odontoiatria e medicina del dolore. I dolori orofacciali comprendono un ampio spettro di condizioni: nevralgia del trigemino, cefalee trigemino-autonomiche, dolore miofasciale, disfunzioni temporo-mandibolari e dolori neuropatici post-traumatici o post-chirurgici.

Carmelo Costa, terapista del dolore in Humanitas – ha evidenziato l’importanza di una diagnosi differenziale accurata, poiché trattamenti inappropriati possono cronicizzare il dolore. In particolare, la nevralgia del trigemino richiede un riconoscimento precoce per evitare inutili interventi odontoiatrici.

«In Italia non esiste attualmente un’organizzazione sanitaria strutturata dedicata alla diagnosi e alla presa in carico delle patologie dolorose del distretto oro-facciale- spiega- questa carenza organizzativa determina un significativo ritardo diagnostico, costringendo i pazienti a un percorso frammentato tra diversi specialisti prima di giungere a una diagnosi corretta. Manca, di fatto, una figura o un modello assistenziale che coordini il percorso clinico-terapeutico del paziente affetto da dolore oro-facciale. Alla luce di queste criticità, nel 2023 è stata costituita la società scientifica GIMDO, con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità scientifica e promuovere la creazione di una rete multidisciplinare che coinvolga le diverse figure specialistiche interessate, tra cui neurologi, odontoiatri e terapisti del dolore».

«La nevralgia del trigemino rappresenta un esempio emblematico di patologia frequentemente mal diagnosticata e sovrastimata, con conseguente inappropriatezza terapeutica- ha aggiunto Costa- Il percorso clinico corretto deve basarsi innanzitutto su un’accurata diagnosi clinica; solo successivamente il paziente può essere avviato a un trattamento farmacologico adeguato e, nei casi refrattari, a opzioni interventistiche. I dolori oro-facciali, nel loro complesso, risultano particolarmente complessi da trattare proprio a causa della difficoltà diagnostica. L’approccio iniziale è generalmente conservativo e comprende il trattamento farmacologico e, quando indicato, il supporto psicologico. In questo contesto, il ruolo del terapista del dolore diventa centrale nel coordinare il percorso terapeutico e nell’integrare le diverse competenze specialistiche, al fine di garantire una gestione efficace e personalizzata del paziente».

Il dolore del capo non risparmia i più piccoli che spesso anche loro soffrono di emicrania. A questo proposito il neuropsichiatra infantile Vincenzo Raieli ha posto l’accento sul rischio di sotto-diagnosi, e del ruolo centrale dell’igiene del sonno, la regolarità dei pasti e la gestione dello stress, oltre laddove necessario il trattamento farmacologico.

«Nel parlare di dolore in età infantile- afferma- non possiamo prescindere da tre parole chiave: dolore, empatia e comunicazione. Il dolore del bambino non è mai solo un sintomo fisico, ma un’esperienza complessa che coinvolge il corpo, le emozioni e la relazione con l’adulto che se ne prende cura. In particolare, il dolore del capo rappresenta una delle condizioni più frequenti e al tempo stesso più sottovalutate in età evolutiva. L’emicrania è in particolare una delle cefalee più frequenti nei bambini ed è anche la più disabilitante, ma spesso non viene riconosciuta tempestivamente. La diagnosi può essere posta già a partire dai 4 anni di età e, quando l’anamnesi è condotta in modo accurato, nella maggior parte dei casi non sono necessarie ulteriori indagini strumentali».

«Un aspetto centrale del percorso clinico è la comunicazione con il bambino. Spesso i piccoli pazienti faticano a trovare le parole per descrivere ciò che provano; per questo strumenti espressivi alternativi, come il disegno, diventano fondamentali. Chiedere al bambino di disegnare il proprio mal di testa significa offrirgli uno spazio per esplorare e raccontare il proprio mondo interno, senza mediazioni. Il disegno consente infatti di dare voce al disturbo senza l’intervento del genitore come tramite, favorendo una relazione più diretta, autentica e confidenziale con il clinico. Attraverso il disegno emergono non solo le caratteristiche del dolore, ma anche le emozioni ad esso associate, permettendo al professionista di cogliere segnali che altrimenti resterebbero inespressi. In questo senso, l’empatia diventa uno strumento clinico essenziale: saper ascoltare, osservare e accogliere il vissuto del bambino è parte integrante della cura. Richiamare l’attenzione sul dolore in età infantile significa quindi promuovere percorsi clinici che mettano il bambino al centro, riconoscendolo come soggetto competente nel raccontare il proprio malessere, se posto nelle condizioni giuste per farlo. È da qui che nasce una presa in carico efficace, rispettosa e realmente terapeutica».

Il convegno “Oltre il dolore: percorsi clinici” ha evidenziato come la gestione delle cefalee e dei dolori orofacciali richieda un approccio integrato e multidisciplinare. Neurologia e psicologia, insieme, offrono strumenti complementari per una presa in carico globale del paziente, con l’obiettivo non solo di ridurre il dolore, ma di migliorare la qualità della vita.

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