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La riflessione

«La sedazione palliativa non sia una scelta discrezionale degli ospedali»

Giorgio Trizzino commenta la storia raccontata dal fratello di un paziente oncologico a cui sarebbe stata negata: "Davanti a una sofferenza refrattaria occorre una valutazione clinica, una decisione motivata e un percorso assistenziale coerente con i principi delle cure palliative".

Tempo di lettura: 3 minuti
16 Settembre 2026 - di

Di Giorgio Trizzino.

«La lettera che Cristiano Lomonaco, fratello di Ivano deceduto il 29 giugno scorso all’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta, ha scritto per raccontare una brutta storia, pone una questione che va ben oltre la vicenda personale di una famiglia colpita dalla morte di un proprio caro. Si tratta di come una struttura ospedaliera debba assistere una persona quando la malattia non lascia più spazio alla guarigione.

Il racconto parla di un paziente affetto da una grave patologia oncologica arrivato al Pronto Soccorso dell’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta, in condizioni già compromesse e di una famiglia che avrebbe incontrato difficoltà nel garantire continuità alla terapia domiciliare e successivamente nell’essere autorizzata a rimanere accanto al proprio congiunto durante il progressivo aggravamento.

Ma il passaggio più delicato riguarda la sedazione palliativa. Il fratello racconta di averla chiesta di fronte a una sofferenza che appariva ormai insostenibile e di avere ricevuto, dopo un consulto con il primario, la risposta che in quella struttura non veniva praticata, preferendo l’aumento della dose di morfina.

Sarà naturalmente necessario verificare puntualmente quanto accaduto, ma su un principio non dovrebbe esserci ambiguità e cioè sul fatto che la ‘sedazione palliativa’ non è una scelta discrezionale del reparto ma una pratica clinica che deve essere valutata quando ne ricorrono le condizioni e che è prevista per legge.

Non significa che debba essere praticata ogni volta che viene richiesta da un familiare ma che davanti a una sofferenza refrattaria occorre una valutazione clinica, una decisione motivata e un percorso assistenziale coerente con i principi delle cure palliative.

Esiste poi un’altra domanda, forse ancora più semplice che riguarda il perché un malato nelle ultime ore di vita dovrebbe essere trattato come un qualsiasi altro ricoverato.

Non si discute sul fatto che le regole sugli accessi sono necessarie ma il fine vita richiede capacità di adattarle alla persona e alla situazione, consentendo a un familiare di poter rimanere accanto a chi sta morendo perché questo non è soltanto un gesto di umanità ma diventa parte della cura.

È questo in fondo il significato più autentico delle cure palliative che ci ricordano che quando non possiamo più guarire dobbiamo continuare a prenderci cura. E quando la cura non può più modificare il decorso della malattia, deve almeno garantire che nessuno venga lasciato solo con il proprio dolore.

Ancora più inquietante è il racconto relativo alla camera mortuaria, descritta dal familiare come un ambiente indecoroso, freddo e interessato da lavori. Anche in questo caso saranno necessari riscontri ma il dubbio resta su che idea abbiamo della dignità della persona quando la sua vita è finita?

La cura non termina nell’istante in cui il cuore smette di battere. Continua nel modo in cui una struttura accompagna la famiglia nelle ore immediatamente successive alla morte. Continua nel rispetto del corpo e nel modo in cui si consente ai congiunti di salutare il proprio caro.

La vicenda raccontata nella lettera merita dunque di essere letta con attenzione, senza pregiudizi e senza processi sommari ma anche senza dimenticare la domanda essenziale che si pone a chi la legge e cioè quanto è davvero “umana” una sanità che, proprio nel momento più fragile della vita, non riesce a mettere la persona prima della procedura.

È una domanda che riguarda tutti noi perché prima o poi in un ospedale, potremmo essere noi quella persona o potremmo essere quelli seduti accanto al suo letto».

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