Anna Maria Ferraro

Sicilia Blog

L'opinione dell'esperta

L’invadenza della realtà digitale sui processi di maturazione del cervello sociale ed emotivo

Anna Maria Ferraro, psicologa e psicoterapeuta

Il ruolo che l'immersione intensiva in ambienti digitali ha su l’empatia e l’impulsività. Consigli per un uso più consapevole in età evolutiva

Tempo di lettura: 6 minuti
3 Marzo 2026 - di

In ambito psichico per comprendere come si sviluppa una mente, è necessario guardare all’habitus: alle condizioni di radicamento della nostra psiche, a come esse siano cambiate nel tempo e a quali aspetti psicologici, ed eventualmente psicopatologici, abbiano portato tali cambiamenti. Solo così diventa possibile pensare interventi adeguati, laddove se ne rilevi la necessità. Se consideriamo i fattori ambientali, dobbiamo riconoscere che esiste oggi un elemento trasversale a tutte le storie individuali: il vivere in un ambiente fortemente tecno-mediato che, al di là delle differenze socio-culturali e dei contesti specifici, è in larga misura “uguale” per tutti.

Questo ambiente se da un lato offre straordinarie opportunità di accesso all’informazione, alla comunicazione e all’apprendimento; dall’altro, come ogni ambiente, richiede competenze di orientamento e utilizzo. Come dire: se non andiamo sulla neve con i sandali, allo stesso modo, non dovremmo abitare ambienti digitali senza attrezzarci adeguatamente in senso psichico ed educativo.

La domanda diventa allora: con quali accortezze entriamo negli ambienti tecno-mediati? L’immersione precoce e intensiva in questi contesti (videogiochi, internet, social) incide profondamente sui processi di maturazione del cervello sociale ed emotivo, soprattutto in età evolutiva, quando è ancora in pieno sviluppo. È il caso, quindi, di mettere a fuoco l’interazione tra ambienti digitali e fattori neuropsicologici che, interagendo costantemente insieme, contribuiscono a costruire la mente, potenziandone alcune funzioni e indebolendone altre. Esempi rilevanti a riguardo possono essere l’indebolimento dell’empatia e l’incremento dell’impulsività. Va da sé che “meno empatia” e “più impulsività” rappresenta una combo poco promettente.

Vediamo quindi il ruolo che l’immersione intensiva in ambienti digitali ha su questi due aspetti: l’empatia e l’impulsività. Per prima cosa chiediamoci: perché un’eccessiva immersione in ambienti tecno-mediati interferirebbe con il pieno sviluppo dell’empatia? Perché l’empatia è un processo incarnato, radicato in specifici sistemi neurali, non un’astrazione morale. In particolare, essa di basa sullo sviluppo dei neuroni specchio che, com’è noto, si attivano sia quando compiamo un’azione sia quando osserviamo un altro individuo compierla. Ma i neuroni specchio sono motoneuroni, ciò significa che per svilupparsi pienamente necessitano di interazione reale, corporea e situata.

L’esposizione ripetuta a interazioni reali, ricche di segnali non verbali (la sincronia dei gesti, la prossimità fisica, il contatto visivo diretto, le micro-espressioni, la reciprocità temporale, ecc.) costituisce lo stimolo più potente per la maturazione del cervello empatico. L’interazione mediata dallo schermo, invece, pur potendo attivare in parte questi meccanismi, riduce la complessità sensoriale ed emotiva dell’esperienza relazionale. Le comunicazioni digitali, infatti, sono spesso frammentate, asincrone, prive di feedback corporeo diretto, in questo ambiente emoji, reazioni rapide e messaggi brevi tendono a sostituire segnali corporei complessi e continui.

Di conseguenza, un’esposizione eccessiva ad ambienti digitali – soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza – rischia di impoverire l’allenamento di questi circuiti, con ricadute sulla capacità empatica. Questo può favorire una forma di “comprensione superficiale”, prevalentemente cognitiva, ma anche incerta ed equivocabile, a scapito dell’empatia affettiva profonda, che si sviluppa attraverso risonanze emotive dirette e incarnate.

È importante chiarire che i neuroni specchio si attivano anche davanti agli schermi: a tutti è capitato, ad esempio, di commuoversi guardando un film. Tuttavia, qui non parliamo dell’esperienza occasionale di un contenuto audiovisivo, bensì dell’essere continuamente immersi in ambienti digitali, dove la relazione virtuale tende a sostituire, e non semplicemente affiancare, l’interazione corporea reale. Parallelamente, e arriviamo al secondo aspetto, gli ambienti digitali sono progettati per stimolare i circuiti dopaminergici della ricompensa che, agendo sulla gratificazione immediata, incrementano i comportamenti impulsivi. Notifiche, like e contenuti personalizzati agiscono, infatti, come micro-ricompense intermittenti; un meccanismo noto per la sua capacità di indurre dipendenza comportamentale.

L’iperstimolazione dopaminergica rafforza la ricerca della gratificazione immediata, riducendo drasticamente la capacità di attesa e di autoregolazione. In termini comportamentali, ciò si traduce in difficoltà nel controllo degli impulsi, risposte rapide, polarizzazione emotiva e scarsa riflessività. Questo interferisce a qualsiasi età con l’attività delle aree prefrontali, deputate al controllo esecutivo e alla modulazione delle emozioni, ma particolarmente quando esse sono in via di sviluppo. Rischiamo così di trovarci dinanzi a una combinazione critica: meno empatia e più impulsività.

In sintesi: l’indebolimento dei sistemi empatici incarnati, unito all’iperattivazione dei circuiti dopaminergici della ricompensa, può produrre un duplice esito: da un lato una minore capacità di sentire l’altro come “simile a me” e di riconoscerne empaticamente sue emozioni; dall’altro una maggiore tendenza a comportamenti impulsivi, spesso slegati dalle loro conseguenze relazionali e sociali (per via della carente funzione riflessiva). Per tutto questo – e per altro che qui non abbiamo detto – non bisogna dimenticare che gli ambienti tecno-mediati non sono neutri ma agiscono come veri e propri ecosistemi cognitivi ed emotivi che contribuiscono a modellare il comportamento. Riconoscere questi rischi non implica demonizzare la tecnologia, ma cercare le condizioni di equilibrio tra interazione digitale ed esperienza incarnata. Promuovere spazi di relazione reale e consapevolezza dell’uso dei media diventa, ancora una volta, una questione centrale: non solo educativa o culturale, ma di salute mentale, individuale e sociale. In termini educativi e preventivi ciò significa restituire centralità all’esperienza corporea e relazionale. Spazi di gioco libero, attività cooperative, esperienze artistiche e motorie, momenti di confronto diretto e non mediato sono occasioni fondamentali per allenare i circuiti empatici.

Non si tratta semplicemente di “ridurre il tempo davanti agli schermi”, ma di offrire alternative relazionali significative, capaci di coinvolgere il corpo, l’attenzione e l’emozione in modo integrato. Un secondo livello, in termini preventivi, riguarda la consapevolezza. Accompagnare bambini e adolescenti a comprendere come funzionano gli ambienti digitali (perché attraggono, perché creano dipendenza, perché rendono difficile interrompere) permette di trasformare un uso passivo in un uso più riflessivo. Rendere visibili i meccanismi della gratificazione immediata e dell’iperstimolazione dopaminergica aiuta a costruire gradualmente capacità di autoregolazione, anziché affidarsi esclusivamente al controllo esterno o al divieto.

E poi il modello adulto: la regolazione emotiva, la capacità di attesa, la qualità dell’attenzione e della presenza non si insegnano solo a parole, ma si trasmettono per imitazione. Un adulto capace di sospendere, ascoltare, tollerare la frustrazione e stare nella relazione offre un potente contesto di apprendimento implicito. Nelle famiglie, nella scuola, nelle comunità, diventa fondamentale pensare a tempi, ritmi e ambienti che favoriscano l’incontro reale, sapendo che questo incide sulla salute psichica individuale e collettiva. In definitiva, se l’ambiente contribuisce a plasmare la mente, allora intervenire sull’ambiente, e sul modo in cui lo abitiamo, è forse la più importante di forma di prevenzione.

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