La sanità pubblica di Catania e della sua provincia attraversa una crisi che coinvolge liste d’attesa, Pronto Soccorso, carenza di personale, posti letto e assistenza territoriale. Le difficoltà non possono più essere considerate emergenze isolate, ma rappresentano problemi strutturali che richiedono interventi concreti da parte della Regione Siciliana e delle direzioni delle aziende sanitarie.
A denunciarlo, rivolgendosi a Insanitas, sono Concetta La Rosa, Segretaria Generale della FP CGIL di Catania, e Carmelo Calvagna, Segretario Regionale e Provinciale della FP CGIL Dirigenza medica e sanitaria, che richiamano l’attenzione soprattutto sulle condizioni dei comuni periferici e delle aree interne della provincia.
Quali sono le principali criticità della sanità pubblica nel territorio etneo?
«Una delle criticità più evidenti- esordisce Concetta La Rosa- riguarda i tempi necessari per ottenere visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici. La pubblicazione dei piani aziendali e dei tempi di attesa non è sufficiente se non viene accompagnata da dati concreti sulle prestazioni realmente prenotabili, sulle agende chiuse o temporaneamente indisponibili e sul numero di cittadini costretti a rivolgersi alle strutture private o a rinunciare alle cure. Non è accettabile che una visita o un esame risultino difficilmente accessibili attraverso il Servizio sanitario pubblico e diventino invece disponibili in tempi molto più brevi a pagamento. In queste condizioni il diritto alla salute rischia di dipendere dalla capacità economica dei cittadini».
Che tipo di soluzione bisognerebbe adottare?
«Per garantire trasparenza ed equità- prosegue La Rosa- chiediamo che siano resi pubblici, per ciascuna azienda sanitaria e tipologia di prestazione, i volumi delle attività istituzionali e intramoenia, i rispettivi tempi medi di attesa e gli eventuali provvedimenti adottati quando emergono squilibri tra i due canali».
Cosa rende allarmante la situazione nei Pronto Soccorso?
«I Pronto Soccorso dell’area metropolitana catanese- interviene Carmelo Calvagna- rappresentano il punto di arrivo delle insufficienze dell’intero sistema sanitario: debolezza della medicina territoriale, difficoltà di accesso agli specialisti, carenza di posti letto e ritardi nei percorsi di dimissione e di presa in carico».
A quali cause sono riconducibili queste problematiche?
«Il sovraffollamento- specifica il Segretario Regionale e Provinciale della FP CGIL Dirigenza medica e sanitaria- non dipende soltanto dal numero degli accessi, ma soprattutto dalla permanenza prolungata nei Pronto Soccorso di pazienti già visitati e stabilizzati, ma ancora in attesa di un posto letto nei reparti. Il fenomeno del cosiddetto stazionamento dei pazienti determina ritardi nell’assistenza, riduce gli spazi disponibili per le nuove emergenze e sottopone medici, infermieri e operatori sociosanitari a condizioni di lavoro sempre più pesanti».
Come fronteggiare l’emergenza legata al sovraffollamento delle strutture?
«Occorre intervenire non soltanto sugli accessi impropri, ma sul numero dei posti letto realmente disponibili, sui tempi di permanenza dei pazienti, sulla rapidità dei trasferimenti nei reparti e sulla dotazione effettiva di personale. Devono inoltre essere attivati- prosegue Calvagna- percorsi dedicati per anziani, persone fragili, pazienti cronici e soggetti con bisogni assistenziali complessi, evitando che il Pronto Soccorso diventi l’unico punto di accesso al sistema sanitario».
Che soluzioni andrebbero adottate invece in merito alla carenza di organico?
«La programmazione degli organici- aggiunge Calvagna- non può basarsi esclusivamente sul personale formalmente assegnato. Maternità, malattie, limitazioni funzionali, ferie accumulate, esoneri dai turni, trasferimenti e altri istituti possono ridurre sensibilmente il numero dei professionisti effettivamente disponibili. La sostenibilità dei turni, la copertura delle urgenze e il diritto a ferie e riposi devono pertanto essere valutati sulla base delle presenze reali. La questione si rivela particolarmente grave nei servizi di emergenza, nelle chirurgie e nelle sale operatorie. Gli operatori dell’emergenza lavorano ormai in una condizione di pressione permanente, aggravata dai picchi influenzali, dalle ondate di calore, dall’aumento degli accessi e dalla difficoltà di garantire turni, ferie e riposi. A ciò si aggiungono il rischio di burnout e il crescente numero di aggressioni verbali e fisiche ai danni del personale sanitario».
Che carenze emergono nei comuni periferici e nelle aree interne?
«Nei comuni periferici e nelle aree interne della provincia- afferma Calvagna- risultano inoltre insufficienti la copertura della medicina generale, della pediatria di libera scelta e dell’assistenza specialistica. Questa situazione determina un maggiore ricorso ai Pronto Soccorso, ritardi nelle diagnosi, difficoltà nella gestione dei pazienti cronici e forti disuguaglianze tra il capoluogo e i territori più distanti».
Quanto influisce la mancata attivazione delle strutture previste dalla riforma dell’assistenza territoriale e finanziate attraverso il PNRR?
«La loro mancata attivazione genera forte preoccupazione. Nella provincia- fa notare Concetta La Rosa– non risulterebbero ancora pienamente operative le Centrali operative territoriali e gli Ospedali di comunità di Paternò, Belpasso e Palagonia. Ritardi vengono segnalati anche per la Centrale operativa territoriale di Acireale e per le strutture di Viagrande e Pedara. Inaugurati a fine luglio invece le Case della comunità di Ramacca, Scordia e l’Ospedale di comunità di Caltagirone».
Quando le si potrà considerare realmente operative?
«Non è sufficiente completare i lavori, acquistare attrezzature o inaugurare nuovi locali. Una struttura sanitaria- sottolinea La Rosa- può essere considerata realmente aperta soltanto quando dispone di personale medico, infermieristico e sociosanitario, posti letto effettivamente attivi, assistenza continuativa e procedure chiare per la presa in carico dei pazienti».
Quali sono le ripercussioni di tali ritardi?
«La mancata attivazione degli Ospedali di comunità- spiega Calvagna– costringe molti pazienti anziani, fragili, cronici o in fase post-acuta a rimanere negli ospedali tradizionali, contribuendo alla riduzione dei posti letto disponibili, all’aumento della permanenza, al sovraffollamento dei Pronto Soccorso e al rinvio di ricoveri e interventi programmati».
Una diversa gestione delle risorse regionali potrebbe contribuire a ridurre tali criticità?
«Sì, le risorse regionali attualmente destinate alle esternalizzazioni e all’acquisto di prestazioni da soggetti privati dovrebbero essere progressivamente riallocate al rafforzamento strutturale del Servizio sanitario pubblico. In particolare, tali finanziamenti- sottolinea Calvagna- dovrebbero sostenere assunzioni stabili, prevedere incentivi economici e professionali per il personale impiegato nelle sedi disagiate o carenti di organico, migliorare le condizioni di lavoro, potenziare la formazione, garantire un’adeguata tutela legale e introdurre misure di welfare capaci di rendere nuovamente attrattivo il servizio sanitario regionale».
In che modo la crisi si estende anche a settori più specifici della sanità?
«Le criticità riguardano inevitabilmente anche l’assistenza ai malati terminali, la salute mentale, le dipendenze patologiche e la neuropsichiatria infantile. L’Hospice per adulti e quello pediatrico dell’ARNAS Garibaldi- spiega Concetta La Rosa– svolgono un servizio fondamentale, ma continuano a operare con personale e capacità ricettiva insufficienti rispetto alle esigenze della popolazione. Anche nell’ambito della salute mentale persistono tempi lunghi per le prime valutazioni e difficoltà nella presa in carico dei minori».
Quanto è significativo il divario dell’offerta sanitaria tra il capoluogo etneo e le aree periferiche della provincia?
«L’offerta sanitaria- sottolinea Calvagna- rimane eccessivamente concentrata nel capoluogo. I cittadini dell’area etnea, del Calatino e dei comuni periferici sono spesso costretti a raggiungere Catania anche per prestazioni che dovrebbero essere garantite vicino al luogo di residenza, con conseguenze particolarmente pesanti per anziani, persone fragili, disabili e famiglie con minori possibilità economiche».
Come la FP CGIL intende agire per fronteggiare la situazione?
«Chiediamo l’istituzione di una cabina di regia provinciale permanente, con la partecipazione delle organizzazioni sindacali e delle associazioni dei pazienti, incaricata di verificare lo stato di attuazione degli interventi e delle strutture finanziate. Per ogni presidio – aggiunge La Rosa – dovrebbero essere resi pubblici il numero dei posti letto programmati e attivati, lo stato dei lavori, il personale necessario e quello effettivamente assegnato, le risorse utilizzate, le responsabilità e le date previste per l’apertura. Dovrebbero inoltre essere pubblicati dati aggiornati sulla permanenza nei Pronto Soccorso, sui tempi di attesa per il ricovero, sul numero dei pazienti in boarding e sui posti letto temporaneamente chiusi o indisponibili».
Quali sono dunque le esigenze territoriali da tenere in considerazione per raggiungere obiettivi concreti e strutturati?
«Catania e la sua provincia non hanno bisogno di nuovi annunci o inaugurazioni formali, ma di servizi realmente operativi, assunzioni stabili, posti letto disponibili e strutture territoriali capaci di rispondere ai bisogni delle comunità. È necessario – conclude Concetta La Rosa – ristabilire un equilibrio trasparente tra prestazioni pubbliche e intramoenia, ridurre il sovraffollamento dei Pronto Soccorso e garantire che il diritto alla salute non dipenda dal comune di residenza, dalla disponibilità economica o dalla possibilità di rivolgersi privatamente alle cure. La Regione e le direzioni aziendali definiscano tempi certi, responsabilità precise e risultati pubblicamente verificabili».





