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L'approfondimento

Lipedema: ecco sintomi, diagnosi e terapie

L'intervista al chirurgo vascolare e linfologo Mario Bellisi su questa malattia cronica e progressiva che colpisce il tessuto adiposo e quello connettivo.

Tempo di lettura: 6 minuti
20 Luglio 2026 - di

Il lipedema è una malattia cronica e progressiva che colpisce il tessuto adiposo e il tessuto connettivo, provocando infiammazione, dolore e un importante impatto sulla qualità della vita. Non si tratta di un semplice accumulo di grasso né di un edema del tessuto adiposo, ma di una patologia ancora troppo spesso poco conosciuta e confusa con obesità, cellulite o linfedema.

Si stima che interessi prevalentemente le donne, fino al 95% dei casi, ma il ritardo diagnostico può arrivare anche a dieci anni, con conseguenze sia fisiche sia psicologiche. Sebbene oggi non esista una cura definitiva, una diagnosi precoce e un trattamento tempestivo possono rallentare la progressione della malattia, alleviarne i sintomi e, in molti casi, ottenere un significativo miglioramento del quadro clinico.

L’approccio terapeutico è cambiato profondamente: non si parla più di una singola terapia, ma di un percorso integrato e multidisciplinare, in cui chirurgo vascolare, linfologo, endocrinologo, nutrizionista, fisioterapista e altri specialisti collaborano per accompagnare la paziente in un percorso di cura personalizzato.

Ne parliamo con il chirurgo vascolare e linfologo Mario Bellisi per capire che cos’è davvero il lipedema, come riconoscerlo precocemente e quali sono oggi le strategie più efficaci per affrontarlo.

Che cos’è il lipedema e come si distingue dall’obesità o dal linfedema?
«Il lipedema è una malattia cronica, progressiva e invalidante del tessuto adiposo e del tessuto connettivo lasso, caratterizzata da uno stato di infiammazione cronica. Non si tratta di un semplice accumulo di grasso né di un edema del tessuto adiposo, ma di una patologia complessa in cui l’edema rappresenta una conseguenza del processo infiammatorio. È importante distinguerlo dal linfedema, che interessa invece il sistema linfatico ed è causato da un ristagno della linfa. Sebbene entrambe le patologie possano compromettere significativamente la qualità di vita e talvolta coesistere, hanno origine e meccanismi differenti».

Quanto è diffuso e chi colpisce più frequentemente?
«Il lipedema è una patologia frequente ma ancora sottostimata. Colpisce prevalentemente il sesso femminile, con una prevalenza stimata tra il 90 e il 95% dei casi. Questa netta predominanza suggerisce una forte correlazione con i fattori ormonali. Non a caso la malattia esordisce spesso durante le principali fasi di cambiamento ormonale della donna, come la pubertà, la gravidanza e la menopausa, oppure dopo trattamenti estro-progestinici protratti nel tempo».

Perché è una patologia ancora poco conosciuta?
«Perché è una malattia nuova, il lipedema è stato riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2018. Prima di allora molte pazienti venivano erroneamente diagnosticate come obese, affette da cellulite o da linfedema. In realtà si tratta di una patologia presente da sempre, ma solo recentemente riconosciuta dalla comunità scientifica. Il lipedema è ancora oggi una malattia poco conosciuta e frequentemente confusa con obesità, cellulite o linfedema. In alcuni casi viene considerato erroneamente una semplice caratteristica costituzionale. Questo determina un importante ritardo diagnostico, che mediamente raggiunge i dieci anni dalla comparsa dei primi sintomi. Un dato particolarmente significativo è che circa l’80% delle diagnosi nasce dall’iniziativa della stessa paziente, che riconosce i sintomi e si informa autonomamente sulla malattia».

Chi può diagnosticare il lipedema?
«La diagnosi può essere effettuata da specialisti esperti nella patologia, in particolare: chirurghi vascolari; angiologi; fisiatri. Successivamente la paziente dovrebbe essere presa in carico da un team multidisciplinare composto, a seconda delle necessità cliniche, da endocrinologi, ginecologi, nutrizionisti, fisioterapisti, riabilitatori, psicologi e professionisti dell’attività motoria. Solo un approccio integrato e plurispecialistico consente oggi di ottenere il miglior controllo della malattia, rallentarne l’evoluzione e migliorare la qualità di vita delle pazienti».

Quali sono i sintomi principali del lipedema?
«I primi segni compaiono generalmente dopo la pubertà. La donna osserva una progressiva modifica della propria silhouette: la parte superiore del corpo rimane relativamente snella, mentre glutei, cosce e gambe aumentano di volume in modo sproporzionato rispetto al resto del corpo. L’interessamento è quasi sempre bilaterale e simmetrico. Piedi e mani risultano generalmente risparmiati, mentre in alcune pazienti possono essere coinvolte anche le braccia. Tra i sintomi più frequenti troviamo: sproporzione tra tronco e arti inferiori; cute irregolare con presenza di nodularità sottocutanee; senso di pesantezza agli arti, che peggiora durante la giornata; dolore spontaneo o alla palpazione; facile comparsa di ecchimosi anche dopo traumi minimi. Questi sintomi incidono profondamente sia sul benessere fisico sia sulla qualità della vita».

Quali sono le difficoltà fisiche ed emotive che affrontano le persone con questa condizione?
«Il lipedema non compromette soltanto la salute fisica. Le pazienti convivono spesso con dolore, pesantezza, limitazione funzionale e difficoltà nelle attività quotidiane. A questo si aggiunge un importante impatto psicologico dovuto al cambiamento dell’immagine corporea e, soprattutto, alla sensazione di non essere comprese o credute. Per molti anni molte donne vengono considerate semplicemente in sovrappeso o poco attente allo stile di vita, con inevitabili ripercussioni sull’autostima e sulla salute mentale. Per questo quando diagnostico il lipedema molte donne si commuovono perché finalmente sono riconosciuti i sintomi».

Il lipedema è associabile anche ad altre patologie?
«Sì. Il lipedema presenta frequentemente associazioni con diverse condizioni endocrino-metaboliche. Tra le più comuni troviamo: tiroidite di Hashimoto; sindrome dell’ovaio policistico; insulino-resistenza; diabete mellito. Per questo motivo una valutazione endocrinologica completa è fondamentale per individuare e correggere eventuali alterazioni ormonali. Negli ultimi anni è emerso anche un crescente interesse per il ruolo del microbiota intestinale. Alcuni studi suggeriscono che una disbiosi intestinale possa favorire la produzione di endotossine in grado di alimentare uno stato infiammatorio sistemico, contribuendo alla progressione della malattia».

Quali sono le opzioni terapeutiche disponibili oggi?
«Oggi non si parla più di monoterapia, ma di un approccio integrato e multidisciplinare. Il lipedema è una malattia cronica che attualmente non può essere guarita definitivamente, ma può essere efficacemente controllata, rallentandone la progressione e migliorando significativamente la qualità di vita».

Cosa comprende il trattamento?
«Terapia farmacologica con farmaci ad azione antinfiammatoria e sul microcircolo; terapia compressiva mediante indumenti elastocompressivi specifici, che svolgono un’importante azione antinfiammatoria, antidolorifica e di supporto al drenaggio; fisioterapia e terapia decongestiva; attività fisica regolare e a basso impatto; alimentazione antinfiammatoria personalizzata. La gestione della paziente richiede la collaborazione tra più specialisti».

Alimentazione e attività fisica possono aiutare. In che modo?
«Una nutrizione personalizzata, impostata da un nutrizionista esperto nel trattamento del lipedema, contribuisce a ridurre lo stato infiammatorio sistemico e a migliorare il quadro metabolico. Anche l’attività fisica rappresenta un elemento fondamentale della terapia. Sono particolarmente indicate attività dolci e regolari, associate alla fisioterapia e alla riabilitazione, che favoriscono il drenaggio dei liquidi, mantengono il tono muscolare e riducono il dolore».

Quando può essere indicato un intervento chirurgico?
«La chirurgia rappresenta un’opzione terapeutica importante, ma deve essere attentamente selezionata. Nella maggior parte dei casi è indicata nelle forme più avanzate della malattia, dopo almeno un anno di trattamento conservativo multidisciplinare comprendente terapia compressiva, fisioterapia, attività fisica e alimentazione. L’intervento eseguito senza un adeguato percorso terapeutico preliminare può offrire un miglioramento iniziale, ma è associato a un maggiore rischio di recidiva nel tempo. Per questo motivo la chirurgia deve essere considerata parte di un percorso terapeutico completo e non una soluzione isolata».

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