CATANIA. Il camice bianco non più solo un simbolo di cura, ma un bersaglio su cui riversare angoscia e nervosismo, stanchezza e turbamento. È così che il Pronto Soccorso diventa una vera e propria trincea, che invece di fare da cornice all’inevitabile battaglia contro malattia e morte, fa da sfondo a una guerra tra chi cura e chi chiede di essere curato. Tra chi si impegna a ridurre i tempi di attesa e chi però non è più disposto ad aspettare.
Ed è questo lo scenario in cui si rivela determinante il ruolo dei vigilantes dell’Arnas Garibaldi Centro, sentinelle pronte a intervenire per far sì che una mano che deve operare non debba mai sentire il bisogno di difendersi. È il ruolo di chi decide di restare umano nonostante l’umanità che ha di fronte stia dando il peggio di sé, ostinandosi ad anteporre il ticchettio di un orologio al battito cardiaco di chi, a pochi metri, contro ogni pronostico, ha sfidato la morte e ha vinto.
A intervenire, ai microfoni di Insanitas, il dott. Santo Bonanno (responsabile del Pronto Soccorso del Garibaldi Centro) e uno dei vigilantes in servizio nella struttura, Domenico Di Stefano. Entrambi per ricordare come l’unica urgenza, alla fine dei conti, debba sempre essere la vita, e non l’impazienza di chi guarda l’orologio senza sapere che, a pochi passi, c’è chi il valore del tempo lo conosce bene, e di certo non esiterebbe ad attendere se solo, di tempo, gliene fosse concesso un altro po’. Perché in fondo è una la principale missione di chi cura e di chi protegge, di chi indossa un camice bianco e chi una divisa: far sì che quel battito sia l’unico a cui sia permesso rompere la quiete del giorno e della notte.




