Sicilia ASP e Ospedali

L'intervista di Insanitas

Policlinico di Catania: il valore aggiunto della crioablazione contro il tumore al seno

A poterne usufruire sono coloro che presentano determinati requisiti, come spiegato da Marco Furci, direttore della Breast Unit.

Tempo di lettura: 5 minuti
13 Aprile 2026 - di

È tempo di novità nella Breast Unit del Policlinico di Catania, con l’introduzione della crioablazione, una nuova tecnica mini-invasiva che consente alle donne affette da un carcinoma mammario di optare per un percorso di cura differente dalla tradizionale chirurgia, ma non è un’alternativa percorribile da qualsiasi paziente: a poterne usufruire sono solo coloro che presentano determinati requisiti, come spiegato dal dott. Marco Furci, direttore della Breast Unit, intervistato da Insanitas.

Dott. Furci, partiamo dalla base. Cos’è la crioablazione?
«La crioablazione è una procedura innovativa che consente, in alcuni casi ben selezionati, di evitare l’intervento chirurgico per il tumore alla mammella. Consiste nell’introdurre all’interno del nodulo di tumore, previa anestesia locale, una sonda chiamata “criosonda” (una sorta di ago dalle dimensioni simile agli aghi che si usano per la comune agobiopsia). La sua particolarità però è che presenta una scanalatura – una sorta di solco – all’interno della quale viene inserito del gas refrigerante, nella fattispecie azoto liquido, che determina la formazione sulla punta dell’ago di una sorta di palla di ghiaccio, che ingloba il tumore e ne determina la distruzione».

Come si svolge la procedura?
«È una procedura mini-invasiva ed ecoguidata dalla durata complessiva di circa un’ora, che viene eseguita in day hospital o anche in ambulatorio, in anestesia locale, e che si articola in tre cicli: una prima fase di congelamento in cui si forma la “palla di ghiaccio”, seguita da una di scongelamento e infine di ricongelamento. Ciascuna prevede una durata di circa 10 minuti».

Quando è stata introdotta?
«La crioablazione eseguita nell’ambito del tumore alla mammella è stata introdotta solo da qualche anno. Tuttavia, la tecnica non è del tutto nuova perché è una di quelle più usate nella cura di altri tumori, a partire da quello del rene».

L’efficacia della crioablazione è paragonabile a quella delle operazioni chirurgiche tradizionali?
«Sì, lo conferma uno studio americano dal titolo “ICE3” che ne sottolinea la validità. Le percentuali di controllo locale della malattia sono sovrapponibili in termini di successo a quelli della chirurgia tradizionale. Ma solo per determinati tumori: non tutti possono essere trattati con questa procedura».

Quali sono allora i tumori per i quali si può procedere così?
«Per poter eseguire la crioablazione i tumori devono essere unifocali (quindi deve essercene solo uno all’interno della mammella), piccoli (di dimensioni non superiori a 1,5 cm), con caratteristiche istopatologiche di basso rischio e, infine, senza metastasi ai linfonodi ascellari».

Ci sono altri tipi di pazienti per cui la crioablazione si rivela particolarmente indicata?
«Può rappresentare una soluzione anche nel caso di pazienti che per malattie concomitanti sono ad alto rischio per l’intervento chirurgico tradizionale. È il caso di una paziente che ho trattato e che per gravi comorbilità – tra cui cardiopatia, insufficienza renale e un altro tumore al polmone – non era suscettibile di chirurgia in anestesia generale».

Si può immaginare un futuro in cui la crioablazione possa diventare uno standard anche per altri target di pazienti che scelgono di evitare la chirurgia?
«Sì, la crioablazione ha buone prospettive in questo senso. Siamo fiduciosi del fatto che possa diventare un’opzione standard, soprattutto nell’ottica di una riduzione delle procedure chirurgiche, una descalation verso cui i senologi di tutto il mondo sono attualmente orientati».

Riassumendo: perché quindi è un trattamento vantaggioso per la paziente?
«Il vantaggio principale è che si evita l’intervento chirurgico e di conseguenza di molte delle complicanze tipiche di tali procedure: non c’è dolore, non c’è anestesia generale e non c’è cicatrice. La dimissione avviene in giornata, con una ripresa rapidissima delle proprie attività lavorative: si torna a casa a distanza di un paio d’ore dal trattamento».

Da chi è composto il team che si occupa della procedura?
«Nell’ambito della crioablazione hanno un ruolo preminente gli anatomopatologi – che fanno l’esame istologico della biopsia per capire la natura del tumore – i radiologi, i radiologi interventisti, i chirurghi, gli oncologi e i radioterapisti. È l’intero gruppo multidisciplinare che prende parte sia alla scelta dell’opzione terapeutica sia ai trattamenti post-procedura».

«Vantaggi per il paziente, ma anche per il servizio sanitario regionale in termini di risparmio?
Sì, potrebbe rappresentare anche un vantaggio in questo senso perché la paziente viene dimessa in giornata. Quindi per la sanità pubblica questo può rappresentare una fonte di risparmio perché comunque, potendo procedere anche in ambulatorio, si evitano i ricoveri che sono comunque una fonte di spesa».

«La crioablazione può essere vista come un primo passo verso un percorso di cura sempre più personalizzato e “cucito” sulla paziente?
Assolutamente sì. Ogni tumore al seno è diverso dagli altri e quindi per ognuno cerchiamo di garantire una cura mirata e specifica: quando un trattamento possiede queste due caratteristiche ha buone chance di essere efficace. L’obiettivo moderno è essere in grado di eseguire tutte le opzioni che attualmente la ricerca e l’innovazione tecnologica ci consentono di usare in modo da poter offrire a ogni donna quella che più si addice alla sua persona».

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