Sicilia ASP e Ospedali

L'intervista

Ospedale Umberto I di Enna: la Buona Sanità della Medicina Interna

Il responsabile Massimo Campisi illustra ad Insanitas le attività di un reparto sempre più multidisciplinare, che per vocazione si occupa di pazienti con comorbidità.

Tempo di lettura: 5 minuti
26 Febbraio 2026 - di

Come cambia la Medicina Interna dell’Umberto I di Enna? Il dottor Massimo Campisi, responsabile dell’Unità da noi intervistato ci ha raccontato di un reparto sempre più multidisciplinare, che per vocazione si occupa di pazienti con comorbidità. Campisi illustra la crescita degli accessi e dei ricoveri, il potenziamento degli ambulatori specialistici e l’uso innovativo della telemedicina, che ha permesso di monitorare anziani fragili e pazienti vulnerabili. Centrale, nella sua visione, è l’integrazione tra ospedale e territorio, con un modello assistenziale sempre più vicino al paziente.

Dottor Campisi, l’età media della popolazione è in aumento e quindi aumentano i pazienti con più patologie. Gli ospedali sono davvero a misura di anziano?
«La domanda è centrale, soprattutto in una provincia come la nostra. Enna conta circa 39 mila persone sopra i 70 anni e 12 mila ultraottantenni: siamo la provincia più anziana della Sicilia. È evidente che la Medicina Interna diventa il fulcro della presa in carico di pazienti complessi e pluripatologici. Oggi il 60% dei ricoveri che arrivano dal Pronto soccorso riguarda pazienti comorbidi in età geriatrica. Chi accoglie questi pazienti? La Medicina interna, insieme alla Lungodegenza e alla Geriatria. Siamo un caposaldo nella gestione dei ricoveri e diamo un contributo concreto nel contrastare il sovraffollamento del Pronto soccorso».

Negli ultimi mesi avete registrato un incremento degli accessi. Come lo spiegate e con quali risorse lo affrontate?
«C’è stato un aumento significativo: il Pronto Soccorso è passato da 20 mila accessi nel 2024 a 24 mila nel 2025. Questo significa maggiore fiducia, anche da fuori provincia: non arrivano solo pazienti da Enna, ma anche da Caltanissetta e Gela.
Dal mio insediamento, l’uno settembre 2024, ho riorganizzato il reparto in modo più dinamico e i ricoveri sono passati da 350 nel 2023 a 750 nel 2025. Abbiamo 32 posti letto tra Medicina, Lungodegenza e Geriatria, che diventano mediamente 36 con i cosiddetti posti tecnici. Nonostante il numero dell’organico, lavoriamo a pieno regime».

Quali sono i punti di forza del reparto e i servizi che offre?
«Siamo un reparto multidisciplinare. Tre accademici garantiscono ambulatori di alto livello: il professor Pallotti per Diabetologia ed Endocrinologia, il professore Sambataro per la Reumatologia e il professore Geraci per Ipertensione e patologie vascolari. Tra gli ospedalieri, la dottoressa Paternò segue un ambulatorio di Diabetologia e siamo l’unico reparto in provincia dove si eseguono biopsie tiroidee, grazie al dottor Gaspare Stabile. Abbiamo un ambulatorio per i disturbi cognitivi e comportamentali dell’anziano all’ ex Ciss, di cui si occupa la dottoressa Iraci e un servizio dedicato alle spirometrie, con la collega Raspa. In Lungodegenza la dottoressa Battaglia coordina un ambulatorio di Vulnologia e siamo stati la prima provincia siciliana ad attivare la tele-vulnologia, in collaborazione con l’ospedale Ferro Capra Branciforte di Leonforte. Un team multidisciplinare, composto dal chirurgo Accursio e dall’anestesista Scarpello, segue in telemedicina i pazienti delle RSA con lesioni da decubito, evitando loro spostamenti».

La telemedicina ha un ruolo importante nella sua esperienza, che risultati ha dato e quale sarà il suo futuro?
«Grazie ai fondi del PNRR (Missione 5) abbiamo preso in carico 300 anziani comorbidi e una sessantina di pazienti in telemonitoraggio attivo. Il centro ha seguito anche circa mille migranti, molti dei quali vittime di violenza o profughi di guerra, offrendo supporto psicologico a distanza. Nei 300 anziani monitorati abbiamo riscontrato un 18% di fibrillazione atriale misconosciuta, il 30% di ipertensione non controllata, il 25% di diabete tipo II scompensato e il 40% di scarsa aderenza terapeutica. Intervenendo precocemente abbiamo migliorato la qualità di vita e ridotto i costi per il sistema sanitario. Il finanziamento si è concluso il 31 dicembre 2025 e ahimè molti pazienti che ci contavano sono rimasti scoperti ma con la piattaforma nazionale di telemedicina di Agenas e la creazione delle IRT regionali il sistema dovrebbe diventare strutturale, almeno queste sono le indicazioni del DM 77. Importante è stata anche la collaborazione con i medici di Medicina generale che ci hanno aiutato a individuare i pazienti da inserire nel progetto di telemedicina. La nostra Asp inoltre è stata selezionata, insieme all’ospedale Umberto I di Siracusa e al Policlinico Giaccone, per la formazione del personale».

Qual è la visione per il futuro e che ruolo avrà la Medicina interna dunque?
«Non vedo più una medicina separata dal territorio: ospedale e territorio devono essere un unicum, nel rispetto dei ruoli. La telemedicina è il collante ideale. Le Case di comunità e le Centrali operative territoriali devono lavorare in sinergia con l’ospedale: invece di far viaggiare i pazienti, facciamo viaggiare le informazioni. La Medicina interna sarà sempre più centrale nella gestione dei pazienti comorbidi e oncologici, considerato che, nel nostro ospedale, l’Oncologia non dispone di posti letto. Saremo sempre più orientati alla popolazione geriatrica e allo sviluppo di nuovi ambulatori, anche delocalizzati.
Io penso che in una provincia che invecchia più rapidamente del resto della regione, la Medicina interna dell’Umberto I di Enna si candida così a laboratorio di un modello assistenziale integrato, dove ospedale e territorio dialogano e la tecnologia diventa strumento di prossimità».

Un ultimo aspetto: il fondamentale rapporto umano.
«Dal 2024 ho introdotto una Customer Satisfaction in Lungodegenza con risultati molto positivi. Con questo strumento, che rimane anonimo, riusciamo a cogliere i punti di forza e di debolezza, dai quali partire per migliorare il servizio. Tra i quesiti: la cortesia, con il quale è stato trattato durante il ricovero, se i medici sono stati esaustivi nelle spiegazioni, ma anche la pulizia riscontrata durante la permanenza. Io cerco il paziente, ma anche il parente: il familiare è parte della cura. Un rapporto fiduciario migliora l’aderenza terapeutica e l’esito delle cure. Non lasciamo nessuno senza una parola di conforto».

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