Mentre la cronaca ci racconta dell’escalation di violenza che avviene all’interno dei Pronto Soccorso italiani e gli Ordini dei Medici fanno appelli per richiedere più tutele, al pronto soccorso dell’ospedale Chiello di Piazza Armerina medici e infermieri investono il loro tempo libero nella mindfulness per ridurre l’aggressività, risolvere le tensioni interne e migliorare l’engagement dei pazienti. A raccontare a Insanitas di questa esperienza vincente è la dottoressa Rosalinda Vitali, attuale responsabile del Pronto Soccorso della Città dei Mosaici e referente aziendale per il Codice Rosa. È proprio sotto l’egida del “codice rosa” che si avvia questo percorso di crescita personale, che appare come una dichiarazione di responsabilità condivisa e collettiva nei confronti di sé stessi e dei pazienti.
Dottoressa Vitali, com’è nata l’idea di avviare questo percorso con la mindfulness?
«Eravamo reduci dal periodo Covid, per noi un momento di grande fatica. Tanti utenti chiedevano il nostro aiuto e c’era molta aggressività. In quei giorni una circolare della direzione aziendale catturò la mia attenzione. Annunciava un nuovo servizio telefonico, con psicologi e psicoterapeuti a supporto dei pazienti Covid. Allora mi sono chiesta: se è vero che noi curiamo i nostri pazienti, chi si prende cura di noi?
Contattai la dottoressa Carmela Murè, direttrice del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asp di Enna, chiedendo se avessimo potuto “utilizzare” anche noi questa figura per de-escalare la tensione a fine turno, come avviene durante un debriefing.
Le risorse sono sempre scarse ma la dottoressa Murè, donna e professionista lungimirante, ci ha affidati alla psicoterapeuta Mariacarmela Bongiovanni, che si occupava già dell’SPDC del CSM di Piazza Armerina e che ha accettato subito e con entusiasmo la mia proposta, iniziando una splendida collaborazione».
Quali attività avete svolto e da chi era formato il gruppo?
«Ho coinvolto tutti, medici e infermieri perché credo molto nel lavoro di squadra. Non siamo sempre stati gli stessi, il gruppo si è intercambiato di volta in volta: le sedute di Mindfulness sono molto faticose a livello emotivo e qualcuno ne usciva molto scosso. Durante gli incontri, che si sono susseguiti per un anno, abbiamo svolto sedute di Mindfulness on site, quindi all’interno del pronto soccorso, ma anche delle sedute di Body Scan (che insegna a spostare l’attenzione da una parte all’altra del corpo, per imparare ad ascoltare i segnali che ci manda ndr) e ancora Yoga, Pilates che abbiamo associato al Mindful walking, approfittando dei bellissimi boschi che circondano l’ospedale Chiello».
Su cosa vi siete concentrati?
«L’obiettivo finale era quello di de-escalare la tensione all’interno del pronto soccorso e migliorare l’approccio con il paziente. Le sedute di Mindfulness e tutte le attività collaterali, sono state una vera scoperta. Durante il percorso la dottoressa Bongiovanni ci ha aiutati a focalizzare l’attenzione su quello che era il momento presente, cercando di far uscire fuori tutto quello che ci faceva star male, che non ci faceva porre in una condizione di attenzione nei confronti dei pazienti. Paradossalmente, la tensione rischiava di farci perdere di vista il focus centrale del nostro lavoro, ascoltare il paziente. Era altrettanto importante “ricominciare” ad ascoltarci, dietro a un operatore sanitario ci sono tutte le dinamiche interne ad un reparto, legate al turno, ma anche problematiche di salute personale, il carico familiare che a volte ci portiamo a lavoro. Dopo aver fatto nostre queste metodiche, dopo i feedback che ci siamo scambiati, a fine turno ce ne andiamo tutti con il sorriso. Durante gli incontri sono venute fuori esperienze professionali davvero toccanti che ci hanno permesso di guardare all’altro non più come collega, ma come persona. Nei luoghi di cura a volte si perde l’umanità, perché il nostro atto di cura è un atto faticoso, soprattutto al pronto soccorso. Noi abbiamo compreso quanto sia importante fermarsi e riflettere e vivere il “qui e ora”. La Bongiovanni, ci ha aiutati a mettere in atto metodiche di de-escalation, ma anche di gestione della rabbia del nostro “io incompreso” che hanno cambiato profondamente il nostro modo di lavorare».
Un esempio concreto?
«Durante il turno abbiamo imparato a “utilizzare” l’altro come supporto, come spalla. Quando per esempio capita che qualcuno di molto aggressivo è alla porta e il triagista, deputato ad accogliere il paziente, non riesce ad entrare in sintonia con il paziente perché si sente aggredito e deve subentrare l’altro, che magari è impegnato in un’altra mansione e per questo ha mantenuto il sangue freddo. Chi è più sereno si interfaccia con il paziente, poi l’altro avrà il suo tempo per raccogliere la rabbia inespressa, per cercare di comprendere qual è stato il motivo che l’ha fatta scattare. Spesso assurgiamo al ruolo di allenatori e tralasciamo quello di discenti, nel senso che abbiamo perso la capacità di metterci nei panni dell’altro. Durante le sedute invece abbiamo compreso che, come in una squadra di calcio, una persona può ricoprire a volte il ruolo di allenatore, portiere, centrocampista. Insomma abbiamo riscoperto l’importanza di interscambiarsi i ruoli, che non vuol dire demansionarci, ma guardare da altri punti di vista».
Obiettivo raggiunto?
«La riduzione dell’assenteismo e la riduzione delle chiamate alle pattuglie sono indicativi e fanno ben comprendere come sia cambiato il clima tra noi operatori e gli utenti. All’interno dei locali del Pronto Soccorso abbiamo invitato anche Demetrio di Grado , street artist per un workshop di collage che è risultato un vero incontro meditativo; abbiamo fatto incontri letterari aprendo al pubblico esterno; insomma mi piace sperimentare, per rendere il nostro ospedale un luogo sempre più accogliente, un luogo dell’anima. Devo ringraziare di questo tutti coloro che partecipano e soprattutto la direzione generale della nostra Azienda che probabilmente già allora ha ravvisato in queste attività delle best practice per l’Asp».







