Sangue infetto, la Corte di Strasburgo condanna l’Italia a maxi- risarcimento

17 Gennaio 2016

Secondo Strasburgo lo Stato dovrà versare un totale di oltre 20 milioni di euro a 889 cittadini. I fatti risalgono agli anni di "mani pulite". L’accusa è quella di avere immesso sul mercato flaconi di sangue prelevati a soggetti a rischio e non controllati dal Servizio sanitario nazionale, pagando tangenti a politici e medici.

 

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STRASBURGO. La Corte europea dei diritti umani ha condannato – dopo ricorsi fin dal 2012 di una ventina di malati – lo Stato italiano a risarcire 889 cittadini italiani infettati da vari virus (Aids, epatite B e C) attraverso le trasfusioni di sangue effettuate durante un ciclo di cure o un’operazione chirurgica. Il totale dei risarcimenti supera i 20 milioni di euro.

La Corte di Strasburgo ha riconosciuto ai pazienti il diritto all’indennizzo amministrativo, previsto dalla legge, dato il nesso di causalità dimostrato in vari processi civili contro il ministro della Salute tra la trasfusione di sangue infetto e la contaminazione delle persone.

Della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali sono stati citati nelle numerose sentenze l’articolo 2 (diritto alla vita) e, sotto l’aspetto procedurale, l’articolo 6 comma 1 (diritto a un equo processo), l’articolo 13 (diritto ad un ricorso effettivo) e l’articolo 1 del Protocollo n ° 1 (protezione della proprietà). Gli aventi diritto al risarcimento si erano infatti anche lamentati per la durata del procedimento di indennizzo o della composizione amichevole dei loro casi.

Quella di oggi non è la prima sentenza di Strasburgo favorevole alle vittime dello scandalo: nel 2013 anni fa la stessa Corte aveva dato ragione a 162 ricorrenti italiani, infettati a seguito di trasfusioni di sangue e prodotti derivati, riconoscendo loro la rivalutazione annuale adeguata al costo della vita dell’indennità complementare percepita a seguito di quella vicenda.

I numeri
Secondo i dati dell’Associazione politrasfusi, tra l’85 e il 2008, sono state 2.605 le vittime di trasfusioni con plasma infetto ed emoderivati mentre sono 66mila sono le richieste di risarcimento giunte dai pazienti al ministero della Salute: l’obiettivo era quello di ottenere l’indennizzo previsto dalla legge n. 210 del 1992 (un assegno da 540 euro al mese) e il risarcimento integrale dei danni per i mancati controlli dello Stato nella raccolta, lavorazione e somministrazione di sangue per uso terapeutico, poi risultato infetto. La maggioranza degli infettati si è avuta tra talassemici ed emofiliaci, costretti ad assumere periodicamente sangue intero od emoderivati.

L’accusa
Per più di una casa farmaceutica, l’accusa fu quella di aver immesso sul mercato flaconi di sangue prelevati a soggetti a rischio – sebbene all’epoca non esistessero test specifici – e non controllati dal Servizio sanitario nazionale, pagando tangenti a politici e medici: gli anni più «caldi» dell’affaire sono proprio quelli di «Mani pulite». In Italia tra gli indagati finirono l’allora direttore del servizio farmaceutico del ministero della Sanità, Duilio Poggiolini, accusato di «omicidio colposo» con altre dieci persone.

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