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Salute psichica, come ricostruirla dopo il Covid19

2 Giugno 2020

Adesso è arrivato il momento di prendersi cura della ricostruzione dei ruoli personali, sociali, affettivi e lavorativi

Anna Maria Ferraro, Psicologa e psicoterapeuta

Stiamo lentamente ritornando a una vita che vorrebbe somigliare a quella di prima ma che forse non sarà più quella di prima. In questi giorni ognuno di noi ha vissuto emozioni contrastanti: da un canto la voglia di tornare dentro i luoghi di lavoro, di svago e i ritmi che scandivano la nostra quotidianità, dall’altro la ritrosia, l’incertezza, il desiderio di rimanere ancora un po’ a casa, dentro una dimensione protetta. Così, indecisi se immergerci o no in un mondo che ha cambiato le sue fattezze, e che chiede anche a noi di cambiarle, di rispettare le distanze, di coprire i lineamenti e modificare i gesti, facciamo l’inedita esperienza d’interpretare un disorientamento di cui, più in là, conosceremo gli effetti.

Intanto in questo sbiadire di punti di riferimento, in quest’evaporare di gesti e prassi che ci legavano al mondo, e in questo mondo che cambia davanti a noi in modo imprecisato e mutevole, abbiamo sperimentato un turbamento profondo. Simile, per certi aspetti, alla Wahnstimmung, ovvero l’atmosfera emotiva caratterizzata da grande perplessità, senso di trasformazione del mondo e paura di minacce incombenti che, generalmente, precede un esordio psicotico. Naturalmente, non siamo andati né andremo collettivamente incontro a esordi psicotici (per i quali occorre una pregressa vulnerabilità genetica), ma incontro alla necessità di metabolizzare un’esperienza nuova del mondo e di noi nel mondo, sì. Cosa che ci ha colto impreparati.

Perché se è vero, come ricorda Camus nella Peste, “che i flagelli sono una cosa comune, e che ci sono state nel mondo in egual numero pestilenze e guerre, è altrettanto vero che difficilmente si crede ai flagelli quando ti piombano sulla testa, ragion per cui pestilenze e guerre trovano gli uomini sempre impreparati”. Così è successo anche a noi, che all’inizio abbiamo faticato un po’ a credere a quello che ci stava accadendo, divisi com’eravamo tra scetticismo e preoccupazione, tra inquietudine e speranza.

E tuttavia, adesso sappiamo e sentiamo, che qualcosa è cambiato, e non solo intorno ma anche dentro di noi. Questi mesi in casa, la paura del contagio, tutte le persone morte, le immagini che non avremmo mai voluto vedere, i numeri, l’incertezza, il lockdown, ci hanno trascinato dentro un’atmosfera profondamente perturbante, eppure abbiamo resistito, non ci siamo “rotti psichicamente”. Attingendo alle nostre risorse, alle capacità di coping, ai nostri affetti, siamo giunti a questa fase tre, con la voglia di tornare al mondo e al nostro tempo ordinario. Solo che non potremo del tutto riaverlo, il mondo di prima, né il tempo ordinario (basti pensare alle file davanti ai negozi o ai banconi per un caffè), dobbiamo un po’ ricostruirlo, un po’ subirlo, un po’ accettare che sia cambiato e, soprattutto, renderci disponibili, un giorno o l’altro di questa fase tre, ad avvertirlo addosso, come d’improvviso, il peso di questo cambiamento.

Succede così con le esperienze traumatiche. Mentre ci accadono non siamo in grado di elaborarle. Per farlo abbiamo bisogno di tempo e di distanza. E se prima era tutto un tentare di tenerci separati fisicamente e psichicamente dall’esperienza traumatica per difenderci, adesso abbiamo davanti a noi il compito di ritrovarci cambiati in un mondo cambiato. Scendendo per strada, per esempio, abbiamo già visto saracinesche chiuse, nuovi affittassi, abbiamo incontrato amici e pazienti alle prese con le mascherine, abbiamo incontrato in noi stessi gesti nuovi, e altri li abbiamo trattenuti, insomma stiamo riprendendo contatto con un mondo un po’ diverso, piuttosto provato, che dovremo cominciare a considerare nostro.

Personalmente non credo che questo cambiamento sarà definitivo, né che sarà meglio rinunciare per sempre alla stretta di mano come sostiene l’immunologo Fauci. Credo piuttosto alla memoria, alla filogenesi dei gesti che è sopravvissuta a guerre e pestilenze. E tuttavia è innegabile che per un po’ dovremo fare diversamente. E’ innegabile che nonostante il desiderio di fare come se niente fosse mutato “non si può tutto dimenticare, anche con la volontà necessaria, e la peste (leggi pandemia) avrebbe lasciato tracce almeno nei cuori”.

Non si può tutto dimenticare, quindi, tanto meno se la situazione d’incertezza, la difficoltà di gestione del presente e la preoccupazione per il futuro, soprattutto in termini di progettualità economiche e sociali, permangono. Dobbiamo piuttosto fare i conti con il senso di vulnerabilità nell’abitare una quotidianità che non risponde più alle nostre aspettative, che non custodisce più le certezze affettive e lavorative che vi avevamo costruito. In un misto di fragilità e speranza dobbiamo renderci disponibili a ridisegnarle queste certezze. E, forse, provvisoriamente, a imparare a farne meno. Ed è difficile, e anche un po’ beffardo, fare a meno delle “certezze”, nell’epoca dei big data e dell’overbooking d’informazioni.

Tuttavia, se sapremo riconoscere le tracce che la pandemia ha lasciato nelle nostre anime, non necessariamente andremo in tilt, non necessariamente ci romperemo o svilupperemo un “disturbo post-traumatico da stress” (di cui pure, inevitabilmente, abbiamo avuto qualche assaggio in questi mesi di notti insonni, incubi, ed evitamento a uscire da casa anche quando consentito), non necessariamente ci ammaleremo di ciò che per brevità chiamiamo “depressione”, “ansia” o altro, ma per non farlo è necessario prendere sul serio questa fase anche dal punto di vista psichico.

In questo senso, più che degli effetti della pandemia, a cui in un modo o in un altro stiamo resistendo, mi preoccupano gli effetti delle politiche sulla salute psichica. Perché è innegabile: la salute psichica è contesto-dipendente. Dobbiamo quindi sì, recuperare il malessere con ogni mezzo possibile, ma soprattutto lavorare per creare condizioni di benessere, diversamente anche l’intervento più costoso e faticoso, in emergenza, sarà stato vano.

Adesso è arrivato il momento di prendersi cura della ricostruzione dei ruoli personali, sociali, affettivi e lavorativi sia minacciati che spazzati via dalla pandemia. Adesso abbiamo bisogno di sentirci accompagnati nella riappropriazione della nostra esistenza e anche nella possibilità di ridisegnarla. E sono processi lunghi, che vanno seguiti senza scoraggiarsi, senza demordere. Perché stavolta il terremoto-pandemia si è abbattuto sulle vite che non possono rimanere lì, come container o ruderi all’indomani d’interventi in emergenza. Bisogna pensare alle ricostruzioni esistenziali, economiche e sociali, per evitare quello che l’OMS già segnala, ovvero l’onda lunga di un malessere psicologico e sociale post pandemia.

Sarebbe importante, dunque, che nelle sedi governative nazionale e regionali si riflettesse anche su questo, e non ultimo su come aumentare la fruibilità, per chi lo desidera e non può, dei percorsi terapeutici che sono anch’essi altra cosa rispetto ai supporti in emergenza.

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