Salute mentale nei malati di tumore, il ruolo della psiconcologia

10 Ottobre 2020

In Italia si celebra oggi la Giornata Nazionale della Psicologia, ispirata alla Giornata Mondiale della Salute Mentale. L'intervista di Insanitas alla dottoressa Luigia Carapezza, operante presso l’U.O.C di Oncologia Medica dell’Arnas “Garibaldi” di Catania.

 

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PALERMO. Si celebra oggi la Giornata mondiale della salute mentale, una ricorrenza fortemente voluta dall’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, conosciuta anche come Mental Health Day. La giornata è stata istituita nel 1992, dalla Federazione mondiale per la salute mentale (WFMH) insieme all’OMS e ai Ministeri della salute dei singoli paesi.

Per l’occasione Insanitas ha intervistato la dottoressa Luigia Carapezza (nella foto), psicoterapeuta cognitivo comportamentale- esperta in psiconcologia operante presso l’U.O.C di Oncologia Medica dell’Arnas “Garibaldi” di Catania.

«In Italia oggi è anche la Giornata Nazionale della Psicologia, ispirata appunto alla Giornata Mondiale della Salute Mentale, che mira a promuovere il benessere psicologico. Quest’anno si è scelto di dedicare la ricorrenza al diritto alla salute psicologica e non a caso, se consideriamo che la pandemia e il lockdown in qualche maniera hanno compromesso la salute della popolazione generale. Tutti abbiamo risentito a livello psicologico di questa emergenza sanitaria che poi è diventata anche sociale ed economica, con le ripercussioni psicologiche individuali che ne sono scaturite, soprattutto tra le persone più fragili. Proprio per questo motivo l’Ordine Nazionale degli Psicologi, con il patrocinio del Ministero della Salute, ha deciso di dedicare la giornata al diritto alla salute psicologica. Anche l’Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana ha organizzato iniziative rivolte alla cittadinanza che partiranno dal 12 ottobre. Ci saranno anche incontri on line, ognuno dedicato ad un tema specifico di interesse generale: si parlerà di scuola, ma anche di come gestire l’ansia relativa all’emergenza sanitaria in atto. Per sapere quali sono basta collegarsi al sito dell’Ordine».

C’è stato anche un incontro in merito tra Ordine degli Psicologi e Ministero della Salute nei giorni scorsi…

«Si sta cercando di instaurare un dialogo con le istituzioni affinché il messaggio sia rivolto alla popolazione generale. Tutti, infatti, devono sapere che possono usufruire del supporto di un professionista psicologo perché ne avrebbero numerosi vantaggi in termini di benessere individuale e nelle relazioni con gli altri. Anche le istituzioni devono essere coinvolte perché è necessario che ci sia una maggiore apertura, intendo anche nel senso di rendere più accessibile ai cittadini le cure e il supporto psicologico, molto spesso affidate ai privati. Io sono una forte sostenitrice del Servizio Sanitario pubblico e mi piace pensare che le istituzioni provvederanno ad ampliare questa offerta sanitaria in campo psicologico. Questo incontro ha tenuto a battesimo l’odierna ricorrenza, il ministro Speranza ha dichiarato di voler dare più spazio alla salute psicologica facendo in modo che l’accesso alle cure sia più accessibile alla popolazione».

Lei si muove in ambito oncologico…

«È molto importante garantire la salute psicologica a chi riceve una diagnosi oncologica, perché solo così si può garantire la cura globale del cancro secondo i migliori standard e le linee guida internazionali. Quando si riceve una diagnosi di una malattia grave come il tumore è normale provare emozioni di paura, di tristezza, di angoscia perché è un evento destabilizzante, cambia i confini anche all’interno della famiglia, riguarda tutte le persone coinvolte. Però ogni persona possiede risorse interiori e sociali- la famiglia, il partner, i figli– che la sostengono, per cui si può far fronte persino agli eventi più difficili della vita. Quando da soli non ce la facciamo, quando queste emozioni diventano così intense e disturbanti da compromettere la vita quotidiana, la relazione con gli altri e la qualità della vita, è bene che abbiamo quanto meno la possibilità di ricevere questo supporto, la possibilità di scegliere».

All’Arnas Garibaldi in che termini svolge questo lavoro?

«Quando arriva un nuovo paziente la prima cosa che faccio è andare a presentarmi, infatti mi definisco la “psiconcologa itinerante” perché non resto chiusa nell’ambulatorio, tranne quando c’è l’esigenza di ricevere un paziente a porte chiuse. Generalmente quindi sono io che vado da loro, a volte durante il giro di visite con i colleghi medici, altre volte per conto mio, l’importante è che i pazienti sappiano che c’è queste possibilità. Alle volte, già durante il primo incontro emergono dei bisogni, l’importante è che questi non siano disattesi».

Come agite quindi?

«È normale provare tristezza e sconforto quando si riceve una diagnosi di tumore, però l’approccio dello psiconcologo non è mirato a fare una diagnosi “psichiatrica” perché i pazienti sono già stressati da dover ricevere una diagnosi oncologica, non è necessario che a questo si accompagni anche una diagnosi psichiatrica. Le reazioni di tristezza e sconforto sono normalissime nei casi di eventi atipici e traumatici. A volte i pazienti si credono anormali, credono di avere reazioni spropositate e invece non è vero. Mi preoccupo maggiormente quando una persona rimane rigida, non esprime le proprie emozioni, infatti in questi casi cerco di favorire l’espressione delle emozioni relative a quell’evento che comunque è destabilizzante. Pertanto lavoriamo sulle sue risorse, poi è chiaro che ci sono situazioni in cui queste emozioni tendono a cronicizzarsi e allora si può anche arrivare ad una diagnosi pure di depressione o di ansia, può succedere, ma cerchiamo di agire sotto il profilo della prevenzione. La Giornata mondiale della salute mentale mira proprio a promuovere la prevenzione anche in campo oncologico per evitare l’insorgere dell’umore depresso e di stati d’ansia che tendono a cronicizzarsi nel tempo».

Cosa vuol dire fare prevenzione nel campo della psicologia con i pazienti oncologici?

«Ad esempio, io spesso sono presente quando i pazienti ricevono la prima diagnosi oncologica, in questo contesto possono anche conoscere quale sarà il programma di terapia. Una cosa che faccio di frequente con i pazienti è proprio quella di organizzare incontri di psicoeducazione, in cui spesso coinvolgo anche la famiglia, e parliamo delle implicazioni psicologiche dei trattamenti chemioterapici. Un modo per prevenire l’umore depresso e favorire la qualità di vita, perché materialmente racconto loro dove faranno la terapia, chi li accoglierà, in cosa consistono tutti gli step, quali emozioni possono provare, gli dico che è normale che si sentano in quel modo, ma anche come organizzare la giornata, come gestire dal punto di vista psicologico il trattamento chemioterapico, che non ha risvolti soltanto di tipo sintomatico e clinico, ma anche psicologici».

In che modo definirebbe il rapporto con classe medica con cui collabora?

«Finalmente anche la classe medica comincia a porsi in maniera diversa rispetto al passato, i giovani medici riconoscono più facilmente le implicazioni psicologiche dei tumori e si dedicano anche loro a questi aspetti, quindi collaborano. Quello che fa la differenza è proprio il fatto che lo psicologo sia integrato nel team. Questa Giornata serve anche per abbattere i pregiudizi che ancora esistono circa la possibilità di rivolgersi allo psicologo. Personalmente sento poco questo pregiudizio proprio perché i pazienti vedendomi integrata nell’equipe mi vedono come qualunque altro specialista che è lì per aiutarli. I bisogni psicosociali del paziente oncologico sono numerosi, nell’opinione comune si pensa che possa avere solo problemi di depressione e ansia, invece non è così perché il cancro interessa la vita quotidiana. Ad esempio, come comunicare al figlio la propria diagnosi di tumore? Come integrarlo nella vita quotidiana? Un portatore di stomia come deve comportarsi a lavoro? Come gestire questo presidio continuando la propria vita sociale? Sono anche cose di tipo pratico che si ripercuotono a livello emotivo ed emozionale. È frequente che le persone si rivolgano a me anche perché stanche di avere pensieri negativi sul cancro e sulla propria condizione. Si innescano delle pericolose “trappole mentali” e nei casi più gravi si rimane come bloccati in questi meccanismi di pensiero. La richiesta è che si ponga rimedio al proprio malessere, la risposta consisterà nell’inquadrare la problematica e mettere in atto strategie psicologiche più adeguate che si sono dimostrate in grado di fare fronte al disagio manifestato, come per esempio nel caso dell’ansia con l’attivazione di protocolli di riduzione dello stress».

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