Roma mette mano alla calcolatrice: otto aziende ospedaliere siciliane su nove rischiano il collasso

9 Marzo 2016

In base alla bozza del decreto sui piani di rientro predisposto dai ministeri della Salute e dell'Economia, il deficit sarebbe di oltre 340 milioni e almeno 244 dovrebbero essere recuperati nel triennio. Ma i manager siciliani contestano i criteri ragionieristici adottati da Roma: «Si prospettano conseguenze devastanti, un salasso che il nostro sistema sanitario non credo possa sopportare», sottolinea Angelo Pellicanò (dg del Cannizzaro di Catania).

 

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PALERMO. Otto aziende ospedaliere siciliane su nove sono a rischio piano di rientro, cioè l’obbligo di apportare tagli significativi ai propri bilanci. Nero su bianco, è la spada di Damocle prevista dalla bozza di decreto predisposta dai ministeri della Salute e dell’Economia in base alla Finanziaria nazionale del 2016 (la cosiddetta legge di stabilità).

In totale il rosso sui conti di queste aziende supererebbe i 340 milioni di euro, e almeno 244 dovrebbero essere recuperati nel triennio con una complicata operazione di tagli al bilancio che contemporaneamente- e qui sta il difficile- riesca a garantire la qualità dell’assistenza sanitaria.

Ebbene, in base alla tabella allegata al decreto ministeriale, solo una tra queste (non indicata nel documento) si salverebbe dalla scure dei tagli: Cannizzaro (Catania), Garibaldi (Catania), Piemonte (Messina), Ospedali Riuniti Villa Sofia- Cervello (Palermo), Civico-Di Cristina (Palermo), Policlinico universitario Giaccone (Palermo), Policlinico Vittorio Emanuele (Catania), Azienda Ospedaliera Universitaria Martino (Messina) e Irccs “Bonino Pulejo” (Messina).

Non è un caso, quindi, che in questi giorni ci sia un clima di ansia forse mai avvertita prima d’ora all’interno del sistema sanitario siciliano, preoccupato dell’esito del vertice tra le Regioni previsto per domani a Roma su questa bozza di decreto.

«Non conosciamo nel dettaglio la portata delle conseguenze che l’eventuale approvazione di questo documento porterebbe per ogni singola azienda- afferma il direttore generale del Cannizzaro di Catania, Angelo Pellicanò– Di certo si prospettano conseguenze devastanti. Ci si pone di fronte ad un salasso che il nostro sistema sanitario regionale non credo sia in grado di sopportare».

«Parliamo di tagli da 250 milioni in due anni. Una vera assurdità, considerato che dal 2007 ad oggi abbiamo fatto sacrifici enormi per rientrare dal deficit accumulato nel passato».

«Questo documento colpisce le eccellenze del sistema sanitario siciliano, con due effetti negativi facili da prevedere: un prepotente ritorno del fenomeno della migrazione passiva dei siciliani verso centri di eccellenza di altre regioni (con il carico di costi che dovrà sopportare la Regione in termini di rimborsi) e la dequalificazione di quel sistema sanitario che in questi anni e con tanta fatica sta cercando di migliorarsi».

La legge di stabilità 2016 introduce l’obbligo di adottare i piani di rientro per le aziende che si trovano in una delle seguenti condizioni: se c’è in bilancio uno scostamento tra costi e ricavi superiore al 10%; se questo scostamento è comunque superiore in valore assoluto ai 10 milioni di euro; se non vengono rispettati i parametri relativi ai volumi, alla qualità ed agli esiti delle cure.

A fornire i criteri per individuare i tre punti di cui sopra, c’è un complicatissimo documento tecnico allegato alla legge di stabilità, dal quale l’unica cosa che si evince con chiarezza è l’approccio decisamente economico.

Il documento non tiene conto di elementi basilari come, ad esempio, il peso ed il ruolo che ciascuna azienda svolge nella rete sanitaria regionale e, talvolta, anche extraregionale (si pensi alle aziende ad alta specializzazione).

Preoccupa anche il calcolo volto alla cosiddetta “normalizzazione” dei valori tariffari: tende ad abbattere le differenze delle tariffe applicate nelle varie regioni, ma non tiene nella debita considerazione, ad esempio, le prestazioni ad alta specializzazione, penalizzando così le attività ad alto contenuto specialistico che già in alcune regioni, fra queste la Sicilia, non sono adeguatamente remunerate.

Inoltre si tiene conto solo degli scompensi derivanti dal personale in eccesso, dimenticando di considerare il problema inverso, ossia la mancanza di personale e la sua notevole incidenza sul rapporto fra produttività e ricavi.

«Il documento allegato al piano di rientro non è altro che un conto economico, algoritmi applicati sul bisogno di salute della gente», protesta Pellicanò, aggiungendo: «Così si sta pregiudicando in maniera forse irreversibile il senso del welfare italiano per come lo abbiamo conosciuto finora. Si ammanta un documento squisitamente economico di presunti criteri di efficientamento, ma l’unico dato che salta agli occhi è un taglio netto sul diritto alle cure».

Infine Angelo Pellicanò afferma: «Se il documento dovesse essere approvato così com’è, tutto il lavoro fatto in questi mesi per approvare gli atti aziendali e le piante organiche in vista delle nuove assunzioni, salterebbe per aria. Siamo molto preoccupati e spero che l’assessorato riesca nel disperato tentativo di porre rimedio a questo annunciato disastro».

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