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Rinnovo del contratto dei medici, Cimo sul piede di guerra: «Proposte peggiorative di Aran e Regioni»

3 Giugno 2019

Lo scontro si accende sugli arretrati e sull’ipotesi di un fondo unico fra dirigenza medica ed altre categorie del servizio sanitario nazionale. E sulle regioni del Sud incombe la minaccia del Regionalismo Differenziato.

 

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Nessun arretramento sulla tutela dei diritti a fronte delle ulteriori proposte peggiorative presentate da Regioni ed ARAN negli ultimi incontri per il rinnovo del contratto dei medici, e ricorso ad ogni strumento per garantire il futuro della professione: è questa la decisione del coordinamento federale della nuova Federazione CIMO-FESMED, riunitosi per la prima volta in questi giorni a Roma, dopo la sua costituzione ufficiale.

La direzione CIMO-FESMED ha infatti definito ambigue e insufficienti le recenti proposte di Regioni e ARAN, giacché permane il mancato riconoscimento della decorrenza da gennaio 2018 sull’incremento economico del 3,48% e, soprattutto, è stato proposto un accorpamento degli attuali fondi contrattuali tra dirigenza medica, sanitaria non medica e professioni sanitarie in un unico fondo (al quale, rispetto ai medici, le altre categorie apporterebbero cifre sostanzialmente inferiori se non, allo stato presente, nulle) prefigurando un danno a carico esclusivo dei medici dipendenti del SSN.

In un momento di evidente crisi del servizio sanitario, dove il profondo disagio della categoria e la grave carenza di personale medico nelle strutture pubbliche rischia di abbassare pericolosamente i livelli minimi di assistenza, assistiamo a un atteggiamento irresponsabile delle istituzioni che su questioni normative di assoluta importanza quali le relazioni sindacali, la mobilità, il contratto individuale di lavoro o la carriera, hanno portato al tavolo tecnico proposte normative fortemente peggiorative e formule contrattuali poco qualificanti.

Tutto questo, ribadisce CIMO-FESMED, dimostra la mancanza di volontà delle istituzioni di affrontare un contratto che valorizzi davvero il lavoro dei professionisti e colmi le attuali carenze contrattuali, che stanno tra l’altro favorendo la fuga dei medici dalle strutture pubbliche con il rischio di arrecare un grave danno ai cittadini.

Di fronte a tale atteggiamento persecutorio, teso a smantellare le prospettive di un futuro per i medici dipendenti del SSN, la Federazione CIMOFESMED adotterà ogni strumento e azione utile a tutelare gli interessi dei propri iscritti e di tutti i medici.

LA PROPOSTA DI ARAN e Regioni sul CCNL 2016-18

  • Incremento 2016: + 0,36% (43,34 milioni);
  • Incremento 2017: + 1,09% (143,48 milioni)
  • Incremento 2018: + 3,48% (261,64 milioni con decorrenza luglio 2018 (a decorrere dal mese di gennaio il fabbisogno reale sarebbe di 458,10 mil. Quindi, il Cimo afferma che mancano all’appello 196,46 milioni, che fanno ridurre l’incremento dal 3,48% al 2% netto)

Proposta giudicata irricevibile dal comparto sindacale. Dopo 14 mesi di trattativa Regioni ed ARAN hanno, “improvvisamente”, recuperato 90 mil. per assicurare la stessa decorrenza del Comparto sanità. Ma, anche in questo caso, gli importi si sono rilevati “errati” in quanto la vera parametrazione con il Comparto richiederebbe ulteriori 45 mil. Le regioni sono state, quindi, costrette a dichiararsi favorevoli ma occorre l’elaborazione di un nuovo atto di indirizzo da sottoporre alla approvazione del MEF. Si arriverebbe, quindi ad un incremento di 398 milioni (+3,02%).

“14 mesi di trattativa solo per recuperare parte dei diritti acquisiti – afferma il presidente nazionale di CIMO Guido Quici – Vittoria? no; Soddisfazione? no; Vigilanza? Tanta, soprattutto in funzione della proposta ARAN di accorpare i fondi in un unico “calderone”. Questa settimana – conclude Quici – CIMO depositerà al TAR denuncia per il definitivo avvio della Class Action”.

LA MINACCIA DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO

A preoccupare ancora di più i medici siciliani è l’annunciato avvento del “Regionalismo Differenziato”, pallino di questo governo, fortemente sostenuto dalla componente leghista, che affiderebbe alla competenza delle Regioni il Servizio Sanitario che, in sostanza, da nazionale diventerebbe regionale.

“La Sicilia rischia un pericolosissimo arretramento della quantità e della qualità delle prestazioni sanitarie perché verrebbero meno di colpo i fondi perequativi distribuiti dal Sistema Sanitario Nazionale per garantire il principio costituzionale di parità ed equità nell’accesso alle cure, di cui per fino Papa Francesco ha parlato con preoccupazione” affermano Giuseppe Bonsignore e Angelo Collodoro.

“Grazie alle loro risorse economiche e ad un gettito fiscale notevolmente più grande le ricche regioni del nord potranno sganciarsi dal sistema nazionale e, in linea di principio, derogare al Decreto Balduzzi, che tanto ha penalizzato specie le regioni del centro sud. Le singole regioni potrebbero anche decidere di procedere con un elenco di LEA differenziato e con politiche discriminatorie sulle liste d’attesa, inserendo dei corridoi preferenziali per i pazienti regionali. Al momento sono solo delle ipotesi, delle paure se vogliamo – concludono Bonsignore e Collodoro – ma se prima sapevamo che la nostra Costituzione garantiva il diritto ad un sistema sanitario nazionale unico, cosa accadrà con l’approvazione del Regionalismo Differenziato è una enorme incognita che non lascia presagire nulla di buono”.

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