Dal palazzo

L'intervista

Ricoveri per tubercolosi in Sicilia, Cascio: «Ecco i risultati della nostra ricerca»

L'esito dello studio effettuato dall'equipe dell’infettivologo su una delle malattie infettive più influenti a livello mondiale.

Tempo di lettura: 5 minuti

«La tubercolosi continua ad essere in Sicilia una importante causa di ricovero ospedaliero sia per i pazienti autoctoni che per i pazienti non italiani che sono diventati la maggior parte. L’allungamento della vita media e l’utilizzo sempre più frequente di terapie immunosoppressive hanno determinato un aumento di casi in pazienti con numerose comorbidità con problematiche relative alle interazioni farmacologiche e alla tossicità dei farmaci antitubercolari».

Sono alcune delle conclusioni di una ricerca eseguita dall’equipe dell’infettivologo Antonio Cascio (nella foto di Insanitas) sulla tubercolosi, una delle malattie infettive più influenti a livello mondiale e la tredicesima più importante causa di morte. «I ricoveri per tubercolosi- aggiunge l’infettivologo affiliato al dipartimento PROMISE dell’Università di Palermo- in Sicilia rappresentano circa il 7% di quelli nazionali. L’attuale carico nell’Isola è maggiore di quello italiano. Questo può essere spiegato dai flussi migratori dall’Africa, che hanno raggiunto il picco nel 2016».

«Lo studio -spiega- mirava a descrivere l’incidenza dei ricoveri ospedalieri per tubercolosi in Sicilia nell’arco di 13 anni (2009-2021), ad esplorare le caratteristiche della popolazione affetta da tubercolosi e a determinare le comorbidità associate alla mortalità. Inoltre, evidenzia anche il ruolo del consumo di alcol, dei tumori maligni e dell’infezione da HIV nel determinismo della prognosi».

Professore Cascio, quanti sono i ricoverati dal 2009 al 2021 e da dove provenivano?
«Sono stati ricoverati per tubercolosi 3.745 pazienti, con 5.239 ricoveri e 166 decessi. Il tasso di ospedalizzazione per tubercolosi ogni 100.000 abitanti della Sicilia presenta una media di 8,4 ogni 100.000 abitanti siciliani. La maggior parte dei ricoveri ha coinvolto persone non nate in Italia (53,7% e nel dettaglio le persone nate in Africa rappresentavano il 32,8%, quelle nate nell’Europa orientale il 14,1% e quelle nate in Asia il 5,9%. I ricoveri africani riguardavano principalmente persone provenienti da Somalia (18,6%), Gambia (14,1%), Eritrea (10,5%), Senegal (9,1%), Marocco (8,1%) e Nigeria (6,6%). Gli europei dell’est provenivano principalmente dalla Romania (88,1%), mentre gli asiatici dallo Sri Lanka (31,0%), dal Bangladesh (28,7%) e dalle Filippine (14,8%). La percentuale annuale di ricoveri per tubercolosi tra le persone non nate in Italia ha presentato un progressivo aumento a partire dal 2009, con un picco nel 2016 (67%)».

Quali sono le evidenze riscontrate analizzando i ricoveri?
«1.088  pazienti (circa il 20%) sono stati ricoverati più di una volta fino a un massimo di  8 volte, con una durata totale del ricovero compresa tra 2 e 348 giorni (mediana, 20 giorni; IQR, 10-37). Il dato sulle riospedalizzazioni evidenzia che la tubercolosi è una malattia ad elevata complessità e con un’elevata probabilità di recidiva, probabilmente a causa della scarsa compliance a un lungo ciclo di terapia, alla tossicità dei farmaci di interazioni farmacologiche. Gli italiani erano più anziani e avevano più comorbilità rispetto agli africani. Tra le malattie non trasmissibili, il diabete mellito è stato studiato come determinante delle complicanze e del fallimento del trattamento durante la tubercolosi. I pazienti diabetici hanno un rischio maggiore di sviluppare nuove infezioni o di riattivazione della TBC a causa dello scarso controllo glicemico, con conseguente immunodeficienza dovuta all’alterata attività dei macrofagi e dei linfociti. Nel nostro studio, il 6,2% dei pazienti era diabetico e tale condizione non è stata significativamente associata alla mortalità».

Quali caratteristiche dei pazienti sono state associate ad una maggiore mortalità?
«Il 4,4% dei pazienti ricoverati è deceduto in ospedale. Una mortalità più elevata è stata osservata nei pazienti più anziani e nei pazienti con insufficienza renale, consumo di alcol, neoplasie ematologiche, tumori maligni, eventi trombotici, infezione da HIV, sepsi, coinvolgimento del sistema nervoso centrale e tubercolosi miliare».

Coinfenzione HIV-tubercolosi: cosa è emerso dallo studio?
«La coinfezione da HIV-TBC è associata a forma miliare e coinvolgimento del sistema nervoso centrale e alla tubercolosi linfonodale. La coinfezione da HIV e le comorbilità possono complicare la gestione del paziente e peggiorare i risultati. Le persone che vivono con l’HIV hanno una mortalità e costi sanitari significativamente più elevati».

In ambito pediatrico cosa avete osservato?
«La percentuale di TBC miliarie, pleurica, del SNC, dei linfonodi era significativamente più elevata nella popolazione pediatrica (≤16 anni), mentre i pazienti di età> 16 anni avevano maggiori probabilità di avere una forma polmonare cavitaria e una localizzazione renale».

Ci sono differenze fra uomini e donne?
«Le forme cavitarie e il coinvolgimento pleurico erano più comuni nei maschi, mentre le femmine mostravano una localizzazione più frequente della tubercolosi nel tratto respiratorio superiore, nel sistema nervoso centrale, nei linfonodi e nel rene».

Quanto costa il ricovero?
«Il costo medio del ricovero è stato di 5.259 euro. Tariffe più elevate sono state osservate per i ricoveri di pazienti affetti da HIV».

Qual è stato l’impatto del Covid-19 sui ricoveri?
«Ha comportato una riduzione dei ricoveri, come evidenziato dall’andamento dei ricoveri, con un numero inferiore di ricoveri per tubercolosi in Sicilia nel 2020».

Cosa richiede la gestione di questi pazienti affetti da tubercolosi?
«Quasi sempre è necessario l’isolamento in stanze a pressione negativa e una lunga degenza dovuta al tempo necessario per la negativizzazione della contagiosità. Inoltre, spesso è necessaria l’osservazione diretta della terapia a causa della scarsa compliance di alcuni pazienti che non vogliono assumere la terapia. È necessario eseguire esami del sangue per il riconoscimento precoce di eventi avversi epatici o renali, soprattutto nei pazienti anziani, e per valutare eventuali interazioni farmacologiche».

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