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Ricorso a medici pensionati e ai non specializzati, il Cimo: «No a questa anarchia contrattuale»

19 Agosto 2019

Secondo il sindacato si tratta di «soluzioni affrettate, opportunistiche e senza certezza giuridica, in un contesto che richiederebbe invece maggiore responsabilità istituzionale e regole certe. È in gioco la sicurezza delle cure».

 

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«Situazione di anarchia nelle corsie e allarme per la sicurezza dei pazienti»: lo afferma il Cimo, secondo il quale «è giunto oltre il livello di guardia il ricorso, ormai dilagante in alcune regioni, a medici a partita iva, pensionati e specializzandi non adeguatamente formati per sopperire alle carenze di personale nel SSN, causate da anni di disinteresse politico per la sanità».

Secondo il sindacato dei medici si tratta di «soluzioni affrettate, opportunistiche e senza certezza giuridica, in un contesto che richiederebbe invece maggiore responsabilità istituzionale e l’adozione di un quadro di regole certe.

Per questo CIMO rilancia e chiede al più presto «un serio confronto in sede di Conferenza Stato- Regioni con il contributo della Federazione dei medici e dei sindacati di categoria, per ridurre l’attuale caos orchestrando un saggio governo di tali delicati processi di reclutamento e con l’obiettivo di una maggiore tutela dei professionisti cui è delegato il compito di garantire, nella massima competenza, la sicurezza nelle cure dei cittadini».

«Vediamo il rischio che, dietro al paravento dell’autonomia differenziata, si tenti di “far saltare il banco” delle regole fondamentali sulla tutela del lavoro condivise a livello nazionale e del livello di professionalità medica che dobbiamo garantire ai pazienti in ogni angolo del Paese», spiega il Presidente nazionale CIMO, Guido Quici (a destra nella foto con il siciliano Giuseppe Riccardo Spampinato).

E aggiunge: «È in gioco la sicurezza delle cure. Non basta mettere un medico non ancora formato o che non ha completato il proprio percorso, in un pronto soccorso o in un reparto specialistico e credere di aver risolto il “vuoto” lasciato da tempo in organico. O colmare le carenze con incarichi di tipo libero-professionale a medici esterni con partita iva, non dipendenti del SSN (Policlinico di Bari); o richiamare ex primari ultrasettantenni (Mazara del Vallo); o reclutare 500 neolaureati, non specialisti, per coprire posti in organico nelle svariate branche attraverso l’avvio di un percorso formativo di 92 ore d’aula e un’attività di tirocinio pratico con tutoraggio di soli 2 mesi (Veneto)».

«È chiaro- aggiunge Quici- che si tratta di soluzioni che certificano il fallimento della politica sanitaria di questi anni e tutte le varie iniziative assunte in questi mesi nella sanità sono nell’ottica di un’autonomia differenziata che da regionale rischia di prendere una deriva estrema di “autonomia aziendale”, in cui ogni azienda del SSN definisce regole proprie per reclutare e gestire il personale. In questo vediamo un’evidente incognita per la qualità dell’assistenza ai cittadini ma anche per lo stesso medico che, senza certezze per il proprio futuro, è particolarmente esposto a possibili contenziosi di natura medico-legale».

La formazione è uno degli ambiti ai quali CIMO ritiene si debba fare maggiore attenzione, «in quanto appaiono attualmente molto problematiche le conseguenze di una formazione “differenziata” acquisita in ambito regionale per un medico che intenda lavorare, nei futuri anni, presso altre regioni; o i costi che sosterranno i colleghi con partita iva per stipulare assicurazioni riguardanti la “responsabilità in solido”; o ancora, non è chiaro con quale criterio saranno individuati i tutor e se gli stessi possono rifiutare di esercitare il proprio ruolo per non essere coinvolti in eventuali contenziosi per culpa in eligendo e in vigilando».

Tutte situazioni per le quali, in ogni singolo caso, Cimo si riserva una verifica giudiziale riguardo la legittimità delle differenti scelte intraprese oggi dalle varie amministrazioni locali.

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