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Dal palazzo

La lettera

Relazione della commissione antimafia, Cimo: “Un ritratto impietoso di 20 anni di malasanità”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera del Cimo relativa alla relazione "Inchiesta sulla sanità siciliana"

Tempo di lettura: 5 minuti

Riceviamo e pubblichiamo da Cimo Sicilia, il sindacato dei medici.

«La Relazione “Inchiesta sulla sanità siciliana” (sottotitolo: Le interferenze della politica e gli aspetti corruttivi) esitata dalla Commissione Antimafia della Regione Siciliana ha provato a mettere in luce due aspetti fondamentali: il primo è la trasparenza della spesa sanitaria e quindi la valutazione dell’efficacia dei meccanismi di controllo, mentre il secondo la legittimità o meno delle interferenze della politica nella gestione della sanità siciliana, spesso legata alla produzione del consenso in chiave elettorale.

Al di là degli scopi dichiarati, l’inchiesta della Commissione presieduta dall’On.le Claudio Fava è un ritratto impietoso e sconsolante di vent’anni di inchieste, di scandali, di corruzioni, di clientelismi e carriere costruite ad arte. L’inchiesta dell’Antimafia ha, comunque, il grande merito di cristallizzare storicamente quelli che finora erano rimasti confinati nell’ambito dei fatti di cronaca giudiziaria, ma ai quali i tempi dilatati della giustizia non sono ancora riusciti a dare quel connotato di definitività, se mai lo faranno.

L’aver messo nero su bianco, coi crismi dell’ufficialità, i numerosi episodi corruttivi e le gravi storture della gestione della sanità siciliana, equivale ad una condanna etica che, purtroppo, temiamo possa rimanere l’unica, stante l’alta probabilità di prescrizione dei reati che si profila all’orizzonte. Solo in alcuni casi la giustizia è stata rapida ed efficiente, come nel caso delle condanne inflitte in primo grado a  Damiani e a Candela.

Diverso è il caso di Tutino e Sampieri, ai quali l’Inchiesta dedica un intero Capitolo ad hoc, con processi che vanno a rilento e rischiano quindi di risolversi in nulla di fatto. Sampieri se l’è finora cavata con una condanna per danno erariale di poche migliaia di euro. Niente a fronte del disastro inflitto dalla sua gestione all’Azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello. Tutino sta solo pagando fior di quattrini all’avvocato Taormina nel disperato tentativo di, passando da un rinvio all’altro, farla franca con la prescrizione.

Il rischio è quindi di doversi accontentare della condanna politica del cosiddetto “cerchio magico” di Crocetta contenuta nelle conclusioni della Commissione regionale antimafia, anche se sarebbe potuto già da tempo procedere almeno alle sacrosante sanzioni disciplinari previste dalle norme di legge, almeno per il danno di immagini arrecato alle Aziende ospedaliere.

L’ex Presidente della Commissione Sanità dell’ARS, On.le Pippo Di Giacomo, audito in Commissione Antimafia, ha parlato del “grave imbarazzo in cui Tutino e Sampieri avevano messo la sanità siciliana”, portando addirittura alle dimissione dell’assessore Lucia Borsellino, logorata dalle indebite pressioni ricevute durante l’intero mandato ricoperto alla guida della sanità regionale.

Ma neanche questo è stato sufficiente a far partire le previste sanzioni disciplinari e se Tutino è sospeso dal servizio dal momento del suo arresto (29 giugno 2015) ma col rischio di poter accampare pretese in caso di archiviazione dei procedimenti penali cui è tuttora sottoposto, Sampieri continua a ricoprire un ruolo all’ASP di Palermo anche a seguito della condanna da parte della Corte dei Conti. Sarà sufficiente, adesso, l’inchiesta condotta dall’On.le Fava, ad incidere almeno sotto questo profilo? Oppure dovremo prendere atto che nemmeno le risultanze della Commissione Antimafia siano sufficienti, se non a fare giustizia, quantomeno a ricondurre alla normalità e alla tanto invocata trasparenza una sanità siciliana che altrimenti continuerebbe ad essere derisa e mortificata?

Alla fine, dopo aver stigmatizzato in lungo e in largo le interferenze della politica nei vari ambiti della sanità, dagli appalti corredati di irrituali “segnalazioni” da parte di deputati regionali alle nomine dei direttori generali e dei primari, l’Inchiesta sulla Sanità, affrontando il tema delle assunzioni del personale dichiara che “Lo stato di emergenza che impone di fare le cose in fretta porta con sé il rischio di corruzione e favoritismi”. In un momento in cui si inizia a parlare, con insistenza, di stabilizzare il personale assunto con varie tipologie contrattuali, la commissione regionale antimafia priva a tracciare la via maestra. Per coprire i deficit di organico che la pandemia ha mostrato in tutta la loro evidenza, “solo lo sblocco delle procedure concorsuali potrà garantire un accesso trasparente ai ruoli della sanità pubblica. Riducendo il potere di condizionamento della politica e ristabilendo il primato del merito nelle procedure di assunzione”.

Su quest’ultima conclusione non possiamo che esprimere delle forti perplessità dal momento che è storicamente dimostrato che le procedure assunzionali mediante concorso sono sempre state fortemente interessate dai condizionamenti della politica mentre le procedure di stabilizzazione ne sono rimaste esenti, essendo governate da meccanismi che non richiedono l’affannosa ricerca della “raccomandazione” da parte di chi ambisce ad entrare nel mondo del lavoro. Stessa cosa non avviene nei concorsi pubblici, dove il giro delle sette chiese rappresenta la premessa ineludibile per poter partecipare “serenamente” alle prove selettive.

Siamo quindi sicuri che il pubblico concorso, con le regolare attuali, sia lo strumento per ridurre il potere di condizionamento della politica? O magari è vero l’esatto contrario. D’altra parte, anche le assunzioni a tempo determinato avvengono mediante procedure di matura concorsuale, più snelle e rapide e quasi mai condizionate da indebite interferenze.

Semmai, potrebbe essere affinati meccanismi del reclutamento a tempo determinato, utilissimo a coprire rapidamente i tanti vuoti di organico che troppo spesso si registrano nei nostri Ospedali, ed anche gli strumenti di valutazione dell’attività svolta nel triennio in chiave stabilizzazione, senza negare nel contempo la possibilità di esperire la mobilità per i soggetti che sono stati costretti ad emigrare fuori Regione in cerca di lavoro e che da anni si vedono negare il nulla osta che una norma “temporanea” ha di fatto reso un paletto definitivamente insormontabile».

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