Quali i segreti del nostro sistema immunitario? Palermo, a confronto oltre 300 esperti da tutto il mondo

29 Marzo 2017

Il resoconto del meeting internazionale promosso dall'ateneo cittadino e da quello milanese. Le interviste di Insanitas a Francesco Dieli (direttore del CLADIBIOR), Charles Dinarello (due volte candidato al Nobel), Fabrizio Micari (rettore dell'Università di Palermo), Luigi Naldini (luminare della terapia genica) e Domenico Mavilio (immunologo dell’Università di Milano).

 

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PALERMO. Si chiude oggi (mercoledì 29 marzo) presso l’Aula Magna della Scuola Politecnica dell’Università, il meeeting scientifico internazionale rivolto prevalentemente a giovani ricercatori, organizzato dalle Università di Milano e Palermo e dedicato alla medicina traslazionale (ovvero la ricerca applicata alla pratica clinica).

In particolare sono le malattie infiammatorie al centro dell’importante evento, che ha l’obiettivo principale di riunire medici, ricercatori e partner industriali per discutere il trasferimento dei progressi in campo biomedico, dal laboratorio sperimentale alla clinica (nella foto in alto: Charles Dinarello, Fabrizio Micari e Francesco Dieli).  Il fine ultimo della ricerca traslazionale è, infatti, la conversione delle scoperte scientifiche in benefici per la salute dell’uomo, una delle priorità della scienza biomedica.

Questa quarta edizione del meeting in particolare focalizza l’attenzione sulle risposte della cosiddetta “immunità innata”. Essa si riferisce alle prime linee di difesa dell’organismo, che inducono risposte infiammatorie di protezione, ma talvolta anche risposte immunitarie inappropriate o aberranti, divenendo, pertanto, responsabili di danni all’organismo e quindi di malattie.

Il prof. Francesco Dieli (direttore del CLADIBIOR (Central Laboratory of Advanced Diagnosis and Biomedical Research), l’organismo che esegue avanzate metodiche di diagnostica immunologica per la TBC (Quantiferon TB Gold Plus, TB Spot etc) e ne sperimenta di nuove, presso l’Università di Palermo, afferma: «I primi eventi della risposta del sistema immunitario sono cruciali nella patogenesi del cancro, delle malattie autoimmuni, nelle malattie infiammatorie e nelle infezioni virali. Quindi, la comprensione dei meccanismi che sottendono a così diverse conseguenze delle risposte del sistema immune dell’ospite è un passo sperimentale necessario per lo sviluppo di nuove e più efficaci strategie terapeutiche per tutte queste patologie. Questo incontro è perciò un’occasione importante di interscambio di conoscenze scientifiche tra i massimi esponenti del settore».

Il meeting vede la partecipazione di oltre 300 giovani ricercatori e studiosi provenienti da tutto il mondo e si avvale di una Faculty composta da oltre 60 scienziati mondiali nei rispettivi settori, tra i quali alcuni si sono distinti per il contributo determinante che hanno saputo dare nel progresso delle conoscenze scientifiche in campo biomedico.

L’INTERVISTA Al PROF. CHARLES DINARELLO

Due volte candidato al premio Nobel (ha scoperto le citochine infiammatorie, oggi bersaglio di efficaci terapie basate sull’uso di anticorpi monoclonali, in malattie quali artrite reumatoide, psoriasi, morbo di Crohn), sottolinea: «È preminente a fronte del problema dell’invecchiamento della popolazione, trovare canali innovativi per contrastare le malattie infiammatorie, ma, altresì, serve puntare sempre di più sul valore della cooperazione internazionale tra i ricercatori, accanto alla necessità, da parte dei governi, di affrontare il tema dei costi dei farmaci, in modo da garantire l’accessibilità alle cure in chiave universale».

Dinarello pone poi l’accento sull’importanza di diffondere un’appropriata cultura alimentare: «Il cibo ha un ruolo determinante nell’innesco di alcuni processi infiammatori. Perciò, va alzata la soglia di consapevolezza degli individui e va diffusa un’educazione alla salute volta all’adozione di stili alimentari corretti».

«Occorre poi sospingere la ricerca- conclude l’immunologo di fama internazionale- che, ad oggi, ha ottenuto grandi risultati, ma può assicurare evoluzioni ulteriori e assai significative per la tutela della qualità di vita degli individui». E sul futuro, Dinarello lancia un messaggio di speranza: «Sono fiducioso che attraverso la scienza si possano raggiungere risultati sempre più positivi sulla tutela della salute umana e, altresì, certo che, la ricerca farà ancora la sua parte nonostante le difficoltà che incontra e l’abnegazione che richiede».

L’INTERVENTO DEL RETTORE

Fabrizio Micari (Rettore dell’Ateneo palermitano) sottolinea che l’appuntamento scientifico internazionale rappresenta «un’occasione di confronto scientifico e culturale di grande pregnanza» ed aggiunge: «Il nostro Ateneo punta a garantire quanto più possibile ai nostri studenti e ai giovani dottorandi esperienze di formazione all’Estero, perché siamo certi che soltanto una rete di collaborazione internazionale possa contribuire all’evoluzione fondamentale, umana e tecnologica, per lo sviluppo della cultura e della scienza».

Poi aggiunge: «La ricerca in Italia è avanzata, ma serve una maggiore attenzione dalla politica in ordine al profilo dei finanziamenti; i nostri ricercatori lasciano nel mondo un segnale positivo e ottengono grandi riconoscimenti, perciò è fondamentale valorizzare i nostri cervelli. A tal proposito, infatti, l’Università di Palermo sostiene molti progetti di ricerca nell’ambito delle risorse disponibili e propone interscambi di cooperazione in merito».

IL LUMINARE DELLA TERAPIA GENETICA

Al meeting c’era il professor Luigi Naldini, padre della terapia genica. A lui si deve la geniale intuizione di utilizzare il virus HIV, opportunamente reso innocuo per l’organismo, come vettore per il trasferimento di geni all’interno delle cellule per la cura di alcune malattie. La pubblicazione originale che riporta i risultati di questo lavoro è uno degli articoli più citati della rivista Science. Il professore Naldini è attualmente direttore dell’Istituto Telethon per la terapia genica (TIGET).

Naldini rileva: «La terapia genica vive un momento strategico, in cui le speranze registrano progressi importanti. I risultati dei trial clinici circa le sperimentazioni della terapia genica su alcune malattie dell’immunità, soprattutto l’immunodeficienza legata a deficit primari, sono ottimi. Esse si trattano tradizionalmente con il trapianto da donatore sano di cellule staminali del sangue, ma la terapia genica offre, invece, la possibilità di trattarle utilizzando le stesse cellule del malato, correggendo il difetto e poi reinfondendole. Un approccio che ha dato risultati apprezzabili con minor rischi rispetto al trapianto da donatore sano, perché qui sono le cellule proprie del paziente che vengono reinfuse».

«Il primo farmaco di terapia genica è nato in Italia, proprio nel nostro istituto, alla fine del percorso sperimentale e dopo l’approvazione è stato immesso in commercio e oggi si può prescrivere- ricorda Naldini-  Noi lavoriamo su questa piattaforma di vettori virali derivati dai virus modificati che sono i veicoli e per allargare la potenzialità di questo approccio utilizziamo, in particolare, il virus HIV, molto temibile e infettivo per le cellule umane. Studiamo approcci precisi e andiamo a correggere le mutazioni o i difetti. Si tratta di tagliare il DNA in modo mirato, laddove c’è una mutazione e in quella sede riscrivere per correggere».

La terapia genica diventa a tutti gli effetti un farmaco

«I farmaci- rileva ancora l’esperto- che abbiamo conosciuto fino a pochi anni fa, si sostanziano in piccole molecole che si assumono tipicamente attraverso una capsula e vanno a distribuirsi nell’organismo e per ottenere effetti bisogna continuare ad assumerli. Poi è arrivata la rivoluzione dei farmaci biologici, che sono anticorpi e proteine, più articolati e hanno effetti più complessi e specifici di quelli di una piccola molecola, ma oggi la novità è che il farmaco è un gene, ovvero un insieme di informazioni complesse che codificano una proteina. Questo farmaco (gene) viene inserito in una cellula che diventa il suo veicolo. Quindi, non si tratta più di una pillola o di una proteina, ma di cellule viventi di un paziente che hanno nel loro Dna una nuova istruzione genetica. Il primo farmaco di questo tipo è Strimvelis che apre la strada a un più ampio numero di strategie terapeutiche».

«Le cellule- precisa Naldini- diventano dei farmaci intelligenti, non soltanto perché le istruzioni rimangono in quella cellula e nella sua progenie, ma perché queste cellule vanno a cercare il sito della malattia, e lo fanno naturalmente, e si propagano, si mantengono e ne amplificano la risposta. Queste terapie si somministrano una volta sola e, a distanza di 15-16 anni, permettono un beneficio terapeutico uguale a quello riscontrato all’inizio della cura: la correzione della malattia, perché si è modificato un intero tessuto che è il sistema immunitario e, nel caso, dell’Ada-Scid il sistema immunitario dei bambini trattati».

«Dopo questo risultato- aggiunge Naldini- noi ricercatori stiamo provando a espandere questa strategia ad altre malattie genetiche. All’Istituto San Raffaele-Telethon di Milano abbiamo in corso tre studi clinici sperimentali, che hanno come punto di partenza un approccio simile a quello di Strimvelis, che interessa quindi cellule staminali del sangue. Stiamo cercando di ampliare l’efficienza e l’impatto della terapia attraverso l’aumento dell’intensità con cui la correzione genetica si applica alle cellule che modifichiamo e che si può estendere, poi, a tutte le cellule del sangue».

Le sperimentazioni

«L’avanzamento di uno di questi studi- spiega Naldini- sulla leucodistrofia metacromatica, gravissima malattia neurovegetativa dell’infanzia, ha evidenziato come i linfociti diventino portatori della correzione; così abbiamo potuto bloccare lo sviluppo della malattia, trattando con questa terapia genica e con cellule staminali del sangue quei bambini a uno stadio della patologia precoce, arrestando i devastanti effetti che essa comporta».

«Un’altra sperimentazione- evidenzia Naldini- è in corso su una malattia dell’immunità e della coagulazione del sangue, la sindrome di Wiskott-Aldrich, un raro deficit immunitario dei linfociti dovuto ad alterazioni di una proteina coinvolta nel funzionamento del citoscheletro, la struttura che dà forma e sostegno alla cellula. Le cellule staminali del sangue corrette producono non solo linfociti funzionanti, ma anche altre cellule, come le piastrine deficitarie dei pazienti affetti da tale sindrome, con piena correzione del fenotipo».

«Un altro studio- afferma ancora l’esperto- che promette risultati incoraggianti, riguarda la beta talassemia. Malattia genetica anch’essa, che colpisce un alto numero di portatori nel mondo e quindi di potenziali malati. Qui un intervento singolo con le cellule del paziente modificate può portare alla correzione. Assistiamo pertanto a un ampliamento della strategia attuata da Strimvelis che può essere applicata su un numero crescente di malattie, non solo genetiche».

«Dal momento- conclude lo studioso- che si è imparato a inserire nuove istruzioni in una cellula, oltre a introdurre istruzioni che erano difettose, possiamo immetterne anche di nuove e, in questo modo, si può tentare di insegnare alle cellule, per esempio quelle derivate dal sangue, a lottare in modo più efficace contro un’infezione cronica o contro un tumore. L’immunoterapia, dunque, che è uno dei nuovi pilastri della terapia del cancro, si può cominciare a fare con la terapia genica, insegnando alle cellule immunitarie a combattere meglio un tumore».

La scienza ha aperto pertanto una strada epocale sul fronte terapico e il percorso fatto fino a oggi ha dato eccellenti risultati e ha reso queste cellule ingegnerizzate, grazie al supporto delle moderne tecnologie, facendole divenire di fatto dei farmaci che possono essere standardizzati, approvati e somministrati in sicurezza ai pazienti.

L’INTERVISTA A DOMENICO MAVILIO

L’immunologo clinico dell’Humanitas Research Ospital e docente dell’Università di Milano sottolinea l’obiettivo del meeting scientifico: «Per anni la medicina si è mossa per due comparti stagni: la parte clinica e la parte della ricerca; le due branche hanno camminato separatamente, ma nell’ultimo decennio è emersa la medicina traslazionale, ovvero, la ricerca applicata alla pratica clinica, e noi oggi vogliamo centrare l’attenzione sull’unione tra questi due mondi per evidenziare come sia importante comprendere la patogenesi della malattia (il perché); senza questa conoscenza non si può trovare la terapia».

“L’incontro raggruppa perciò specializzandi, ricercatori, dottorandi, scienziati di rilievo internazionale, affinché ci si possa confrontare per trovare il modo più opportuno per trasferire i risultati della ricerca nella clinica vera e propria. Per molte patologie autoimmuni e autoinfiammtorie non si è ancora trovata una cura, il ruolo della conoscenza e della ricerca è dunque fondamentale. Capire che cosa genera la malattia significa poter comprendere come curarla. Oggi qui abbiamo i pionieri del settore».

A che punto sta la ricerca in Italia?

«Abbiamo ottime competenze e fantastiche professionalità- risponde l’immunologo- Tuttavia la ricerca ha bisogno di essere compresa e, soprattutto, finanziata dai nostri enti regolatori e governativi. Con le poche risorse a disposizione facciamo tantissimo e in molti settori siamo i primi della classe, ma spesso dobbiamo andare all’Estero, anche se molti scienziati rientrano nella nostra Nazione dopo anni. Esistono eccellenze italiane incomparabili e assolutamente competitive; se fossimo supportati meglio l’eccellenza sarebbe la regola».

«Lo scopo- rileva Mavilio- è formare le figure biometiche ed attivare una sinergia tra ricercatori e clinici senza la quale non c‘è futuro. Il medico ricercatore, che spesso lavora chiuso in laboratorio e il medico che sta in corsia devono parlarsi e unirsi al fine di traghettare la scienza nella clinica e viceversa la clinica nella scienza».

Questo il messaggio più importante emerso dalla Conferenza scientifica internazionale, senza trascurare però la cooperazione tra Nord e Sud. «Due atenei insieme- conclude Mavilio- Milano e Palermo, che oggi vogliono marcare un’importante scommessa: la scelta di Palermo è, infatti, legata alla valenza socio- politica- e bioemedica di questa città rispetto anche ai mercati africani».

Sono presenti al simposio immunologi africani e il Pasteur di Tunisi: «La scienza è apertura mentale, crescita culturale permeata sullo scambio di conoscenze e di informazioni scientifiche, che fanno e devono fare leva sull’assunto che la diversità nella scienza, come nella vita, è arricchimento», sottolinea Mavilio.

GLI ALTRI INTERVENUTI ALLA CONFERENZA

La Conferenza vede, inoltre, la partecipazione del professor Dan Kastner, padre delle malattie autoinfiammatorie e scienziato leader mondiale nello studio della genetica, fisiopatologia e terapia delle malattie infiammatorie, anche lui candidato due volte al Nobel.

E ancora, tra gli altri, partecipa il professor Bob Gallo che ha scoperto il virus HIV, l’agente eziologico dell’AIDS ed il virus HTLV-1, l’agente eziologico di alcune leucemie e linfomi nell’uomo.

E, il professor Alberto Mantovani: lo scienziato italiano è uno dei cento immunologi più citati al mondo, che ha scoperto il ruolo nocivo dell’infiammazione nei processi di crescita e diffusione dei tumori. Attualmente Mantovani è Presidente dell’ IUIS, l’ Associazione Mondiale delle Società Scientifiche di Immunologia.

La rilevanza della ricerca traslazionale si è fortemente consolidata dunque sul presupposto di facilitare la conversione delle evidenze di laboratorio in strumenti clinicamente operativi. Sotto questo profilo, la ricerca traslazionale si distingue dalla nozione di ricerca applicata, perché viene considerata come un tentativo di innovazione delle dimensioni organizzative ed istituzionali della biomedicina, in modo tale da facilitare il flusso bidirezionale di saperi e può quindi influenzare positivamente le gestione della salute pubblica.

“La ricerca traslazionale apre, quindi, a una visione progressista delle biotecnologie, dove la crescita esponenziale di conoscenze e di strumenti clinici danno luogo a profondi mutamenti nell’organizzazione sociale della scienza e della medicina” (Lock, 2000). Essa, dunque, “permette la trasformazione delle scoperte scientifiche derivanti da studi clinici o di laboratorio in applicazioni terapeutiche per ridurre l’incidenza del cancro, la morbilità e la mortalità” (Brown, 2007). Inoltre la ricerca traslazionale stimola l’integrazione di ambiti di indagine innovativi, generando importanti ricadute applicative sul piano dell’assistenza sanitaria a vantaggio dei pazienti.

Così in Italia, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) – su indicazione del Ministero della Salute – ha sospinto la creazione di nuove organizzazioni dedicate alla ricerca traslazionale per la salute. Già nel 2003 sono stati creati gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), ovvero delle strutture ospedaliere di eccellenza nelle quali le attività di ricerca e sviluppo sono condotte a stretto contatto con medici e pazienti.

In questo scenario ricco di speranze per le scienze biomediche, il progressivo dialogo fra le attività di ricerca e le pratica clinica traccia un ambito di indubbia importanza per la comprensione dell’evoluzione del rapporto sociale fra scienza, medicina e tecnologia.

La ricerca traslazionale rappresenta, perciò, un osservatorio peculiare per l’analisi delle trasformazioni della medicina contemporanea, che richiede una crescente attenzione da parte delle istituzioni pubbliche nazionali e della comunità scientifica internazionale e, al contempo, stimola la riorganizzazione degli istituti di ricerca, delle procedure sperimentali e delle policy in materia di ricerca e sviluppo, nel tentativo di rinnovare la ricerca biomedica collocando al centro sinergie e relazioni fra comunità professionali e setting scientifici eterogenei.

  • Un momento della Conferenza internazionale

  • Domenico Mavilio e Francesco Dieli

  • Charles Dinarello

  • Fabrizio Micari

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