colite ulcerosa intestino

Quale legame tra cervello e intestino? Ecco il parere dell’esperto

1 Luglio 2020

L'intervista di Insanitas ad Ambrogio Orlando, direttore dell’Unità Operativa di Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino dell’Ospedale Cervello di Palermo.

 

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PALERMO. Il legame tra cervello e intestino è un argomento molto dibattuto a livello internazionale su cui negli ultimi anni si stanno conducendo diverse sperimentazioni scientifiche in tutto il mondo.

Si tratta di un collegamento di particolare importanza per gli scienziati perché in futuro potrebbe portare alla creazione di nuovi farmaci per trattare tutte quelle patologie legate all’asse intestino – cervello, nonché tutte le disfunzioni correlate.

Ne abbiamo parlato con Ambrogio Orlando (nella foto), direttore dell’Unità Operativa di Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino (MICI) dell’Ospedale Cervello di Palermo.

Partiamo dalla caratterizzazione della patologia. Cosa è il disturbo dell’intestino irritabile?
«Prima classificato come colite spastica, è una condizione molto comune e debilitante che interessa circa il 10% della popolazione, soprattutto di sesso femminile, e ha una prevalenza di insorgenza tra i 20 e i 50 anni. Si caratterizza con sintomi invalidanti come dolore addominale, tensione addominale, gonfiore, diarrea, alternanza di diarrea e stitichezza. Malgrado sia un disturbo funzionale è molto invalidante e si può associare ad altre sindromi e disturbi funzionali, ad esempio l’emicrania, l’ansia, la depressione e la fibromialgia».

Che rapporto ci sarebbe tra questa patologia funzionale e il cervello?
«Alcuni scienziati sostengono vi sia il rilascio di mediatori chimici identificati nel cervello, che a cascata orchestrano e integrano una risposta nervosa autonoma (neuroendocrina) la quale va ad interessare l’intestino, determinando questa sintomatologia. Tale risposta biologica a sua volta altererà la modalità di interazione tra il cervello e l’intestino che può determinare un peggioramento della sindrome dell’intestino irritabile. Infatti, vi possono essere fattori stressanti e situazioni della vita quotidiana che possono aggravare la sintomatologia intestinale, come la perdita del lavoro, il divorzio e un lutto, aumentando per esempio la mobilità intestinale e la sensibilità ad alcuni cibi. In merito all’intestino irritabile c’è questo collegamento di un’aumentata sensibilità del viscere dell’intestino in generale agli eventi stressanti, sia interni che esterni. Tuttavia sul ruolo dei mediatori chimici sull’intestino irritabile gli studi sono in fase di progressione, non ci sono certezze nè una chiara dimostrazione. Ci sono ipotesi ed evidenze».

Ci sono altri aspetti che coinvolgerebbero l’asse cervello-intestino?
«Un altro fattore che collega l’intestino al cervello è la storia pregressa di questi pazienti. Spesso chi ha il disturbo di intestino irritabile ha avuto eventi stressanti come un’adolescenza difficile o violenze sessuali. Vi sono, quindi, tanti fattori che collegano l’intestino al cervello sia nell’anamnesi dei pazienti che hanno questi disturbi, sia negli eventi scatenanti dei disturbi stessi e dell’aggravamento dei disturbi. Anche nella terapia, perché ci sono molte evidenze più o meno recenti secondo cui la psicoterapia in generale, il trattamento psicoterapico basato su evidenze come la psicoeducazione, l’autoaiuto, la terapia cognitivo-comportamentale, la psicoterapia psicodinamica, l’ipnoterapia, la terapia basata sul rilassamento e sulla consapevolezza, si sono dimostrati efficaci nel trattare, in aiuto ad altre tipologie di trattamento, il disturbo dell’intestino irritabile».

Quali sono le terapie?
«Il trattamento dell’intestino irritabile comporta anzitutto l’esclusione dalla dieta di alcuni elementi che potrebbero essere responsabili di intolleranze. Tra quelle più comuni, ad esempio, c’è l’intolleranza al lattosio, molto frequente nella popolazione siciliana in cui raggiunge il 60% con variabilità e gravità individuale. Inoltre alcuni farmaci potrebbero controllare una prevalenza di sintomi, per esempio ridurre la stitichezza o la diarrea. In alcuni soggetti più particolari, in cui si è identificata una situazione di stress e quindi sempre un collegamento importante tra l’asse cervello intestino, è possibile arrivare anche a trattamenti psicoterapici. Alcuni studiosi ritengono che potrebbero esserci proprio dei mediatori chimici nel cervello (CRF ormone di rilascio della corticotropina) che sembrano mediare un po’ la risposta intestinale sulla sintomatologia dolorosa. Infatti, alcuni hanno più dolore di altri e la motivazione potrebbe risiedere nel fatto che abbiano una maggiore produzione di mediatori chimici prodotti dal cervello, per cui la reazione dolorosa a questi mediatori può essere maggiore».

In merito alle malattie croniche dell’intestino, che collegamenti ci sono con il cervello?
«Parlando di malattie organiche come la colite ulcerosa e malattia di Crohn– in cui i soggetti affetti da queste malattie organiche presentano ulcere, fistole, ascessi- si ha una maggiore prevalenza di disturbi psicologici come ansia, depressione, disturbi del sonno, soprattutto nelle fasi di attività della malattia. L’Università di Bologna avrebbe dimostrato che lo stress può attivare una via nervosa di collegamento tra cervello e intestino. Si tratta di studi preliminari, ma si è visto che i soggetti con malattia di Crohn in fase attiva presentano delle alterazioni in alcune aree del cervello evidenziate dalla risonanza magnetica. Tali alterazioni non erano presenti nel gruppo di controllo. Se tutto ciò sarà dimostrato si potrebbe agire con farmaci psichiatrici, ad esempio, ma ancora siamo lontani da questo».

Quindi l’asse agirebbe in entrambe le direzioni: sia dal cervello all’intestino, sia viceversa per le malattie organiche…
«Sì, ma ultimamente è emerso anche un altro aspetto molto interessante, quello del microbioma intestinale, per cui sembrerebbe che ogni individuo abbia una sua caratterizzazione che si identifica nella sua flora intestinale. Molte malattie si cominciano ad identificare con alcuni pattern, una tipologia di batteri della flora intestinale che hanno determinate caratteristiche. L’impressione è che in futuro, se ciò dovesse essere provato, intervenendo sulla flora intestinale e sull’intestino si potrà attuare una politica di prevenzione di alcune malattie organiche e anche dei tumori. Quindi per malattie come sindrome metabolica, diabete, cirrosi epatica, si sta andando verso una caratterizzazione di un particolare tipo di flora intestinale che identifica l’insorgere di alcune malattie organiche e di tumori. Se ciò si fosse confermato si potrà intervenire modificando la flora intestinale per fare prevenzione di alcune malattie tumorali, organiche e metaboliche o addirittura intervenire nelle fasi precoci della malattia per condizionarne l’evoluzione in senso positivo».

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