Elezioni carenza professioni infermieristiche

Professioni infermieristiche, Gargano (Opi Palermo): «Urgono nuovi percorsi formativi»

28 Ottobre 2019

Riceviamo e pubblichiamo una nota del presidente provinciale dell'Ordine.

 

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PALERMO. Il mondo delle professioni infermieristiche è cambiato e continua a cambiare velocemente. Se la scommessa vinta negli anni scorsi è stata quella di legittimare i diversi profili che, attraverso una formazione di alto livello, hanno fatto dell’infermiere un professionista iperspecializzato, la nuova battaglia per tutelare e legittimare la professione (ma anche, e soprattutto, per contribuire al miglioramento della funzionalità del Sistema Sanitario Nazionale) ha a che vedere con la legittimazione ed uniformazione dei percorsi formativi ed organizzativi che riguardano la Dirigenza delle professioni sanitarie.

Sulla dovere di “misurare” i fattori determinati che qualificano il lavoro del “nuovo” infermiere e sulla necessità di introdurre sistemi formativi adeguati (corsi universitari e master) e modelli di organizzazione aziendale efficaci (dipartimenti, strutture semplici, strutture complesse etc.) si concentra il contributo del presidente di OPI Palermo, Franco Gargano, che è stato al centro della discussione, sabato scorso a Palermo, in occasione del incontro formativo sul tema “La Dirigenza delle Professioni Sanitarie: realtà e prospettive future” e che abbiamo il piacere di ospitare qui di seguito.

Come cambia la professione infermieristica (di Franco Gargano, Presidente OPI Palermo)

«Ogni professione quando affronta il tema dell’identità professionale deve fare i conti con le paure ed i preconcetti che inevitabilmente si accompagnano ai processi di cambiamento. Per le professioni sanitarie come l’Infermiere, l’infermiere pediatrico, indubbiamente negli ultimi vent’anni lo scenario operativo italiano è cambiato radicalmente».

«La qualità del nostro lavoro non si misura più semplicemente sull’efficienza e puntualità nell’esecuzione quasi meccanica delle mansioni, ma va commisurata anche attraverso altri indicatori, la competenza, la capacità relazionale, l’ascolto».

«Non dobbiamo rinnegare il passato ma è indispensabile impegnarsi sul campo dell’innovazione avendo come principale direttrice il rispetto delle esigenze che i nostri assistiti ci manifestano in modo diretto (consapevole) e indiretto (inconsapevole). Dobbiamo partire da loro per tracciare i nuovi scenari identitari della professione infermieristiche».

«L’epoca “masionariale” è conclusa e si e aperta un’epoca dove la ricerca e la sperimentazione devono indirizzare i nostri comportamenti, le nostre azioni e i nostri gesti dell’agire quotidiano attraverso “prove” documentate di “best practice” che giustificano le scelte e garantiscono sicurezza ai nostri assistititi».

«Abbandonare improvvisazione e soggettività perché il successo professionale non è mai solo il frutto di abilità individuali. Serve un sistema di “leadership” strutturato e consolidato attraverso un esplicito sviluppo di carriera».

«Per ogni professione è fondamentale delineare il proprio confine dell’infungibilità e della relativa percezione del “demansionamento”, innanzitutto per garantire un’adeguata condizione di cura agli assistiti e, in secondo luogo, per avere un’immagine della propria professionalità chiara a tal punto da renderla evidente, inequivocabile e tangibile nelle azioni concrete dell’agire quotidiano».

«In questo senso è fondamentale che le nostre competenze abbiano un riscontro nelle evidenze scientifiche. Solo così l’utilità sociale della professione sarà finalmente chiara e visibile come lo sono le autonomie operative».

«In Italia, un adulto su tre soffre di almeno due malattie croniche e nella popolazione anziana i pazienti con multipatologie diventano 2 su 3 e sopra i 65 anni il 10% della popolazione ha almeno tre malattie croniche».

«Il profilo del nuovo malato complesso quindi è quello di un individuo sopra i 65 anni, che assume contemporaneamente più di cinque farmaci, afflitto da disabilità, ma con un’aspettativa media di vita più lunga che in passato. Insomma se dovessimo pensare ad una figura che entra in gioco nella cura di questo profilo di malato è senza dubbio l’infermiere a patto che si possano definire nuove regole».

«Bisogna partire da un dato elementare, la qualità del nostro lavoro deve essere misurabile. Nel 2010 la Joint Commission International (JCI) ha classificato tre misure di esito all’interno degli standard previsti per gli ospedali le nursing sensitive care measure (NSC); per ciascuna sono forniti: la definizione, il razionale, le misure di esito correlate, i contesti sanitari di riferimento, il numeratore e il denominatore per la loro misurazione e i criteri di inclusione ed esclusione».

«Gli indicatori misurabili sono: la prevalenza di lesioni da pressione, le cadute e le cadute con lesioni. Gli indicatori sono descritti in modo dettagliato con un’ampia bibliografia. Nel documento sono anche fornite indicazioni metodologiche generali per la conduzione di un progetto di ricerca per la rilevazione e l’analisi degli esiti nelle strutture ospedaliere per acuti (JCI, 2010)».

«Nel 1996 nasce il Collaborative Alliance for Nursing Outcomes (Cal NOC), una banca dati alimentata dalle informazioni offerte, su base volontaria, da circa 175 ospedali con 12 diversi indicatori utilizzati. Anche questa banca dati permette agli ospedali partecipanti di confrontarsi con altri ospedali di simili dimensioni, ottenere informazioni dettagliate specifiche per ciascuna delle proprie unità e ricevere rapporti che confrontano ospedali all’interno dello stesso sistema (Doran Diane M., 2013)».

«In Italia invece questo tipo di outcome sono completamente assenti all’interno del Programma Nazionale Esiti (PNE) che è il sistema che attualmente misura gli esiti delle cure italiane. Questo è un fatto grave che deve essere corretto il più velocemente possibile. Non c’è da inventare nulla esiste già una esaustiva bibliografia di riferimento».

«L’Infermieristica competente ed autonoma oggi è in grado di incidere significativamente su riduzione dei tassi di mortalità, infezioni, ulcere da decubito e cadute. Ignorare e non utilizzare queste competenze è un fatto grave che il ruolo gestionale deve risolvere».

«Nelle moderne organizzazioni i ruoli gestionali devono consentire un adeguato sviluppo della “cultura di Visione” che appunto è il lasciare agire i “visionari”, coloro che hanno la capacità di espressione che rende quell’organizzazione capace di immaginare come vere cose ancora inesistenti e le comunica rendendole reali ancor prima di realizzarle».

«Le direzioni delle Professioni Sanitarie devono assumere un ruolo autonomo in grado di presidiare i contenuti specifici della professione e potere governare le modalità operative di erogazione dei servizi proprio per la presenza di professionalità motivate ed autonome».

«Le direzioni devono individuare e monitorare le competenze professionali adeguate al raggiungimento della “Mission” Aziendale e quindi devono essere capaci di incidere con efficacia ed efficienza al raggiungimento degli obiettivi organizzativi stabiliti. Questi risultati oggi si raggiungono attraverso. Essi devono essere adeguatamente costituiti da corretti rapporti numerici tra infermiere e assistito, avere un giusto skill mix di conoscenze, essere sensibili alle motivazioni interne al gruppo (intention to leave), avere adeguato personale di supporto, deve sussistere una adeguata azione di leadership dei coordinatori e una formazione adeguata e costante di tutti gli operatori».

«Le direzioni devono armonizzare attraverso i processi di coordinamento sull’assistito comportamenti professionali significativamente affermati e in grado di generare “valore aggiunto” ovvero “standard di qualità” che oggi si declinano mediante specifici “setting assistenziali” capaci di agire in regime di “Best Practice” e nel rispetto del “Risk Mangement” nonché in grado di essere efficaci ed efficienti nel contesto organizzativo».

«Le direzioni devono garantire e premiare lo sviluppo delle competenze che generano valore aggiunto all’organizzazione disegnando ruoli chiari e riconosciuti. Oggi si deve investire su un adeguato “SVILUPPO DI CARRIERA” per la “Governance” dei talenti e dei visionari. Lo sviluppo di carriera deve prevedere sia i percorsi verticali che quelli orizzontali».

«Per i percorsi verticali, ovvero, la funzione manageriale di direzione e di leadership ha bisogno di un radicale ripensamento che non può più contrapporre i coordinatori ai dirigenti. Questa situazione genera demotivazione e in alcuni casi conflitto. Sicuramente oggi rappresenta un elemento inefficacia del sistema di governance della direzione e delle leadership che ha bisogno di essere ripensato. Se la funzione manageriale è una allora anche il percorso formativo di conseguenza dovrebbe essere tale».

«Le capacità dei leader della professione infermieristica, come abbiamo visto, devono essere fortemente orientate alle competenze dei professionisti e agli esiti di cura erogati. Con queste premesse sembra irrinunciabile dichiarare che oggi è urgente realizzare un nuovo percorso formativo che non riesce ad essere garantito dalla laurea specialistica attuale, sempre più orientata alla dimensione clinica, nè tantomeno dagli attuali master di primo livello per coordinamento».

«Serve urgentemente un nuovo percorso formativo che getti le basi per una stabile e forte funzione manageriale con una forte identità professionale ed adeguate conoscenze manageriali una leadership capace di ascoltare, innovare, coinvolgere».

«La funzione gestionale delle direzioni delle professioni sanitarie in questo senso consentirebbero un migliore sviluppo di strutture di cura rispondenti maggiormente alla epidemiologia dei prossimi anni attraverso la realizzazione di ospedali di comunità, reparti a gestione infermieristica, percorsi domiciliari di proattività e presa in carico con programmi di aderenza terapeutica ed ambulatori infermieristici».

«Occorre che l’infermieristica divenga non solo «segno» come traccia del suo agire, ma «simbolo» inteso come esperienza indelebile per la persona che la incontra”. In altri termini “l’esperienza” vissuta diviene valore aggiunto delle cure ricevute in quella specifica organizzazione con quello specifico team».

«C’è bisogno di un unico percorso di carriera della funzione manageriale e di un unico luogo dove essa debba avvenire. Le direzioni delle professioni sanitarie (DPS) sono sicuramente il luogo più corretto. Oggi il panorama italiano annovera importanti direzioni già capaci di mettere in atto ciò che abbiamo detto. Vi è piuttosto la necessita di definirne chiaramente una denominazione e delle caratteristiche identitarie che la rendano visibile ed accessibile a tutti i cittadini e professionisti. Ritengo che semplicemente chiamarla allo stesso modo in tutta l’Italia potrebbe rappresentare già un gran successo proprio in analogia alle Direzioni mediche di presidio (DMPO)».

«I percorsi di carriera manageriale troverebbero il loro naturale luogo dell’agire appunto nelle direzioni delle professioni sanitarie strutturandosi nella piena autonomia delle aziende nelle forme previste dall’attuale sistema sanitario ovvero in dipartimenti, in strutture complesse, strutture semplici dipartimentali e strutture semplici».

«Gli scenari di sviluppo non possono che essere questi ed è evidente che la strada da percorrere in alcuni casi sarà molto lunga e faticosa. L’errore in questo momento da non fare è precluderla autolimitando la nostra “visione” alle evidenti resistenze culturali».

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