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Plasmaterapia per il Coronavirus? «Positivi i primi risultati, ma servono conferme»

4 Maggio 2020

Il parere di Roberta Fedele, direttore dell’UOC di Medicina Trasfusionale del “Papardo” di Messina.

 

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Sempre più spesso in queste settimane sentiamo parlare della cura sierologica o al plasma iperimmune, una tecnica sperimentale che sta dando buoni risultati nella lotta al Coronavirus in tutto il mondo.

Contrariamente a quanto si crede, però, non è una procedura nuova, infatti «è una terapia già utilizzata per altre malattie epidemiche virali come Ebola, MERS, H1N1, con dei risultati positivi» precisa la dottoressa Roberta Fedele (nella foto con lo staff), direttore dell’UOC di Medicina Trasfusionale del “Papardo” di Messina.

Generalmente, il plasma si ottiene per scomposizione dalle donazioni di sangue intero oppure può essere raccolto direttamente tramite procedura aferetica con l’uso dei separatori cellulari, i quali per centrifugazione separano la componente liquida (il plasma) da quella corpuscolata.

Durante la plasmaferesi, quindi, al donatore viene sottratto il plasma mentre la componente cellulare gli viene restituita tramite lo stesso ago di prelievo.

«Noi raccogliamo abitualmente il plasma dai donatori perché ha tantissimi usi. È essenziale nella cura di alcune patologie quali le coagulopatie e viene utilizzato per la produzione di farmaci plasmaderivati come i fattori della coagulazione, le immunoglobuline e l’albumina- continua il direttore Fedele- Nel caso del Covid-19 il plasma viene raccolto nello stesso modo con cui noi lo raccogliamo ai donatori periodici, con procedura aferetica. In questo caso, però, si tratta di “plasma iperimmune”, perché è donato dai convalescenti guariti dal Coronavirus che hanno sviluppato immunità. Viene sottoposto ai rigidi controlli già previsti dalla normativa vigente e a quelli aggiuntivi previsti per il caso, e viene infuso dopo essere stato inattivato. La cura sierologica consiste in questo: sostanzialmente i pazienti ricoverati vengono sottoposti a trasfusione di plasma donato dai guariti in cui sono presenti gli anticorpi anti-Covid che neutralizzano il virus».

Nei giorni scorsi uno studio cinese pubblicato su “Nature” ha dimostrato che “285 su 285 (100%) pazienti con Covid-19 sviluppano IgG (anticorpi protettivi) contro Sars-CoV-2 entro 19 giorni dall’inizio dei sintomi clinici”.

Gli anticorpi IgG sono prodotti durante la prima infezione o all’esposizione di antigeni estranei. Essi hanno la caratteristica di proteggere a lungo termine contro i microrganismi.

La produzione di IgG è comunque sufficiente a prevenire una nuova infezione, per le persone che hanno un sistema immunitario normale. È importante, dunque, che lo studio abbia trovato gli anticorpi deputati alla protezione più duratura.

«Si tratta di una buona notizia- aggiunge il direttore Fedele- perché, nell’attesa che possa esserci un vaccino o dei farmaci specifici, il plasma iperimmune è sicuramente una terapia fattibile, poco rischiosa e, attualmente, assolutamente spendibile. La procedura di donazione del plasma è sicura. Chiaramente il convalescente Covid viene sottoposto a tutta una serie di valutazioni per poter donare, perché deve farlo in assoluta sicurezza e anche il ricevente deve ottenere un prodotto che abbia qualità farmaceutica».

In una nota il Presidente Nazionale di AVIS, Gianpietro Briola, dice in merito: «Si è dimostrato che in molti casi il plasma è efficace per gli anticorpi presenti nei soggetti guariti, ma con il plasma prelevato si somministrano anche sostanze non necessarie per il trattamento di determinate patologie. Quindi, rappresenta una terapia sperimentale ed emergenziale già nota per altre malattie. Serve ora capire quali sono gli anticorpi efficaci, isolarli, purificarli e poi somministrare solo quelli in dose controllata e farmacologica. Come avviene per le immunoglobuline antitetaniche, ad esempio. È comunque importante sottolineare che questo approccio ha dimostrato che il plasma contiene degli elementi che funzionano contro il virus e lo neutralizzano».

In Italia diversi istituti stanno applicando la cura sierologica e il primo protocollo autorizzato a riguardo è quello lombardo avviato dal Policlinico Universitario San Matteo di Pavia in collaborazione con Mantova e Lodi. Altre regioni stanno avviando questa tecnica come la Toscana e il Veneto.

Perché allora la cura con il “plasma dei convalescenti” ha dei detrattori e non viene applicata in tutti gli ospedali? «Non si avvia subito in tutti gli ospedali perché i dati in letteratura sono pochi e basati principalmente su segnalazioni di pochi casi clinici (case reports). C’è una metanalisi che riporta risultati positivi con riduzione della degenza ospedaliera e soprattutto minor mortalità ma non ci sono ancora studi randomizzati (studi clinici con gruppi di controlli) effettuati con rigore metodologico che ne dimostrino l’efficacia. Siamo in attesa dei dati che mi aspetto promettenti da parte del gruppo di lavoro lombardo in modo che siano disponibili per tutta la comunità scientifica», conclude la dottoressa Fedele.

 

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