Plasma iperimmune per il Coronavirus, Policlinico “Giaccone” in prima linea

9 Settembre 2020

L'UOC del Servizio Trasfusionale è il fulcro dell’attività di raccolta, trattamento e conservazione. Ecco il reportage di Insanitas con le varie fasi dell'iter e la testimonianza di due donatori.

di Sonia Sabatino

PALERMO. L’Unità Operativa Complessa del Servizio Trasfusionale del Policlinico “Giaccone” è il fulcro dell’attività di raccolta, trattamento e conservazione del plasma iperimmune, divenuto in ambito emergenziale tra le terapie più usate contro le infezioni da Covid-19.

«Non posso che essere orgoglioso e felice di una serie di situazioni che si sono venute a creare e ci mettono in queste condizioni prospettiche positive. In primis, quello di rientrare tra i centri di riferimento a livello nazionale, poi avere dei donatori e soprattutto in quella fase clinica post acuta in cui il loro plasma sia utilizzabile- dichiara Alessandro Caltagirone, Commissario Straordinario del Policlinico di Palermo- Ci siamo presentati e abbiamo aderito al protocollo “Tsunami” con la consapevolezza di avere tutte le professionalità interne e le strumentazioni adatte per fare questo percorso, che oltre alla donazione prevede una serie di passaggi successivi come l’inattivazione della sacca e la fase di controllo che permette al paziente di ricevere una somministrazione assolutamente sicura».

A spiegare come è partita la plasmaterapia al Policlinico Universitario è il responsabile protempore del Servizio Trasfusionale, il dott. Sergio Rizzo: «L’attività emergenziale, per fortuna, ha colpito fino ad oggi la Sicilia solo di striscio, questo è il motivo per cui ci siamo avviati in questo percorso con tempi un po’ più lenti rispetto al panorama nazionale. Tutte le attività trasfusionali che comportano l’utilizzo di un bene primario come il sangue, infatti, devono essere regolamentate secondo la normativa nazionale, in un contesto di assoluta trasparenza, univocità e sicurezza dell’emocomponente che va ad essere donato. La nostra Regione ha finalmente raggiunto un momento di intesa dando le autorizzazioni ad otto centri trasfusionali del territorio isolano di cui noi facciamo parte. Ciò ha consentito di reclutare i soggetti che hanno le caratteristiche cliniche per essere donatori: deve trattarsi, quindi, di un individuo sano che ha incontrato il virus ed è guarito, riportando una memoria di questo incontro con l’anticorpo neutralizzante, il quale può essere utilizzato per nuovi pazienti».

«Non basta la buona volontà per diventare donatore, perché c’è anche un test soglia di ingresso che attesti una quantità di anticorpi ancora circolanti significativa- precisa la dottoressa Claudia Rizzo, responsabile della Qualità del Servizio Trasfusionale- Ciò è importante, perché purtroppo le code immunologiche di questa malattia sono tali per cui poi vanno a cadere, per cui siamo stati fortunati ad intercettare i donatori in un momento in cui l’attività anticorpale era importante. Il tempo è un fattore decisivo per il reclutamento del donatore, prenderli troppo tardi significa rischiare di non avere donatori idonei alla raccolta».

I pazienti sono di pertinenza delle Unità Cliniche di Malattie Infettive dirette dal prof. Antonio Cascio che dichiara: «Questo studio clinico mira a valutare l’efficacia della terapia al plasma. I primi dati sono assolutamente favorevoli, quindi noi ci crediamo. Personalmente volevo “sposare” questa causa da tempo e abbiamo colto l’opportunità dello “Tsunami”. Partiamo dal presupposto che il plasma fa bene, infatti lo uso generalmente per i pazienti critici, perché contiene tante sostanze nutritive, sostanze che il corpo ha perso per diversi motivi e sostanze antinfiammatorie. In questo caso abbiamo quello iperimmune che contiene gli anticorpi neutralizzanti, i quali non permettono al virus di entrare nelle cellule. Dal punto di vista fisiopatologico le premesse ci sono, lo studio policentrico ha la finalità di validare dal punto di vista scientifico queste evidenze».

Intanto, negli Usa il 23 agosto hanno approvato l’uso della terapia al plasma iperimmune per curare il Covid -19 in regime di emergenza, come racconta il prof. Francesco Dieli, direttore del Dipartimento di Diagnostica di Laboratorio: «Gli americani hanno calcolato che su 22.000 pazienti trattati con il plasma iperimmune gli effetti collaterali sono stati quasi nulli, quindi la terapia è assolutamente sicura e la percentuale di reazione è esattamente identica a quella di un qualunque centro trasfusionale extracovid».

L’attività che viene svolta generalmente qui al Policlinico “Giaccone” è la raccolta, il trattamento e la qualificazione dell’emocomponente, ma essendo questo un progetto multidisciplinare innovativo la catena è stata integrata con professionalità aggiuntive rispetto a quelle che normalmente si adoperano per la validazione degli emocomponenti normali, tra cui il Laboratorio di Microbiologia e Virologia diretto dalla prof.ssa Anna Giammanco.

Quest’ultima sottolinea: «Lo studio nazionale è partito con l’intenzione di trovare una terapia alternativa e sono stati coinvolti i microbiologi perché il tutto si basa sulla validazione del plasma donato sulla base della presenza degli anticorpi neutralizzanti che hanno una funzione fondamentale indiscutibile, che è quella di riuscire a bloccare il virus alla sua entrata ed evitare che il virus si leghi alle cellule tramite i recettori cellulari. Se non c’è questa validazione ovviamente lo studio non ha senso, perché il plasma ha una serie di controindicazioni, quindi prevedere una terapia col plasma non è di tutto passaggio, ci deve essere un chiaro vantaggio, si tratta pure sempre di una terapia di emergenza».

«Condivido il fatto che ci siano difficoltà, ma le risposte che vengono fuori dagli studi americani stanno confermando il fatto che non è dannoso e che si sta rivelando efficace. Noi abbiamo usufruito finora solo della donazione di due persone (ndr clicca qui per il video con la loro testimonianza), però è necessario che avvenga un ampliamento e confidiamo che il reclutamento dei donatori aumenti nel tempo perché, come tutte le donazioni, anche questa salva la vita ad un altro uomo- conclude Caltagirone– L’assenza di terapia nella prima fase ha portato molte persone in terapia intensiva, adesso invece le condizioni sono differenti rispetto a marzo, quindi, in attesa del vaccino non possiamo stare ad attendere e troviamo delle soluzioni per arginare il problema».

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