Plasma iperimmune contro il Coronavirus, a donarlo anche gli operatori sanitari vaccinati

19 Febbraio 2021

Il progetto, avviato dall'Arnas Garibaldi ed esteso al “Giovanni Paolo II” di Ragusa, è già certificato grazie ad un protocollo con il Policlinico di Pavia. Insanitas ne ha parlato con il promotore Nuccio Sciacca , primario del Centro trasfusionale dell'Azienda ospedaliera catanese.

 

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PALERMO. È partita dall’Arnas “Garibaldi” di Catania la nuova frontiera delle cure contro il Covid-19, con la produzione di plasma iperimmune, prelevato non solo dai guariti dalla malattia da Sars-Cov-2, ma anche dai sanitari che hanno ottenuto la seconda dose di vaccino e raggiunto il massimo titolo anticorpale.

Il progetto, esteso anche all’ospedale “Giovanni Paolo II” di Ragusa, è già certificato per la produzione di plasma iperimmune grazie ad un protocollo stipulato con il Policlinico di Pavia. Insanitas ne ha parlato con Nuccio Sciacca (nella foto), primario del centro trasfusionale del “Garibaldi” e promotore del progetto.

A Catania e a Ragusa avete avviato un progetto di raccolta di plasma iperimmune dai sanitari già vaccinati. Di cosa si tratta?
«Siamo partiti dall’assunto che la risposta anticorpale presente nei convalescenti esiste anche nei soggetti vaccinati. I primi ad essere vaccinati sono stati gli operatori sanitari degli ospedali, quindi abbiamo pensato di invitarli tutti- sia quelli che erano già donatori, sia coloro che non avevano mai donato né sangue né plasma- a donare il plasma con un duplice scopo: continuare ad incrementare la raccolta di plasma iperimmune, per avvalorare l’ipotesi che la somministrazione contribuisca alla guarigione del paziente affetto da Covid, ovviamente se trattato in fase precoce, quindi entro 6/8 giorni dalla comparsa dei sintomi. In questo modo, possiamo anche vedere qual è la risposta anticorpale del soggetto vaccinato. Attualmente non abbiamo nessuna esperienza da questo punto di vista perché il vaccino è appena uscito. Cerchiamo di dare anche un contributo dal punto di vista scientifico alla comunità internazionale, raccogliendo il plasma dopo 15 giorni dalla seconda dose di vaccino. I dati finora analizzati sono soddisfacenti, nel senso che i donatori vaccinati hanno una risposta anticorpale molto buona, simile a quella riscontrata nei soggetti che avevano avuto il Covid in forma intensa, per cui parliamo di titoli molto alti».

Quanto dura il titolo così alto?
«La risposta anticorpale dei convalescenti presenta varie intensità, perché ci sono soggetti in cui è molto alta e in altri molto bassa. Ciò dipende anche dalla sintomatologia, perché coloro che hanno contratto la forma grave della malattia hanno una risposta anticorpale decisamente più alta. Per decretare la durata, però, ancora è presto. Attualmente abbiamo solo dati preliminari, infatti, il 90 % dei sanitari che si sono presentati da noi hanno un titolo anticorpale molto alto, sovrapponibile a quello del convalescente».

Alcuni si chiedono se possa essere diversa la risposta di un convalescente da quella di un vaccinato…
«L’anticorpo è uno, non varia in base allo stimolo. Le immunoglobuline sono prodotte in risposta ad uno stimolo artificiale (vaccino) o naturale (virus). La differenza qui sta nella causa, ma l’effetto è identico. Il concetto di vaccinazione si basa proprio sul principio della immunoprofilassi attiva, che si chiama attiva perché il nostro sistema immunitario risponde ad uno stimolo».

Il progetto è portato avanti in collaborazione con Pavia…
«Sì, c’è un motivo per cui noi continuiamo a mandare le provette al laboratorio di Pavia, siamo ormai gli unici in Sicilia che lo facciamo, ma con il mio staff siamo convinti della bontà della nostra scelta, perché è diverso fare il test con il virus attivo e farlo in vitro. Anche se il genoma del virus è riprodotto in maniera esatta, non è il virus vivo, pertanto secondo noi il risultato non è identico. Ciò nonostante, nel nostro ospedale stiamo effettuando uno studio e invieremo dei campioni a Pavia, per effettuare lo studio del virus in vivo, e in parallelo manderemo un campione al nostro laboratorio per vedere cosa succede in vitro, in modo tale da poter rilevare eventuali differenze. Per noi è importante ripetere che il plasma iperimmune funziona a due condizioni: deve avere un titolo di anticorpi neutralizzanti testati in vivo di almeno 1:160 e deve essere somministrato in fase precoce, al manifestarsi dei sintomi e, in ogni caso, non quando c’è una compromissione respiratoria. Secondo la mia opinione, infatti, il plasma contiene fattori della coagulazione che potrebbero anche non essere indicati in un paziente compromesso a livello respiratorio. In generale, comunque noi siamo molto ottimisti sull’efficacia del plasma iperimmune e mi faccia dire che abbiamo visto una splendida solidarietà da parte degli operatori sanitari».

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