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Pertosse in adulti e bambini, i consigli degli infettivologi Cascio e Colomba

Riguardo ai neonati il recente aumento dei casi è da imputare alla riduzione dei tassi di vaccinazione nelle donne in gravidanza.

Tempo di lettura: 7 minuti

Negli ultimi anni la pertosse è tornata a manifestarsi più frequentemente. Malgrado l’utilizzo della vaccinazione, la malattia sta riemergendo colpendo soprattutto i neonati. Sono oltre un centinaio i casi in Italia registrati nel 2024, la maggior parte dei quali in Sicilia, Campania e Lazio. A Palermo sono stati circa quaranta i neonati e i lattanti che negli ultimi 6 mesi sono afferiti al Pronto soccorso dell’Ospedale dei bambini “G. Di Cristina” e hanno necessitato di ricovero, invece, trentacinque i casi ricoverati presso l’UOC di Malattie infettive.

Secondo gli infettivologi Antonio Cascio, direttore della U.O.C. “Malattie infettive” del Policlinico “Paolo Giaccone” e Claudia Colomba, direttrice dell’U.O.C. di “Malattie infettive pediatriche” dell’ospedale dei bambini “Di Cristina” «il recente aumento dei casi è da imputare senz’altro alla riduzione dei tassi di vaccinazione nelle donne in gravidanza con conseguente mancata protezione dei neonati e lattanti nei primi mesi di vita quando ancora non hanno completato il ciclo vaccinale che garantirà loro la protezione verso Bordetella pertussis».

Cos’è la pertosse?
«Conosciuta anche come “tosse canina” o “tosse dei cento giorni”, la pertosse è una malattia infettiva ad eziologia batterica, ad alta contagiosità- spiega il prof. Cascio- causata da Bordetella pertussis, responsabile di sintomi respiratori anche severi, non scevra da complicanze. La malattia ha carattere endemico-sporadico, con esacerbazioni epidemiche ogni 2-5 anni. Colpisce soggetti di tutte le età, ma è a prevalente appannaggio dell’età pediatrica (l’80% dei casi si registra in bambini di età inferiore ai 10 anni) con la maggiore incidenza nel primo biennio di vita, causando una malattia a diverso grado di severità con le forme più gravi nei primi mesi di vita e nei neonati che hanno il maggior rischio di complicanze e di decesso. Il 10-15% dei casi riguarda adolescenti e giovani adulti che rappresentano una subdola fonte di contagio per la sintomatologia attenuata e il decorso atipico della malattia che spesso non viene correttamente diagnosticata».

Come avviene la trasmissione?
«La trasmissione avviene per via interumana diretta da malato a suscettibile, mediante goccioline di saliva emesse con la tosse. La contagiosità dura circa tre settimane: inizia durante il periodo di incubazione, raggiunge il livello più alto durante la fase catarrale e diminuisce fino a scomparire, in genere alla fine della prima settimana della fase parossistica».

La pertosse è diventata rara, soprattutto dove è stata introdotta la vaccinazione. Come si spiega questo aumento dei casi?
«La vaccinazione contro la pertosse rappresenta il cardine fondamentale della prevenzione- sottolinea la prof.ssa Colomba- L’aumento dei casi di Pertosse riportato dall’Ecdc (European centre for Disease Prevention and Control) vede circa 60 mila casi in tutta Europa nel 2023 e sino ad aprile 2024 con oltre un centinaio di casi in Italia, la maggior parte dei quali registrati in Sicilia, Campania e Lazio. A Palermo sono stati circa quaranta i neonati e i lattanti che negli ultimi 6 mesi sono afferiti al Pronto soccorso dell’Ospedale dei bambini “G. Di Cristina”, e hanno necessitato di ricovero. Trentacinque i casi ricoverati presso l’UOC di Malattie infettive. Il recente aumento dei casi è da imputare senz’altro alla riduzione dei tassi di vaccinazione nelle donne in gravidanza con conseguente mancata protezione dei neonati e lattanti nei primi mesi di vita quando ancora non hanno completato il ciclo vaccinale che garantirà loro la protezione verso Bordetella pertussis. A riprova di quanto detto sta l’osservazione fatta che nessuna delle mamme dei piccoli ricoverati presso l’UOC di Malattie infettive pediatriche si è sottoposta al richiamo vaccinale in gravidanza e la stragrande maggioranza ha pure dichiarato di non essere stata informata sull’opportunità di farlo. In considerazione del fatto che abbiamo registrato casi di pertosse anche in bambini oltre l’anno di età che avevano già iniziato o completato il ciclo vaccinale, altra possibile ipotesi relativa al recente aumento globale dei casi è che il batterio possa essere andato incontro a mutazioni responsabili di una sua maggiore virulenza».

Come si manifesta nei bambini?
«La sintomatologia clinica della pertosse è legata alla liberazione di fattori solubili che causano alterazioni anatomiche e funzionali dell’apparato ciliare dell’albero respiratorio con conseguente flogosi, congestione della mucosa e iperplasia del tessuto linfoide peribronchiale e peribronchiolare. Il processo infiammatorio progressivamente si accentua e coinvolge lo spazio alveolare. La sintomatologia compare dopo un periodo di incubazione di circa una settimana con febbre modica e sintomi catarrali a carico della mucosa rinofaringea e congiuntivale: rinorrea, starnuti, lacrimazione (“fase catarrale”); dopo pochi giorni detta sintomatologia si attenua e compare tosse secca e stizzosa prevalentemente notturna, che progressivamente si accentua, diviene più frequente e scarsamente produttiva».

Quali sono le fasi della malattia nei bambini?
«La “fase catarrale” che complessivamente dura da 1 a 2 settimane – spiega la professoressa Colomba – è seguita quindi da quella “parossistica” in cui progressivamente la tosse diventa appunto “parossistica” con accessi prolungati che tendono ad acquistare la peculiare impronta spasmodica, nella quale l’accesso è costituito da una rapida successione di diversi colpi di tosse in espirazione (senza intervallo inspiratorio), accompagnati da protrusione della lingua, congestione del volto, cianosi, e seguiti da un’ispirazione prolungata, a glottide serrata che provoca un caratteristico suono gutturale sibilante (il cosiddetto “urlo inspiratorio”). Al termine dell’accesso il bambino tenta di riprendere fiato ed elimina piccole quantità di muco. Tali episodi possono ripetersi decine di volte nell’arco della giornata, specie con l’avvicendarsi delle ore serali e possono causare serie difficoltà respiratorie soprattutto nei neonati e nei bambini al di sotto di 1 anno. Questa fase può durare più di 2 mesi in assenza di trattamento e i parossismi violenti possono causare vomito, apnea, e cianosi. Nella “fase di risoluzione”, che può durare anche tre settimane, gli accessi tussigeni si diradano e si fanno via via meno intensi. Complicanze neurologiche secondarie allo stato anossico transitorio che può aversi nella fase parossistica (convulsioni, perdita di coscienza, ipotonia) e complicanze polmonari (polmoniti interstiziali, broncopolmoniti, bronchioliti, bronchiti asmatiformi) specie nei bambini più piccoli possono condurre all’exitus».

Qual è il trattamento per i bambini?
«In età pediatrica- spiega la professoressa Colomba- oltre la terapia di supporto (reidratazione endovenosa e ossigenoterapia) che, soprattutto nei primi mesi di vita, è consigliabile eseguire in regime di ricovero, è opportuno iniziare precocemente, anche nel solo sospetto di pertosse, la terapia antibiotica con macrolidi (claritromicina o azitromicina); la terapia iniziata precocemente attenua l’entità degli accessi, abbrevia la durata della malattia e limita la diffusione dell’infezione».

Come si manifesta negli adulti?
«Le manifestazioni nell’adulto sono molto simili a quelle del bambino– spiega il professore Cascio- però difficilmente ci si pensa. I pazienti con patologie respiratorie croniche possono essere soggetti a sintomi più gravi e potenziali complicanze. In uno studio condotto in Germania è stato dimostrato che pazienti con comorbidità pneumologiche, cardiovascolari, endocrinologiche, muscoloscheletriche e psicologiche hanno un rischio maggiore di sviluppare forme severe di pertosse. Il rischio maggiore è associato all’asma seguito dalla broncopatia cronica ostruttiva. Alcuni anni fa ho descritto il caso di un giovane adulto senza comorbidità che ha sviluppato in corso di pertosse pneumomediastino, enfisema sottocutaneo del collo e del torace e crisi di apnea e successivo arresto cardiaco che hanno imposto il trasferimento in terapia intensiva. Infine, un’ampia percentuale di individui più anziani potrebbe avere uno stretto contatto con i bambini piccoli, fungendo quindi potenzialmente da serbatoio di infezione per questa popolazione vulnerabile».

Qual è il trattamento per gli adulti?
«Il trattamento è il medesimo per adulti e bambini- spiega il professore Antonio Cascio- e si avvale di un antibiotico macrolide, claritromicina o azitromicina. Il provvedimento di maggiore efficacia rimane comunque la prevenzione primaria da effettuarsi tramite vaccino».

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