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Dal palazzo

L'intervista di Insanitas

Perdita di gusto e olfatto nei pazienti Covid, l’otorinolaringoiatra: «È più presente nei casi meno gravi»

L'intervista di Insanitas al dirigente medico messinese Giovanni Cammaroto, tra i collaboratori dello studio internazionale che ha scoperto questi sintomi del Coronavirus.

Tempo di lettura: 4 minuti

Perdita o distorsione del gusto e dell’olfatto, come sappiamo, sono dei sintomi da infezione da Sars-Cov-2. I primi al mondo a scoprire e studiare il fenomeno sono stati i membri del gruppo giovani della Società Internazionale di Otorinolaringoiatria guidati da Jerome R. Lechien, ricercatore dell’Università “Paris Saclay”.

Allo studio di respiro internazionale, pubblicato sul “Journal of Internal Medicine”, ha collaborato il messinese Giovanni Cammaroto (nella foto), dirigente medico dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria di Forlì, intervistato da Insanitas.

In che modo avete condotto la ricerca su ageusia, disgeusia, anosmia e disosmia?
«All’inizio della pandemia siamo stati coinvolti da Jerome, che ha coordinato le indagini, pertanto abbiamo elaborato questionari on line, con cui siamo riusciti ad ottenere più di mille risposte. In questo modo abbiamo condotto un studio clinico multicentrico, mettendo nero su bianco ciò che in quel momento era stato intuito, ma che nessuno ancora aveva dimostrato con dati certi. Tale ricerca è diventata una pietra miliare proprio grazie alla tempistica con cui è stata portata avanti, anche se può risultare banale dal punto di vista metodologico».

In Cina come mai non avevano rilevato questo problema?
«Non lo hanno documentato, ma sono state elaborate solo delle teorie in merito. È probabile, infatti, che il paziente caucasico/europeo abbia un’espressione del recettore Ace2, a livello del tratto del naso dove sono presenti i filuzzi olfattori, maggiore rispetto agli asiatici. Si tratta di una vera e propria “porta d’ingresso” del virus che gli asiatici pare non abbiano, ovviamente è un’ipotesi perché non si può provare in maniera assoluta».

Qual è la percentuale di persone che perdono gusto e olfatto dopo aver contratto il Covid?
«Circa il 70/80%, ma il dato interessante deriva dagli studi successivi che abbiamo condotto, grazie ai quali abbiamo analizzato il decorso del disturbo, verificando una sostanziale differenza tra il quadro lieve e quello grave della malattia da Coronavirus. È emerso, infatti, che nella forma grave il problema olfattorio è meno presente rispetto ai malati lievi in cui il disturbo è espresso in maniera significativamente maggiore. Sembra quasi essere un segno prognostico positivo, infatti, se vengono compromessi gusto e olfatto è molto probabile che il soggetto non svilupperà la polmonite. La causa scatenante dei disturbi olfattivi però potrà essere ricercata attraverso uno studio di biologia molecolare, che può coadiuvare i nostri studi clinici, basati su rilevamenti di tipo anamnestico».

Come mai si verifica questa situazione?
«Noi abbiamo teorie in merito, pensiamo che il paziente con problematiche lievi possa avere una risposta immunitaria differente rispetto al paziente grave. Ciò potrebbe essere collegato ad un meccanismo IgA mediato secondo cui le immunoglobuline A secretorie, appunto, presenti a livello della mucosa olfattoria, nel tetto del naso, insieme al fattore dell’espressione del recettore Ace2 possono garantire l’uno l’entrata, l’altro la risposta immunitaria eccessiva. Per cui, si tratta sempre di un quadro infiammatorio, anche se localizzato, che determina un danno a livello del bulbo olfattorio. Al momento, però, sono solo ipotesi perché non abbiamo studi cellulari che lo confermano».

Che tipo di esperimenti avete condotto sul campo?
«In uno degli studi i pazienti Covid sono stati monitorati con l’olfattometria, una tecnica utile a quantificare il deficit olfattorio, tramite l’utilizzo delle penne che il paziente deve odorare e riconoscerne l’odore. Questi dati permettono di capire se il paziente è iposmico, anosmico o normosmico».

Quali sono le conclusioni degli studi?
«Grazie agli studi sul campo e ai questionari abbiamo visto che il 95% dei pazienti recuperano gusto e olfatto entro i sei mesi dalla fine della malattia. Si può anche provare ad accelerare il processo con la rieducazione olfattoria, ovvero una ginnastica che stimola i recettori, chiaramente impigriti o danneggiati».

Che genere di esercizi sono?
«Bisogna aiutarsi con gli oli essenziali seguendo vari schemi. Quello più famoso comprende fiori di garofano, eucalipto e limone. C’è chi usa il caffè o alti tipi di aromi, ma l’importante è che siano oli essenziali con aromi molto forti e intensi. Il paziente li versa, quindi, nei barattolini e si conservano in frigo, perché sono termolabili, per poi applicare il protocollo di riabilitazione: il soggetto deve aprire prima il barattolino e odorare all’interno per 30/40 secondi, poi aspettare un minuto e procedere con l’altro barattolino. Questo protocollo deve essere ripetuto 4/5 volte al giorno. I barattolini sono piccoli e possono essere trasportati. La comunità scientifica è concorde sull’avvallare maggiormente questo protocollo invece di utilizzare farmaci come i corticosteroidei, che alcuni studi hanno bollato come controproducenti. Il Covid 19 è ancora un campo minato perché essendo una malattia nuova siamo ancora in fase di sperimentazioni e continue scoperte».

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