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Paziente cardiovascolare, dagli esperti a confronto a Palermo la parola d’ordine è “approccio multidisciplinare”

29 Ottobre 2017

Il resoconto della sesta edizione del convegno, nato dall’idea di Khalil Fattouch (cardiochirurgo al "Maria Eleonora Hospital") e Vincenzo Ferrigno (cardiologo dell'Asp 6).

 

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PALERMO. Cardiochirurghi, cardiologi interventisti (emodinamisti), cardiologi clinici e cardiologi aritmologi sono stati i principali protagonisti della sesta edizione della due giorni dedicata all’approccio multidisciplinare nel paziente cardiovascolare.

Il convegno, che ha visto qualificate professionalità e relatori di fama internazionale, riuniti insieme al Mondello Palace Hotel, rappresenta un consolidato appuntamento.

È nato dall’idea del cardiochirurgo Khalil Fattouch, responsabile dell’U.O. di Chirurgia Cardiovascolare di “Maria Eleonora Hospital” e direttore del “Programma Cardiochirurgia minivasiva”, nonché responsabile scientifico dell’evento e del cardiologo della ASP 6, Vincenzo Ferrigno, anche presidente del Convegno (nella foto in alto, da sinistra Ferrigno e Fattouch).

A confronto durante le sessioni scientifiche anche altre professionalità, quali, ad esempio, nefrologi, pneumologi e diabetologi, stante la complessità del paziente di pertinenza cardiovascolare.

L’INSUFFICIENZA MITRALICA SECONDARIA

Fattouch, che ha esposto una relazione dedicata all’insufficienza mitralica secondaria nella malattia ischemica, spiega: «La patologia è così denominata perché non è legata ad un deficit di funzione dei lembi della valvola mitrale, bensì alla disfunzione ventricolare. Una situazione frequente: si registra nel 20 per cento dei pazienti che hanno un infarto inferiore e nel quasi 13 per cento dei pazienti che hanno un infarto anteriore».

«Il trattamento- continua- è complesso, anche perché nella fase acuta dell’ischemia bisogna attendere almeno tre settimane per capire come procede il rimodellamento ventricolare post- ischemico. Nella maggior parte dei casi (superato il fatto acuto) l’insufficienza mitralica secondaria scompare, ma in altri casi rimane lieve o lieve/ moderata; così in altri ancora si cronicizza ed esita in severa».

«Le ultime linee guida- aggiunge Fattouch- sia europee che dell’American Heart Association 2017, hanno meglio chiarito alcuni aspetti dell’indicazione cardiochirurgica: il trattamento di rivascolarizzazione e il trattamento della valvulopatia mitralica adesso è in classe prima per i pazienti che hanno una buona funzione ventricolare, sopra al 30 per cento; in classe due A nei pazienti che hanno una funzione sotto il 30 per cento e un’opzione per la rivascolarizzazione; mentre rimane ancora in classe due B, il trattamento della mitraclip come procedura percutanea».

Sul futuro delle procedure percutanee, Fattouch afferma: «Si prospetta molto fiorente, perché oggi i malati sono abbastanza complessi, con comorbilità importanti e ciò spinge sempre di più verso la  mininvasività chirurgica o verso il trattamento percutaneo».

Sottolinea altresì: «Sono molti i filoni di ricerca e le tecnologie emergenti sull’innovazione nell’ambito dello sviluppo di nuovi device, sia per la riparazione che per la sostituzione della valvola, tramite transcatetere. Alcuni device sono già in commercio in Europa con dei risultati promettenti, dunque penso che, i prossimi dieci anni ci riserveranno delle sorprese molto importanti».

L’APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE

Per Vincenzo Ferrigno «l’obiettivo è quello di convergere sul paziente cardiopatico tutta una serie di figure professionali, poiché trattandosi di un malato complesso, esso coinvolge varie discipline».

«Così – continua – abbiamo riunito colleghi che operano sul campo, in quanto non è sufficiente pubblicare senza mai aver di fatto visitato pazienti per definirsi autorevoli clinici. In tal senso dobbiamo recuperare il valore dell’esame obiettivo, poiché se la diagnostica è importante, essa non può e non deve sostituire la visita fisica sul paziente».

Ferrigno si sofferma sul tema dell’integrazione ospedale-territorio: «È fondamentale garantire al paziente cardiovascolare, una volta superata la fase ospedaliera, una continuità assistenziale, soprattutto al fine di impedire recidive, ancor più in pazienti precedentemente ricoverati per Sindrome Coronarica Acuta».

Il FOCUS SULL’ARITMOLOGIA

Tra le sessioni della seconda giornata, dedicate all’aritmologia (branca della cardiologia che studia i disturbi del ritmo cardiaco) spicca la relazione di Gabriele Giannola (responsabile dell’Aritmologia del “Giglio di Cefalù”) dedicata al QT lungo e al PR corto (si riferiscono a due parti dell’ECG che identificano il passaggio dell’impulso elettrico da una zona a un’altra del cuore.

Esso, infatti, batte grazie ad un impulso elettrico che parte e arriva seguendo un percorso; laddove quest’ultimo è “accidentato” si verifica un’aritmia intesa non in riferimento al numero dei battiti, quanto a come il cuore batte, ovvero sincronico, regolare, o diversamente in dissincronia, irregolare).

Un disturbo del ritmo è, pertanto, un difetto del sistema elettrico del cuore che può riscontrarsi anche se un paziente non ha alcun problema strutturale al muscolo cardiaco o alle valvole cardiache.

«Se la frequenza cardiaca- spiega Giannola- è accelerata, sopra 140-150 battiti al minuto, siamo in presenza di alterazioni serie del ritmo che invalidano la quotidianità: il paziente va incontro spesso a sincopi (svenimenti); se la fc viaggia intorno a 120/130, per esempio, abbiamo quello che si definisce comunemente cardiopalma (cuore che batte veloce). Si tratta di una tachicardia il più delle volte cd. sinusale, che può, però, nascondere cause organiche che non si trovano nel cuore: v. tiroide, anemia, squilibrio elettrolitico etc. Così se, al contrario, il battito rallenta sotto i 50 battiti al minuto (bradicardia) dobbiamo sempre approfondire l’indagine».

«Sono situazioni – conclude Giannola – sovente sottostimate e si riscontrano, ad esempio, in molte giovani ragazze che arrivano al medico di base, o anche al cardiologo non aritmologo, o al pronto soccorso, in realtà con vere aritmie che, in quanto non registrate in quel momento, rimangono sottovalutate e ricondotte erroneamente ad una banale situazione di stress».

«Le aritmie maligne – ricorda infatti il cardiologo – se non identificate conducono a cardiopatie serie o anche a morte improvvisa, perciò non vanno trascurate».

I CAMPI DI APPLICAZIONE

Giuseppe Coppola, cardiologo aritmologo e dottore di ricerca del Policlinico “Giaccone” di Palermo, che ha moderato la sessione in oggetto, evidenzia l’ampio campo di applicazione dell’aritmologia odierna: «Oggi spazia dal trattamento delle bradicardie (con l’impianto di device volti a correggerle, cd. pacemaker) a quello delle tachicardie trattabili con le ablazioni (e se ventricolari con l’impianto di un defibrillatore), o al trattamento delle insufficienze cardiache (con device cd. biventricolari). Si tratta di procedure interventistiche che vantano un’alta percentuale di successo ed un basso rischio di complicanze, ormai effettuate quasi routinariamente nei nostri ospedali, che hanno portato grandi benefici evitando le migrazioni fuori porta ai pazienti».

E sul ruolo del cardiologo aritmologo nel trattamento dell’insufficienza mitralica secondaria precisa: «È una sfida impegnativa, l’insufficienza mitralica secondaria insorge successivamente ad una disfunzione del ventricolo sinistro a seguito di un’ischemia che, se associata ad una severa riduzione della frazione di eiezione (ridotta capacità del cuore di espellere il sangue dal ventricolo sinistro) espone il paziente ad alto rischio di sviluppare aritmie minacciose per la vita. In questi casi la sola terapia farmacologica è insufficiente e, pertanto, l’aritmologo può associare l’impianto di un device, laddove prima non siano necessarie correzioni chirurgiche e/o procedure interventistiche».

  • Giuseppe Coppola e Gabriele Giannola

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