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Ospedale Sant’Elia, protesi di gomito per un paziente giunto dalla Calabria

La delicata operazione è stata eseguita con successo nel reparto di Ortopedia e traumatologia diretto da Massimo Siracusa

Tempo di lettura: 5 minuti

Siamo, sovente, abituati a sentire di viaggi della speranza dalla nostra Sicilia verso altre destinazioni in materia di sanità, oggi raccontiamo un caso (non isolato) contrario. È un 46enne di Cosenza che decide di venire all’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta per una delicatissima operazione al gomito eseguita dal direttore del reparto Ortopedia e traumatologia Massimo Siracusa.

Dopo una frattura scomposta il cosentino, che aveva già subito due interventi non risolutivi al nosocomio della città calabrese, si è recato al Sant’Elia dove ha risolto i gravissimi problemi al braccio sinistro con l’inserimento di una protesi di gomito con sostituzione della superficie articolare danneggiata.

Abbiamo chiesto al dottore Massimo Siracusa (nella foto) di spiegarci di quale tipo di intervento si sia trattato, la gravità del caso, la procedura seguita e le possibilità che il 46enne abbia di riprendere una vita normale.

Come avete deciso che fosse necessario un intervento di protesi di gomito?
«Lo effettuiamo solo in casi eccezionali che riguardano patologie del gomito traumatiche o degenerative di grado avanzato. Il paziente ha riportato un trauma complesso che era già stato trattato chirurgicamente per rimettere a posto i frammenti della frattura ma con scarsi risultati dal punto di vista funzionale e neurologico. Il gomito è una parte anatomica dove passano un serie di nervi che, se incarcerati, provocano grave sofferenza dei movimenti a valle, cioè a livello della mano. Abbiamo preso in carico il paziente con l’obiettivo di ripristinarne la funzione mettendo in atto una chirurgia di salvataggio. Il gomito si presentava bloccato, dolente, con una forma alterata rispetto alla morfologia anatomica e con un deficit neurologico che coinvolgeva la mano».

Come è intervenuto?
«L’intervento ha visto due momenti diversi, è durato più di tre ore, con una sessione dedicata alla parte neurologica e una ortopedica. Le complicanze del tipo di frattura e della sua evoluzione, il tempo neurologico e la lisi delle aderenze articolari hanno richiesto un tempo più lungo rispetto a un intervento standard. Abbiamo dovuto, infatti, liberare tutta l’articolazione dalle aderenze che si erano formate e rimuovere anche dei mezzi di sintesi che erano stati posizionati e ‘liberare’ il nervo che era stato incarcerato. Questa fase ha richiesto un’ora di lavoro attento e certosino per recuperarlo, essendo molto compremesso e in sofferenza. Poi ci siamo dedicati a ripristinare la morfologia ossea. Ci siamo resi conto che il paziente non avrebbe avuto modo, con la situazione che ci si è presentata, di riacquistare il movimento e condurre una vita normale. Abbiamo, quindi, valutato l’impianto della protesi e abbiamo deciso per questa».

Eravate, quindi, già pronti a intervenire in tal senso?
«Certo, avevamo studiato il caso con esami specifici e l’ipotesi protesi era molto verosimile. La protesi di gomito è una chirurgia rara perché i casi nei quali è indicata sono esigui. Dopo l’impianto abbiamo ottenuto un ottimo risultato dal punto di vista funzionale. Già nei primi giorni di degenza abbiamo registrato netti miglioramenti sul piano motorio e sensitivo».

Come è stata inserita la protesi, quale tipo è stato usato e quali le aspettative di una vita normale per il paziente?
«L’intervento consiste nel ripristinare un’articolazione sostituendo quei pezzi che non sono più utili e funzionanti. Tolti questi la protesi viene allocata sui due capi che si affrontano e che articolandosi tra loro determinano il movimento; abbiamo allocato le due componenti protesiche una sull’omero e l’altra sull’ulna. Il tipo di protesi usato è cementata, si utilizza una sostanza che crea un’aderenza della protesi all’osso, un cemento biologico. Questa garantisce il ripristino dei movimenti ma va gestita con cautela, trattandosi di una protesi di piccola dimensione inserita in ossa non particolarmente forti si potrebbe usurare facilmente. Si consiglia al paziente di non sollevare pesi eccessivi, di non svolgere attività che richiedono particolari sforzi; una gestione dell’arto che gli consenta di vivere una vita normale e autonoma ma senza eccessi».

Quanti interventi di questo tipo sono stati effettuati nel suo reparto?
«Dal mio inserimento ne avremo fatti cinque, o qualche unità in più ma con un numero che potrebbe oscillare di poco. Il nostro primo obiettivo è ripristinare la frattura e ripristinare la morfologia dell’articolazione. Questa è un’indicazione limite, per un caso che si è presentato particolarmente complesso e grave».

Un paziente che arriva da fuori regione che ha scelto il S. Elia…
«È un paziente che ha scelto noi come unità ortopedica per essere curato, per certi versi una forma di riconoscimento verso quelli che sono i nostri obiettivi e le nostre professionalità».

Quali sono i vostri obiettivi?
«Come unità ortopedica siamo cresciuti dal punto di vista numerico, dei medici e delle competenze. Stiamo cercando di garantire un campo di competenze quanto più ampio possibile per dare una risposta sanitaria adeguata ai protocolli odierni, alle indicazioni della letteratura sul piano chirurgico e medico e quanto più ampi possibili in merito alle patologie che riusciamo a coprire. Questi sono gli obiettivi miei e quelli del gruppo con il quale ho il piacere e la fortuna di lavorare che sono la mia équipe, i miei colleghi, il personale infermieristico in generale e del mio reparto, il personale del blocco operatorio, il personale anestesiologico e degli ambulatori. Il risultato si può ottenere solo se si fa squadra, non è piaggeria, ma è una realtà che tocchiamo ogni giorno con mano. Soltanto il gruppo può ottenere i risultati che fino a oggi siamo riusciti a ottenere».

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