Ospedale San Marco, il primario: «Pronti ad affrontare l’emergenza Coronavirus»

5 Aprile 2020

Medici in trincea. Insanitas ha intervistato Salvo Nicosia, direttore Dipartimento Emergenza Urgenza e di Anestesia e Rianimazione del presidio ospedaliero del Policlinico Vittorio Emanuele di Catania.

 

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I rianimatori ai tempi del Covid, almeno in Sicilia, rispetto alle regioni del Nord, non hanno in atto la stessa problematica relativa al numero di posti letto di Terapie Intensive, grazie anche a sforzi di adeguamento precedenti e al finora contenuto diffondersi del contagio, ma sono gravati da particolari criticità.

Insanitas ha intervistato Salvo Nicosia (nella foto), direttore Dipartimento Emergenza Urgenza e di Anestesia e Rianimazione del San Marco – presidio ospedaliero del Policlinico Vittorio Emanuele di Catania.

Le infezioni correlate all’assistenza sono uno dei maggiori problemi per la Sanità pubblica, con circa 530.000 casi l’anno (ECDC 2018). In rianimazione immagino complichi il tema del Covid.

«Le batteriemie continuano a mietere morti in ospedale. In Terapia Intensiva pesa il tema delle infezioni ospedaliere, proprio per la fragilità dei nostri pazienti, ricoverati per importanti disfunzioni delle funzioni vitali, ancor di più se interessati da Coronavirus. L’Italia è uno degli Stati maggiormente caratterizzato dalla circolazione/diffusione di microrganismi multiresistenti per lo più a causa del diffuso e inappropriato uso di antibiotici, ma in tutte le Terapie Intensive sono applicati rigidi protocolli di controllo igienico degli operatori e degli ambienti, che mettono al riparo i malati dal rischio di superinfezioni microbiche, spesso più endogene (provengono dagli stessi malati) che esogene (ambientali o da comportamenti inappropriati)».

Covid19 pone la necessità di rimodulare la narcosi, ottimizzando l’uso dei farmaci…

«Sì, perché i narcotici (anestetici per via endovenosa), gli analgesici ed i cd. Curari, usati per indurre la sedazione necessaria sia per l’intubazione che per mantenere i malati in uno stato di sedazione profonda, che permetta la prolungata ventilazione meccanica (coma farmacologico) fino allo svezzamento (estubazione e ritorno alla respirazione spontanea), sono prodotti in Paesi coinvolti dalla pandemia e oggetto di consumo internazionale elevato non previsto. A ciò rispondiamo con una rimodulazione farmacologica, che assicuri comunque gli stessi risultati terapeutici».

I dispositivi di protezione individuale, un tema delicato…

«Impegnano molta attenzione da parte delle direzioni ospedaliere e la diretta responsabilità dei primari, legalmente i “datori di lavoro” di tutto il personale ad essi affidato. C’è una difficoltà di approvvigionamento internazionale, anche se sono a conoscenza di iniziative di riconversione produttiva in Sicilia. La protezione di tutti gli operatori sanitari è garantita e, attraverso questa, la serena prosecuzione delle cure ospedaliere nei reparti di Malattie Infettive, nelle Medicine d’Urgenza, nelle Pneumologie ed ancor più nelle Terapie Intensive».

Il DPI, tanto prezioso quanto necessario, rende molto più faticoso lavorare…

«Certamente. Sia per i tempi legati alle procedure di vestizione e svestizione, sia per il distress fisico: la mascherina aderisce al volto con un meccanismo quasi a ventosa, per cui spesso si rischiano piaghe da decubito al viso. Per scongiurare il contagio in ambiente intensivo, inoltre, ogni nostra manovra o procedura- già delicata di base- oggi è ulteriormente gravata da particolari approcci e metodiche. Ad esempio, la stessa intubazione richiede, rispetto all’ordinarietà, particolari accorgimenti e impiego di strumenti dedicati».

Davanti a un virus che non ha ancora cure – se non sperimentali – la gestione delle vie aeree in caso di grave insufficienza respiratoria è lo scarto che passa tra la vita e la morte…

«Sicuramente sì. Non basta parlare di posti letto, in Terapia Intensiva occorre personale altamente qualificato. E, come in ogni campo, anche se la specializzazione è unica (Anestesia Rianimazione e Terapia del Dolore) ogni specialista differenzia il proprio percorso, dedicando particolari studi e formazione sul campo alla Terapia Intensiva; ciò vale anche per il personale infermieristico che opera in Rianimazione, particolarmente specializzato e competente».

Gli infermieri sono fondamentali quanto i medici…

«Certo, nessuno dei nostri infermieri si è tirato indietro durante l’emergenza, sottoponendosi a turni prolungati e restando in prima linea. Anzi ben 3 infermieri della mia Unità Operativa hanno aderito all’appello della Protezione Civile Nazionale andando a prestare la loro preziosa opera al Nord Italia, gravata da una pressione assistenziale ben più pesante che qui in Sicilia. La Terapia Intensiva non la fanno solo i Rianimatori, ma anche gli infermieri ed i fisioterapisti, un unico gruppo di lavoro con distinte professionalità e responsabilità operative. Il “cambio turno” impegna Rianimatori ed Infermieri per più di un’ora, con consegne dettagliate sull’andamento dei pazienti».

La Sicilia oggi ha da temere sul piano capienza dei posti letto di intensiva?

«Se manteniamo questi numeri no, anche grazie alle misure di contenimento. Già in precedenza si era fatta un’opera di adeguamento dei posti letto delle rianimazioni. Resta il problema del reclutamento stabile dei medici specialisti: purtroppo le Università non hanno fornito un numero adeguato di specialisti sia in Anestesia e Rianimazione, che in altre specializzazioni nel campo dell’Emergenza Urgenza, da cui deriva l’attuale pressione lavorativa. Infatti, sono stati aperti i concorsi di assunzione nel SSN anche agli specializzandi degli ultimi anni. Ma questo è un problema nazionale, che dovrà essere affrontato in seguito in tale ambito».

Voi siete forgiati all’emergenza, ma l’impatto psicologico del Covid19 si avverte…

«Sì, perché si teme di portarsi a casa il virus. Il lavoro deve essere svolto con meticolosità, senza l’abituale disinvoltura; ma alla fine del turno di lavoro ci si bonifica e si può godere del riposo in sicurezza anche in famiglia coi propri cari».

Rimane il carico della Chirurgia D’Urgenza che, comunque, supportate per consentire le operazioni e dell’ambulatorio di terapia antalgica…

«Ovviamente; sia le urgenze chirurgiche (oncologiche e le non differibili) che l’attività di Terapia del Dolore vanno garantite. Infatti, il nostro ambulatorio continua a operare in un percorso separato: non si possono certo trascurare le persone che patiscono il dolore oncologico e non, mentre curiamo i Covid».

Oggi un primario in che situazione si trova?

«Deve motivare il personale, gestire le risorse tecniche e umane, lavorare in sinergia con le altre specialità coinvolte nel percorso assistenziale Covid, essere riferimento organizzativo con la Direzione Generale e Sanitaria Aziendale, presiedere ai mille problemi della quotidianità».

Qual è la situazione alla rianimazione del San Marco ?

«Abbiamo 14 posti letto, già attivi da tempo, dedicati ai pazienti Covid al presidio San Marco, più 2 attivi per le procedure specialistiche di Ossigenazione Extracorporea individuati dalla Regione per la Sicilia orientale per i pazienti con estrema gravità, che si possono giovare di tale procedura. L’Azienda Policlinico Vittorio Emanuele ha approntato in più ancora 8 posti letto di Rianimazione al San Marco e 14 al Policlinico. Siamo in grado di garantire, con le risorse attuali, le migliori cure possibili ai cittadini, in ogni fase dell’evoluzione della virosi epidemica Covid».

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