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Oasi di Troina, militari e operatori sanitari in trincea contro il nemico Coronavirus

1 Aprile 2020

Ad essere arruolato nella task force messa in opera dal commissario straordinario Giuseppe Murolo, anche l’infettivologo che ha sconfitto l’Ebola, Fabrizio Pulvirenti. Muore un'altra paziente.

 

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Non è bastato l’arrivo dell’esercito per debellare la “guerra” che si è generata all’interno dell’Oasi di Troina: a essere arruolato nella task force messa in opera dal commissario straordinario Giuseppe Murolo, anche l’infettivologo che ha sconfitto l’Ebola, Fabrizio Pulvirenti.

Il camice bianco che presta servizio all’Umberto I di Enna e che cinque anni fa volontario in Sierra Leone rischiava la sua vita, mette a disposizione del Centro fondato da padre Ferlauto la sua esperienza di medico e paziente.

Da domani comincerà il trasferimento dei pazienti, i positivi saranno divisi da quelli che potrebbero divenirlo. Una rivoluzione strutturale e comportamentale dolorosa se pur necessaria per vincere questa battaglia, è la ricetta del commissario Murolo.

La fortezza di Troina è stata colpita al suo cuore dal Covid19: 112 i contagiati all’Oasi Maria Santissima. Il virus anche questa volta non ha guardato in faccia nessuno e i dati più recenti parlano di 69 pazienti positivi su 119 e 43 operatori di 134, per un totale di 253 refertati.

I tamponi finora effettuati sono 376 ma all’interno dell’Istituto gravitano più di 650 persone. Sino al 18 marzo il Centro, un’eccellenza scientifica nel campo del ritardo mentale e dell’involuzione cerebrale senile, era anche un’oasi di pace, resa nell’immaginario collettivo di pazienti e familiari ancora più sicura perché abbarbicata morbidamente sulla roccia. Sembrava inespugnabile ma non lo era per il nuovo Coronavirus.

Solo tre delle persone che hanno contratto il virus sono state trasferite all’Umberto I di Enna, tra queste il presidente, padre Silvio Rotondo, finalmente sfebbrato e pronto, presto, a riabbracciare la sua città adottiva.

Di qualche giorno fa la triste notizia della dipartita di Elena, una donna di 52 anni rimasta fanciulla nel suo animo che è spirata presso il nosocomio ennese.

Inoltre è appena morta all’Umberto I un’altra paziente dell’Oasi di Troina: salgono quindi a due le vittime di questo oscuro male codificato in Covid19.

È il numero importante dei contagiati a destare preoccupazione, non le loro condizioni, per lo più si tratta di pazienti asintomatici con una buona saturazione. Agli ammalati non è l’ossigeno a mancare bensì le carezze, gli abbracci a cui erano abituati. È la tenerezza la cura principale somministrata alle anime eterne fanciulline che albergano nell’Oasi.

Per vincere questa guerra un cambio di rotta messa in atto dal Commissario straordinario Giuseppe Murolo, inviato dalla Regione Siciliana per fronteggiare l’emergenza, affiancato da Antonio Candela, il responsabile del Comitato per l’emergenza Covid-19 in Sicilia e Dino Bramanti, direttore scientifico dell’Istituto neurolesi Pulejo.

“Ci troviamo di fronte a un paradosso- spiega Murolo- L’umanizzazione che ha caratterizzato storicamente la struttura rendendola un’eccellenza oggi è l’elemento più pericoloso, il principale fattore di rischio in termini di contagio”.

Si è reso dunque necessario, con planimetria alle mani, suddividere gli spazi, creare dei percorsi sporco-pulito, e separare cose e persone. Di grande utilità la presenza del medico Pulvirenti, anche per la parte logistica.

Con l’Asp di Enna è stato siglato un accordo: una consulenza infettivologa costante attraverso Pulvirenti, servendosi anche del Tele- collegamento.

Supporto fondamentale le figure sanitarie dell’esercito, da qualche giorno in struttura anche 19 tra ufficiali e sottoufficiali medici richiesti a viva voce dal sindaco Sebastiano Fabio Venezia, adesso in quarantena nella sua abitazione con i principi di una polmonite che potrebbe chiamarsi Covid19. Sotto scorta per le sue battaglie contro la mafia dei pascoli ora deve combattere una nuova battaglia.

“Mi scusi se non ho risposto prima a telefono ma sono ancora a lavoro- dice Valeria D’Agristina, 38 anni e operatrice sociosanitaria presso l’Oasi dove oramai risiede h24 per tutelare la sua famiglia- In questo momento di emergenza dovevo scegliere e ho deciso di rimanere. Certo la paura c’è, però se risultassi positiva mi dispiacerebbe solo abbandonare la nave. L’Oasi ha un carisma speciale per noi cattolici, qui siamo una famiglia, si creano legami veri. Ho paura del contagio, è normale, una mia paziente è risultata positiva, la stessa cosa una collega ma io rimango, certa che se mi dovessi ammalare non mi lasceranno sola, cureranno anche me. È questa la filosofia sulla quale si fonda il sistema Oasi, la solidarietà, la comunione”.

Nel Comune “zona rossa”, ma aperto e accogliente per vocazione, una trentina di persone sembrerebbero accusare sintomi che destano preoccupazione.

“Vi è molta ansia- ammette Giuseppe Santoro, medico di medicina generale- L’Oasi e la città vivono in osmosi continua. I nostri studi rimangono aperti, sentiamo preventivamente i nostri assistiti e cerchiamo di infondere loro serenità. Il nostro è un “pronto soccorso umanitario”, dobbiamo ricordargli le regole igienico- sanitarie da rispettare e che prima si sono sottovalutate, ma dobbiamo anche rassicurarli sulla salute e le sorti della città. Siamo in prima linea ma ci sentiamo impotenti”, conclude il medico.

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